Ogni
anno in Italia si registrano oltre 65.000 infarti gravi, che richiedono
l’angioplastica in emergenza. Oggi per la grande maggioranza dei
pazienti raggiungere l’ospedale entro le prime due ore dall’insorgenza
dei sintomi dell’infarto significa assicurarsi la salvezza: “Grazie
all’introduzione delle Unità Coronariche e delle tecniche per
ripristinare il flusso del sangue nelle arterie occluse, farmaci
trombolitici e angioplastica coronarica” - dichiara Filippo Crea,
dell’Istituto di Cardiologia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore
di Roma - “la mortalità intraospedaliera è stimata oggi al 4-5%, un
tasso nettamente inferiore rispetto a 40 anni fa, quando si registrava
una mortalità del 40%”. In Italia il tasso di mortalità per infarto
è tra i più bassi d’Europa.
Le strategie di intervento più efficaci per ridurre l’impatto di quella
che è tuttora la prima causa di morte nei paesi occidentali vengono
discusse per tre giorni dai più importanti cardiologi italiani, riuniti
a Firenze per il XXV Congresso di Cardiologia “Conoscere e Curare il
Cuore 2008” promosso dal Centro per la lotta contro l’infarto.
“Conoscere e Curare il Cuore” – afferma il professor Pier Luigi
Prati – “si è sempre preoccupato di individuare e selezionare tutti
gli argomenti che, di volta in volta, appaiono più attraenti sia sotto
il profilo scientifico che clinico”.
“Quest’anno” - aggiunge - “ci occupiamo in particolare della
tematica ‘retina coronarica e rete ospedaliera’ perchè la terapia
dell’infarto e l’impiego dell’angioplastica con stent rimangono un
argomento di grande attualità”
Al centro dell’interesse la valutazione dei risultati degli interventi
di angioplastica, una pratica di intervento sempre più diffusa: in
Italia ne vengono eseguite circa 20.000 ogni anno. Questa tecnica di
riperfusione meccanica si è mostrata efficace nel ripristinare
stabilmente un flusso ematico in oltre il 90% dei casi, mentre la
trombolisi raggiunge tale risultato soltanto nel 25-30% dei casi.
“L’angioplastica è la soluzione ottimale nella terapia dell’infarto e
va effettuata il più presto possibile” - afferma Francesco Prati,
del Dipartimento per le Malattie dell’Apparato Cardiovascolare
dell’Azienda Ospedaliera San Giovanni Addolorata di Roma - “La
rimozione della placca aterosclerotica complicatasi con la trombosi,
mediante la dilatazione con il palloncino e con il successivo
posizionamento di una retina metallica per ottimizzarne il risultato
costituiscono la tecnica riperfusiva ottimale”.
“Per la cardiologia interventistica” - aggiunge Prati - “gli
stent sono un importante traguardo considerato che l’applicazione
nell’arteria del cuore di queste “retine” è in grado di ottimizzare i
risultati dell’angioplastica”.
L’altra variabile che riduce il tasso di mortalità è il fattore tempo.
Più rapidamente si interviene con i farmaci e con l'angioplastica
(idealmente nelle prime due ore dopo l'insorgenza dei sintomi), più
aumenta la probabilità di limitare i danni cardiaci causati
dall'infarto.
“Il modello organizzativo ospedaliero che riduce al massimo il
ritardo tra l’inizio dei sintomi dell’infarto e il trattamento” -
afferma David Antoniucci, Divisione di Cardiologia dell’Ospedale Careggi
di Firenze - “è un modello in rete, che consente la diagnosi a
domicilio e simultaneamente consente l’accoglimento diretto del paziente
in sala di emodinamica per eseguire l’angioplastica bypassando l’emergency
room o l’unità coronarica.
Mentre il trasporto in ospedale senza laboratorio di emodinamica, il
trasferimento del paziente dall’emergency room all’unità coronarica, il
susseguente contatto con l’ospedale provvisto di laboratorio di
emodinamica ed il trasferimento del paziente allungano i tempi di
trattamento.
Solo mediante un efficiente collegamento in rete tra le strutture
ospedaliere e l’individuazione dei bacini di utenza degli ospedali
dotati di emodinamica ed in grado di effettuare l’angioplastica in
emergenza, è possibile migliorare la terapia dell’infarto."
“Attualmente” - aggiunge Antoniucci - “in Italia esistono
diversi modelli organizzativi ed una eterogeneità di distribuzione delle
cure che variano da regione a regione o da un’area metropolitana
all’altra. Le migliori reti in termini di efficienza sono state
costituite nel nord del paese”.
Ma un fattore chiave rimane quello della prevenzione, anche per le
persone già colpite da infarto: per ridurre il rischio di un secondo
ricovero, che entro un anno interessa il 10-15 per cento dei pazienti, i
cardiologi ribadiscono ancora una volta l’importanza di abbinare un
corretto stile di vita - basato su astensione totale dal fumo, attività
fisica e mantenimento di un indice di massa corporea e un “giro fianchi”
ottimale - a una terapia farmacologica che permetta di tenere sotto
controllo pressione e valori lipidici.