Qual è la ragione che rende apparentemente semplice il passaggio da una
lingua all’altra, tipico dei traduttori simultanei e delle persone
biligue? Uno studio dei ricercatori dell'Università Vita-Salute San
Raffaele, in collaborazione con il Dipartimento di Neurologia
dell’Università di California e dei Geneva University Hospitals, ha dato
una risposta a questa domanda: esiste infatti un meccanismo cerebrale
che permette di selezionare correttamente la lingua con cui ci si vuole
esprimere attraverso un sistema di controllo posto nel cervello. Si
tratta di una sorta di interruttore che si attiva durante il passaggio
dalla lingua madre a una seconda lingua e viceversa.
Lo studio è pubblicato sul numero del 12 dicembre del Journal of
Neuroscience, una delle più prestigiose riviste scientifiche nel settore
delle neuroscienze.
Gli psicolinguisti hanno da tempo ipotizzato che per passare da una
lingua all’altra vi debbano essere necessariamente delle aree del
cervello, una sorta di “interruttori”, che si attivano per bloccare la
lingua in uso e permettere il passaggio ad un’altra lingua. Lo stesso
meccanismo impedirebbe interferenze tra le lingue cioè l’uso di una
lingua diversa rispetto all’ambiente in cui ci si trova. Ad esempio,
quando ci troviamo in Inghilterra, difficilmente prenotiamo in un bar un
caffè dicendo “un caffè, please” ma piuttosto usiamo le parole giuste,
ovvero “ a coffee, please” visto che siamo in un contesto inglese. A
volte, però, può succedere che ci scappi incoscientemente “un caffè,
please”. Questo fenomeno, assai frequente nei bilingui che non hanno una
padronanza perfetta della loro seconda lingua, dipenderebbe da un
difetto di tale meccanismo cognitivo che dovrebbe invece impedire questo
fenomeno.
L’esperimento
I ricercatori hanno studiato con la Risonanza Magnetica
Funzionale l'attività del cervello in soggetti bilingui per l’italiano e
il francese. I soggetti erano tutti di madrelingua italiana e cresciuti
in famiglie italiane immigrate a Ginevra dove hanno potuto apprendere
fin da piccoli il francese. I soggetti avevano quindi la stessa
padronanza linguistica per entrambe le lingue ma, a causa dell’ambiente
francese in cui vivevano, erano più “esposti” a questa lingua.
Durante l’esperimento i soggetti bilingui hanno ascoltato storie tratte
da Il piccolo principe di A. de Saint-Exupery che contenevano numerosi
passaggi da una lingua all’altra, ovvero dall’italiano al francese e
viceversa.
“Tramite la risonanza magnetica funzionale abbiamo fotografato le
aree del cervello che si attivavano durante il passaggio tra le due
lingue e individuato l’attivazione di alcuni “interruttori” nel
cervello.” - spiega Jubin Abutalebi, ricercatore presso il
Dipartimento di Neuroscienze dell’Università Vita- Salute San Raffaele e
primo autore del lavoro. – “Si tratta di strutture cerebrali
particolarmente importanti: la corteccia del cingolo (una struttura
nervosa coinvolta nell’attenzione e nel controllo delle nostre azioni
mentali) e il nucleo caudato (una struttura sottocorticale implicata nel
complicato processo di inibizione delle azioni). E’ plausibile che per
queste specifiche funzioni, tali aree siano cruciali nel meccanismo di
controllo delle lingue nei bilingui.”
Questo studio ha anche dimostrato che quanto più si è “esposti” ad una
lingua, e quindi la si conosce meglio, tanto più nel nostro cervello si
attivano dei sistemi neurali simili a quelli che si attivano usando la
lingua madre.
“Abbiamo osservato che vi erano differenze significative a livello
cerebrale quando i soggetti percepivano il passaggio dall’italiano al
francese rispetto al passaggio dal francese all’italiano, ovvero dalla
lingua madre alla lingua con maggiore esposizione e viceversa.” -
spiega Daniela Perani, docente di Fisiologia Psicologica all’Università
Vita-Salute San Raffaele. - “Nel primo caso vi era minor attivazione
del meccanismo di controllo delle aree celebrali, mentre nel secondo
caso vi era maggior coinvolgimento e quindi maggior attivazione degli
“interruttori”. L’esposizione ad una lingua riduce il controllo fatto
dal cervello e ne rende più semplice l’uso. E’ molto meglio per ottenere
una buona padronanza della seconda lingua essere anche esposti in
maniera adeguata a tale lingua, vivendo nel paese di origine, seguendo
programmi televisivi o radio, parlando con soggetti nativi, in modo
frequente e costante. Solo così, le due lingue si comporteranno nel
nostro cervello in maniera sovrapponibile”.
Inoltre, questo lavoro porta un contributo sostanziale ad un tema
centrale della linguistica teorica contemporanea. Da tempo, i linguisti
indagano i modi con i quali le parole si aggregano in unità complesse
per formare una frase. Queste unità, chiamate sintagmi, sono stati
finora descritti su base linguistica. In questo studio, si è ottenuta
una prova originale e molto significativa che i sintagmi hanno anche un
preciso correlato neuropsicologico: a seconda che i salti da una lingua
all’altra rispettassero o meno la struttura dei sintagmi il cervello
dava attivazioni diverse. Un fatto difficilmente spiegabile se i
sintagmi fossero solo comodi artefatti descrittivi e non precise realtà
neuropsicologiche. Questo duplice risultato, teorico ed empirico, pone
questo lavoro sulla scia di un filone che vede il San Raffaele tra i
maggiori centri di studio sul linguaggio a livello internazionale.
Lo studio è stato reso possibile grazie a finanziamenti del
Schweizerische Nationalfonds SNF/FNS e dei Programmi di Ricerca di
Interesse Nazionale italiani (PRIN) del MIUR (Ministero dell’Università
e della Ricerca).