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Genova Anno VI - n°32 - 30.01.2008 Pagine Nazionali
Educazione alla Salute Sessuale in Italia ….solo parole e buoni propositi Anna Carderi - Psicologa - anna.carderi@libero.it La salute sessuale e riproduttiva è sancita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (2002) come diritto fondamentale di ogni individuo. In Italia si discute ormai da anni sull’opportunità di introdurre l’educazione sessuale nei programmi scolastici. È dall’inizio del secolo che è in corso in varie sedi un ampio dibattito sul tema, di cui si è interessato anche il Parlamento avanzando una proposta di legge per l’introduzione dell’educazione sessuale nelle scuole. Da allora quasi niente è cambiato e rispetto agli altri Paesi siamo in netto ritardo. Un esempio viene dalla Svezia dove dal 1956 l’educazione sessuale è obbligatoria per tutti i ragazzi dai 7 ai 19 anni e dal 1976 oltre che di fisiologia, si occupa degli aspetti emozionali e sociali della sessualità. Negli Stati Uniti è stata introdotta come materia di insegnamento nel 1965, posizione che ha mantenuto nonostante le contestazioni attuate dai movimenti conservatori che ne mettono in dubbio l’opportunità, per cui da una parte si chiede “istruzione sessuale”, dall’altra “istruzione morale”.
Ancora, in Canada l’educazione sessuale è obbligatoria dal 1984 e tratta argomenti inerenti alla fisiologia e la sociologia della sessualità. Esistono anche corsi universitari per la formazione specifica degli operatori. In Francia è obbligatoria dal 1973, anche se solo come informazione sessuale, nei programmi di scienze. Da noi, la più recente proposta di legge a cui non si è comunque dato seguito è del Novembre 1992. Nonostante l’inserimento di programmi di educazione sessuale nella scuola sia auspicabile, come lo stesso Ippf (International planned parenthood federation) evidenzia, sono ancora tante le controversie di natura ideologica, morale o religiosa che alimentano l’aura di peccato e paura attorno alla sessualità incoraggiando le riluttanze dei più. Le resistenze maggiori spesso vengono proprio dai genitori e dagli educatori e fanno riferimento sia al timore che parlare di sessualità possa costituire un incentivo a praticarla, sia alla preoccupazione che vengano trasmessi dei valori non coerenti con quelli familiari. Una siffatta resistenza basata sull’erroneo presupposto che gli adolescenti siano sessualmente inattivi e che quindi non vadano scandalizzati, impedisce la messa in atto di interventi che possono anzi determinare l’adozione di pratiche sessuali più sicure che li tuteli da gestazioni indesiderate, interruzioni volontarie di gravidanza, dal possibile contagio di malattie veneree e dalla messa in atto di comportamenti devianti quali l’uso di sostanze per far fronte ad un eventuale disturbo sessuale.
Fortunatamente molte scuole italiane, facendo propri i dettami
dell’OMS e riconoscendosi il ruolo primario di divulgazione e
prevenzione dei rischi, hanno avviato programmi di educazione alla
salute, educazione socio affettiva e sessuale, promuovendo la sessualità
come un valore positivo e come parte integrante della identità
personale, non disgiunta dagli altri fattori di personalità,
intellettivi, affettivi e morali. Ritengo che la divulgazione nelle
scuole di una educazione sessuale che non prescinda dall’aspetto
affettivo-relazionale proprio della sessualità, che si discosta dal
modello di “igiene sociale” della fine del XIX secolo basato
essenzialmente su informazioni mediche e biologiche sulla riproduzione
umana e sulle malattie veneree, si sono assunte la responsabilità di
prendersi cura dei nostri ragazzi e delle loro vulnerabilità
accompagnandoli in un percorso di crescita spesso difficile e confusivo.
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