Giovani pazienti affetti
da Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali (MICI) in forma acuta
rispondono meglio ai trattamenti standard con glucocorticolidi solo se
possiedono una particolare variante genica nel recettore cellulare che
lega questi farmaci. La versione mutata del gene è in realtà un
polimorfismo, cioè una forma alternativa che non provoca di per sé
malattia, ma che potrebbe rappresentare un marcatore molecolare da
ricercare prima di iniziare la cura, evitando ai malati - soprattutto se
giovanissimi – di assumere questa classe di farmaci, comunemente
impiegati in terapia ma caratterizzati da pesanti effetti collaterali.
La scoperta – pubblicata sulla rivista Gut - viene dai ricercatori della
Clinica Pediatrica dell’IRCCS Burlo Garofolo e dell’Università di
Trieste e dal Dipartimento di Scienze Biomediche dell’Università di
Trieste, ed è stata realizzata con il supporto della casistica di altri
due Istituti pediatrici, l’IRCCS Giannina Gaslini di Genova e l’Ospedale
pediatrico Meyer di Frirenze.
Le MICI sono patologie croniche invalidanti: causano infiammazione delle
mucose intestinali, diarrea, malassorbimento, perdita di sangue con le
feci e complicanze più gravi e, di solito, si manifestano intorno ai
10-12 anni (ma possono comparire anche nel corso della primissima
infanzia). Tra le cause di malattia i ricercatori individuano tre
componenti: la predisposizione genetica, l’alterazione della
immunoregolazione intestinale e fattori ambientali non meglio
identificati. Poiché non è stata ancora trovata una terapia risolutiva,
le MICI vengono trattate solitamente anche con farmaci glucocorticoidi,
dei quali sono noti i pesanti effetti collaterali. Una percentuale di
pazienti che si avvicina al 20 per cento, purtroppo, non risponde
neppure alle cure standard.
“La sensibilità ai glucocorticoidi dipende del recettore
intracellulare a cui essi si legano e da alcune proteine di trasporto
che possono modificare la concentrazione del farmaco all’interno della
cellula” spiega Alessandro Ventura, Direttore della Clinica
Pediatrica dell’Università di Trieste presso l’IRCCS Burlo Garofolo di
Trieste. “Perciò abbiamo deciso di intraprendere lo studio dei geni
che codificano rispettivamente per il recettore (hGR) e per una delle
principali proteine che può espellere questi farmaci dalla cellula
(MDR1)”. Analizzando la loro sequenza i ricercatori hanno
individuato alcuni polimorfismi, cioè forme geniche alternative che si
correlano con una diversa risposta ai cortisonici da parte dei soggetti
in esame. “Il nostro campione era composto da 119 pazienti con MICI
– prosegue Ventura – che abbiamo seguito per cinque anni negli IRCCS
di Trieste, Firenze e Genova. Dall’indagine è emerso che chi possiede un
particolare polimorfismo chiamato BclI relativo al recettore per questi
farmaci mostra ipersensibilità - e quindi risponde positivamente - ai
glucocorticoidi. I pazienti privi di questa variante genica, invece,
traggono scarsi benefici dal trattamento”.
Uno degli aspetti interessanti della ricerca è costituito dal fatto che
la variante genica in questione è situata in una regione del gene
(chiamata introne) che non contiene informazioni necessarie a produrre
il recettore stesso (come quelle ottenute nei cosiddetti esoni).
"Per la sua ubicazione intronica – precisa Giuliana Decorti, del
Dipartimento di Scienze Biomediche dell’Università di Trieste –
questo polimorfismo potrebbe influenzare alcuni elementi regolatori del
gene stesso. Sarebbe interessante scoprire quali sono gli elementi che
esso controlla, e confermare la sua utilità come marcatore per predire
la risposta clinica ai glucocorticoidi. Ciò eviterebbe trattamenti
destinati all'insuccesso con questi farmaci e sarebbe utile nel paziente
pediatrico, che è particolarmente sensibile ad alcuni degli effetti
indesiderati dei glucocorticoidi come il rallentamento della crescita e
le alterazioni nella mineralizzazione ossea.”
“Questa ricerca – conclude Ventura – aggiunge un tassello
importante per ciò che concerne l’approccio clinico alle MICI, patologie
per le quali il Burlo sta producendo da tempo contributi significativi.
Inoltre, conferma quanto sia importante creare sinergie tra Istituti
diversi, per affrontare un problema medico in maniera
interdisciplinare”.
“A conferma della validità dello “stile Burlo” - commenta Giorgio
Tamburlini, Direttore Scientifico del Burlo Garofolo – che consente
di integrare competenze e qualifiche diverse per offrire al paziente un
servizio di elevata qualità, va ricordato che un nostro studio su
pazienti pediatrici e giovani adulti affetti da MICI che non rispondono
alle cure tradizionali è stato inserito nel registro italiano ed europeo
dei trial clinici controllati, ed è stato selezionato e patrocinato
dall’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) a partire da quasi 500 progetti
presentati nel 2006, riguardanti malattie e farmaci orfani”.