Genova Anno VI - n°33 - 09.04.2008 Pagine Nazionali

 

La malattia di Alzheimer secondo il Prof. Lorenzo Pinessi e il Prof. Innocenzo Rainero


Prof. Lorenzo Pinessi - redazione@clicmedicina.it

La malattia di Alzheimer (Alzheimer’s disease – AD) è stata descritta per la prima volta nel 1906 dal neuropatologo Alois Alzheimer (1863-1915) durante la Convenzione psichiatrica di Tubingen, nella quale presentò il caso di una donna di 51 anni affetta da una sconosciuta forma di demenza. Ma solo nel 1910 la malattia ebbe un nome, grazie a Emil Kraepelin, il più famoso psichiatra di lingua tedesca dell'epoca che ripubblicò il suo trattato "Psichiatria", nel quale definiva una nuova forma di demenza scoperta da Alzheimer, chiamandola appunto malattia di Alzheimer.


La malattia di Alzheimer colpisce senza distinzioni di nazionalità, di razza, di gruppo etnico o di livello sociale; interessa uomini o donne indifferentemente. In generale esistono due sottotipi di demenza di Alzheimer in base all’età di insorgenza della malattia: precoce se inizia entro i 65 anni (early-onset), tardiva dopo i 65 anni (late onset). Sulla base di studi condotti in Italia, Giappone, Gran Bretagna e Olanda, si stima che il numero di malati oscilla dal 4,1 all'8,4% delle persone con più di 60 anni. Oggi in Italia i malati di Alzheimer sono circa 600 mila (4.000.000 negli Stati Uniti). Si prevede, però, che il loro numero raddoppierà nell'anno 2020. L'incidenza della malattia aumenta con il progredire dell’età, ma non è dimostrato che questa malattia sia una conseguenza inevitabile della vecchiaia, in quanto non tutti gli ultraottantenni sono affetti da Alzheimer. Attualmente, secondo Organizzazione Mondiale della Sanità, si stima che vi sono almeno 29 milioni di persone colpiti dalla malattia tanto che si parla di “epidemia silente”. E’ stato calcolato che ogni paziente costa alla società, per spese mediche e assistenziali, circa 20.000 euro all’anno all’inizio della malattia per arrivare a 45.000 euro nelle fasi più avanzate.


È una malattia irreversibile, ingravescente, caratterizzata da una degenerazione progressiva delle facoltà intellettive. Le persone affette da questa patologia manifestano disturbi del linguaggio, della memoria, perdita della comprensione dell'uso degli oggetti usuali e disturbi del comportamento con aggressività e deliri. La malattia è accompagnata da una forte diminuzione di acetilcolina nel cervello, sostanza fondamentale per la memoria ma anche per le altre facoltà intellettive. La conseguenza di queste modificazioni cerebrali è l'impossibilità per il neurone di trasmettere gli impulsi nervosi e quindi la morte. Non si conoscono le cause della malattia; tuttavia, gli ultimi studi propendono per un’origine multifattoriale. In alcune famiglie la malattia ha una chiara ereditarietà dominante, ma si tratta di casi molto rari (circa 1%). In un maggior numero di casi si riscontra una certa predisposizione genetica, testimoniata dalla presenza di qualche altro familiare, anche lontano, colpito dalla stessa malattia. La malattia è dovuta a una diffusa distruzione di neuroni (spopolamento neuronale), causata principalmente dalla deposizione di beta – amiloide una proteina che depositandosi tra i neuroni e nei neuroni stessi esplica una azione tossica. Nelle persone sane la beta-amiloide viene prodotta da una proteina progenitrice, detta amyloid precursor protein – APP, in una reazione biologica catalizzata dall'enzima alfa-secretasi. Nei pazienti Alzheimer l'enzima che interviene sull' APP non è l'alfa-secretasi normale, bensì una sua variante, la gamma-secretasi, che porta alla produzione di una beta-amiloide anomala, costituita da 42 amminoacidi invece che 40. Tale beta amiloide non presenta le caratteristiche biologiche della forma naturale, e tende a depositarsi in aggregati extracellulari (le cosiddette placche senili) ed intracellulari. Favorisce, inoltre, la iperfosforilazione della proteina tau, una proteina importante e costitutiva del citoscheletro neuronale. Quando questa proteina (tau) viene iperfosforilata in modo patologico la sua funzione viene alterata. Abbiamo, quindi, due eventi patologici: la deposizione di beta-amiloide che si deposita nelle placche e la iperproduzione di proteina tau iperfosforilata che deforma i normali neuroni che si raggruppano in “grovigli neurofibrillari” (tangles). Tali placche neuronali innescano un processo infiammatorio che richiama macrofagi e neutrofili i quali, a loro volta, produrranno citochine pro infiammatorie quali inteleuchine e TNF alfa che danneggieranno ulteriormente i neuroni.


Gli studi di genetica molecolare hanno dimostrato che diversi geni svolgono un ruolo di rilievo nella malattia. Le forme familiari di Alzheimer sono associate a mutazione dei geni APP, presenilina-1 e presenilina-2. Recentemente è stata pubblicata su Nature Genetics, una delle più prestigiose riviste scientifiche mondiali, la scoperta di un nuovo gene che svolge un ruolo di particolare importanza nella genesi della malattia di Alzheimer. Un gruppo di ricerca internazionale, coordinato da Peter St. George-Hyslop dell’Università di Toronto, ha dimostrato che particolari varianti (polimorfismi) del gene che codifica per la sortilina 1 sono associate in modo significativo alla malattia. All’interno di tale gruppo di ricerca un ruolo di rilievo è stato svolto da alcuni neuroscienziati italiani, in particolare da Lorenzo Pinessi, Direttore della Clinica Neurologica II dell'Università di Torino, Innocenzo Rainero, Coordinatore del Centro Demenze della Clinica Neurologica II dell’Università di Torino, Sandro Sorbi, Direttore della Clinica Neurologica dell’Università di Firenze, e da Amalia Bruni, Direttore del Centro Regionale di Neurogenetica di Lamezia Terme. Tale collaborazione, attiva da numerosi anni, ha permesso, tramite lo studio di alcune famiglie italiane che presentavano una forma particolarmente grave di malattia di Alzheimer, l’isolamento dapprima dei geni della presenilina 1 e della presenilina 2, della nicastrina e, attualmente, di quello della sortilina 1. Per approfondire il ruolo della sortilina1, proteina che regola lo”smistamento” della beta-amiloide all’interno della cellula, nella malattia di Alzheimer sono stati svolti anche alcuni esperimenti su linee cellulari in vitro. Quando le concentrazioni di questa proteina sono ridotte, l’APP viene ad essere metabolizzata in modo anomalo e la produzione del peptide beta-amiloide neurotossico aumenta in modo esponenziale.


Il futuro della cura della malattia di Alzheimer potrebbe essere il vaccino. Si sta sperimentando un vaccino che permetta al sistema immunitario di bloccare la formazione delle placche amiloidi, un punto chiave nella genesi della malattia. Anche se al momento ci si è imbattuti in reazioni immunitarie esagerate in seguito ai vaccini sperimentali, la ricerca continua con la creazione di topi geneticamente modificati (transgenici) che crescendo sviluppano problemi simili a quelli diagnosticati in un malato di Alzheimer.
 

 






 
 
 
 

  



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