La malattia di Alzheimer (Alzheimer’s disease – AD) è stata descritta
per la prima volta nel 1906 dal neuropatologo Alois Alzheimer
(1863-1915) durante la Convenzione psichiatrica di Tubingen, nella quale
presentò il caso di una donna di 51 anni affetta da una sconosciuta
forma di demenza. Ma solo nel 1910 la malattia ebbe un nome, grazie a
Emil Kraepelin, il più famoso psichiatra di lingua tedesca
dell'epoca che ripubblicò il suo trattato "Psichiatria", nel quale
definiva una nuova forma di demenza scoperta da Alzheimer, chiamandola
appunto malattia di Alzheimer.
La malattia di Alzheimer colpisce senza distinzioni di nazionalità, di
razza, di gruppo etnico o di livello sociale; interessa uomini o donne
indifferentemente. In generale esistono due sottotipi di demenza di
Alzheimer in base all’età di insorgenza della malattia: precoce se
inizia entro i 65 anni (early-onset), tardiva dopo i 65 anni (late onset).
Sulla base di studi condotti in Italia, Giappone, Gran Bretagna e
Olanda, si stima che il numero di malati oscilla dal 4,1 all'8,4% delle
persone con più di 60 anni. Oggi in Italia i malati di Alzheimer sono
circa 600 mila (4.000.000 negli Stati Uniti). Si prevede, però, che il
loro numero raddoppierà nell'anno 2020. L'incidenza della malattia
aumenta con il progredire dell’età, ma non è dimostrato che questa
malattia sia una conseguenza inevitabile della vecchiaia, in quanto non
tutti gli ultraottantenni sono affetti da Alzheimer. Attualmente,
secondo Organizzazione Mondiale della Sanità, si stima che vi sono
almeno 29 milioni di persone colpiti dalla malattia tanto che si parla
di “epidemia silente”. E’ stato calcolato che ogni paziente costa alla
società, per spese mediche e assistenziali, circa 20.000 euro all’anno
all’inizio della malattia per arrivare a 45.000 euro nelle fasi più
avanzate.
È una malattia irreversibile, ingravescente, caratterizzata da una
degenerazione progressiva delle facoltà intellettive. Le persone affette
da questa patologia manifestano disturbi del linguaggio, della memoria,
perdita della comprensione dell'uso degli oggetti usuali e disturbi del
comportamento con aggressività e deliri. La malattia è accompagnata da
una forte diminuzione di acetilcolina nel cervello, sostanza
fondamentale per la memoria ma anche per le altre facoltà intellettive.
La conseguenza di queste modificazioni cerebrali è l'impossibilità per
il neurone di trasmettere gli impulsi nervosi e quindi la morte. Non si
conoscono le cause della malattia; tuttavia, gli ultimi studi propendono
per un’origine multifattoriale. In alcune famiglie la malattia ha una
chiara ereditarietà dominante, ma si tratta di casi molto rari (circa
1%). In un maggior numero di casi si riscontra una certa predisposizione
genetica, testimoniata dalla presenza di qualche altro familiare, anche
lontano, colpito dalla stessa malattia. La malattia è dovuta a una
diffusa distruzione di neuroni (spopolamento neuronale), causata
principalmente dalla deposizione di beta – amiloide una proteina che
depositandosi tra i neuroni e nei neuroni stessi esplica una azione
tossica. Nelle persone sane la beta-amiloide viene prodotta da una
proteina progenitrice, detta amyloid precursor protein – APP, in una
reazione biologica catalizzata dall'enzima alfa-secretasi. Nei pazienti
Alzheimer l'enzima che interviene sull' APP non è l'alfa-secretasi
normale, bensì una sua variante, la gamma-secretasi, che porta alla
produzione di una beta-amiloide anomala, costituita da 42 amminoacidi
invece che 40. Tale beta amiloide non presenta le caratteristiche
biologiche della forma naturale, e tende a depositarsi in aggregati
extracellulari (le cosiddette placche senili) ed intracellulari.
Favorisce, inoltre, la iperfosforilazione della proteina tau, una
proteina importante e costitutiva del citoscheletro neuronale. Quando
questa proteina (tau) viene iperfosforilata in modo patologico la sua
funzione viene alterata. Abbiamo, quindi, due eventi patologici: la
deposizione di beta-amiloide che si deposita nelle placche e la
iperproduzione di proteina tau iperfosforilata che deforma i normali
neuroni che si raggruppano in “grovigli neurofibrillari” (tangles). Tali
placche neuronali innescano un processo infiammatorio che richiama
macrofagi e neutrofili i quali, a loro volta, produrranno citochine pro
infiammatorie quali inteleuchine e TNF alfa che danneggieranno
ulteriormente i neuroni.
Gli studi di genetica molecolare hanno dimostrato che diversi geni
svolgono un ruolo di rilievo nella malattia. Le forme familiari di
Alzheimer sono associate a mutazione dei geni APP, presenilina-1 e
presenilina-2. Recentemente è stata pubblicata su Nature Genetics, una
delle più prestigiose riviste scientifiche mondiali, la scoperta di un
nuovo gene che svolge un ruolo di particolare importanza nella genesi
della malattia di Alzheimer. Un gruppo di ricerca internazionale,
coordinato da Peter St. George-Hyslop dell’Università di Toronto, ha
dimostrato che particolari varianti (polimorfismi) del gene che codifica
per la sortilina 1 sono associate in modo significativo alla malattia.
All’interno di tale gruppo di ricerca un ruolo di rilievo è stato svolto
da alcuni neuroscienziati italiani, in particolare da Lorenzo Pinessi,
Direttore della Clinica Neurologica II dell'Università di Torino,
Innocenzo Rainero, Coordinatore del Centro Demenze della Clinica
Neurologica II dell’Università di Torino, Sandro Sorbi, Direttore della
Clinica Neurologica dell’Università di Firenze, e da Amalia Bruni,
Direttore del Centro Regionale di Neurogenetica di Lamezia Terme. Tale
collaborazione, attiva da numerosi anni, ha permesso, tramite lo studio
di alcune famiglie italiane che presentavano una forma particolarmente
grave di malattia di Alzheimer, l’isolamento dapprima dei geni della
presenilina 1 e della presenilina 2, della nicastrina e, attualmente, di
quello della sortilina 1. Per approfondire il ruolo della sortilina1,
proteina che regola lo”smistamento” della beta-amiloide all’interno
della cellula, nella malattia di Alzheimer sono stati svolti anche
alcuni esperimenti su linee cellulari in vitro. Quando le concentrazioni
di questa proteina sono ridotte, l’APP viene ad essere metabolizzata in
modo anomalo e la produzione del peptide beta-amiloide neurotossico
aumenta in modo esponenziale.
Il futuro della cura della malattia di Alzheimer potrebbe essere il
vaccino. Si sta sperimentando un vaccino che permetta al sistema
immunitario di bloccare la formazione delle placche amiloidi, un punto
chiave nella genesi della malattia. Anche se al momento ci si è
imbattuti in reazioni immunitarie esagerate in seguito ai vaccini
sperimentali, la ricerca continua con la creazione di topi geneticamente
modificati (transgenici) che crescendo sviluppano problemi simili a
quelli diagnosticati in un malato di Alzheimer.