Una
sfida a tutto campo quella degli infermieri italiani, per due giorni
riuniti a Bologna per la loro seconda Conferenza nazionale: al centro
della discussione, non solo le questioni di interesse professionale, ma
anche le proposte e le ricette che possono migliorare l’assistenza
sanitaria.
“La sanità italiana può essere curata anche con le ricette degli
infermieri” è il messaggio che era stato lanciato lo scorso anno a
conclusione della prima conferenza.
Per mettere a punto queste ricette, in questo secondo appuntamento – al
quale partecipano Dirigenti dei servizi infermieristici delle aziende
territoriali ospedaliere e ospedaliere universitarie, coordinatori dei
corsi di laurea in Infermieristica, presidenti dei Collegi provinciali
Ipasvi e presidenti delle Associazioni infermieristiche – gli infermieri
italiani si confrontano con medici, amministratori e ricercatori, anche
di altri paesi europei.
L’obiettivo è capire quali sono le strategie più efficaci per rispondere
in modo specifico alle esigenze dei pazienti, per organizzare
l’assistenza infermieristica, per determinare l’effettivo fabbisogno
quali-quantitativo di infermieri.
Almeno tre le linee di intervento proposte. Prima di tutto, una nuova
organizzazione dell’assistenza ospedaliera basata sul principio della
centralità della persona assistita e sulla cooperazione e l’interscambio
tra i professionisti sanitari. Gli infermieri italiani propongono una
vera e propria rivoluzione copernicana: il passaggio dal concetto
classico di assistenza a un progetto di cura personalizzato basato sulla
collaborazione tra i professionisti e l’integrazione dei saperi.
“Occorre un progetto globale di cura – osserva Annalisa
Silvestro, presidente dell’Ipasvi – all’interno del quale gli
infermieri sappiano essere propositivi. La crescita e la
diversificazione della domanda di salute chiedono a tutti i
professionisti sanitari un nuovo modello di approccio al paziente”.
A questa riorganizzazione si lega il progetto di un nuovo modello di
rilevazione del fabbisogno di infermieri, basata sulla misurazione del
carico assistenziale necessario per ogni malato: “Attraverso una
cartella infermieristica – osserva Annalisa Silvestro – al
momento dell’ingresso in ospedale si potrebbe definire l’impegno
infermieristico richiesto in relazione alla complessità assistenziale di
ogni degente: in questo modo il fabbisogno di infermieri, problema con
il quale si confrontano tante realtà ospedaliere e che spesso ricade
sulle persone assistite, sarebbe valutato sulla base di esigenze
concrete ed effettive”.
In questo scenario, ed è la seconda linea di intervento proposta, vanno
ridisegnate le competenze degli infermieri, per renderle più flessibili
e adeguarle ai progressi delle scienze sanitarie. “Abbiamo bisogno –
commenta Annalisa Silvestro – di infermieri capaci di impostare
processi di assistenza in ambito ospedaliero centrati sulla persona, ma
anche di infermieri capaci di gestire la complessità dell’assistenza sul
territorio, ovvero alle fasce deboli della popolazione e alle persone
con malattie cronico-degenerative”.
Infine gli infermieri propongono la valorizzazione di una nuova figura
assistenziale: l’infermiere di famiglia: “Questa figura potrebbe
migliorare la risposta assistenziale sul territorio, proprio in
relazione alle esigenze della cronicità, collaborando con i medici di
medicina generale, effettuando le prestazioni infermieristiche a
media-bassa complessità e tenendo i contatti con le strutture
ospedaliere e quelle territoriali”.