Elaborando
un rigoroso protocollo di desensibilizzazione alimentare verso le
proteine del latte e dell’uovo, l’equipe medica della Clinica Pediatrica
dell’Università di Trieste presso l’IRCCS Burlo Garofolo – guidata dal
professor Alessandro Ventura – ha dimostrato che è possibile rieducare
l’organismo di bambini “superallergici” ad accettare questi alimenti
senza incorrere nelle reazioni gravi, e spesso letali, tipiche dei
soggetti supersensibili (anafilassi, edema della glottide). Lo studio è
durato tre anni, al termine dei quali il 36% dei bambini coinvolti - un
tempo allergici gravi con reazioni generalizzate severe per contatti
minimi con l'alimento e, quindi a rischio di vita – ha riacquisito la
capacità di nutrirsi liberamente senza manifestare reazioni avverse,
mentre il 54% è comunque riuscito a tollerare nella dieta quantità
limitate dei cibi incriminati.
Con questa sperimentazione il team pediatrico ha confermato la validità
di un approccio alle allergie alimentari che il Burlo Garofolo persegue
già da tempo, in controtendenza con la prassi condivisa dalla maggior
parte degli allergologi, che si limitano a raccomandare l’eliminazione
rigorosa dalla dieta del cibo pericoloso. I risultati ottenuti al Burlo
Garofolo di Trieste, e appena pubblicati sul Journal of Allergy and
Clinical Immunology, dimostrano la possibilità di recuperare la
tolleranza verso i cibi allergizzanti attraverso un protocollo di
reintroduzione progressiva degli alimenti nella dieta.
Le allergie alimentari – Le allergie a particolari alimenti come le
proteine del latte e dell’uovo sono in aumento in tutta Europa. In
Italia ci sono almeno 400.000 bambini tra i 5-15 anni colpiti dal
disturbo, dei quali 3000 è a rischio di gravi reazioni per minimi
contatti con l’allergene. “A questi soggetti – spiega il dottor Giorgio
Longo - Responsabile dell’Unità Operativa di Allergologia del Burlo
Garofolo - basta un contatto minimo e accidentale con la sostanza
incriminata (l’allergene), talvolta il semplice odore, per scatenare una
reazione violenta potenzialmente anche fatale”. La terapia d’urgenza a
base di adrenalina e cortisone risolve la crisi, ma bambino e famiglia
continuano a vivere nell’angoscia di incontrare gli allergeni
pericolosi. Quando questi sono il latte e l’uovo (con tutti i loro
derivati), è chiaro che la possibilità e quindi il pericolo di una
ingestione inavvertita finisce per essere elevata. “Con il nostro
protocollo abbiamo voluto colmare la lacuna terapeutica che ancora
esiste nel trattamento dei casi più gravi di allergia alimentare, dal
momento che i bambini normo- e medio-allergici tendono a guarire
spontaneamente”, prosegue Longo. “La procedura nel suo complesso è
faticosa e richiede un impegno continuo da parte dei genitori. Ma regala
a queste famiglie una qualità di vita nuovamente serena”.
Il protocollo – Sessanta bambini che per gravità sono stati etichettati
come “superallergici” a latte e uova sono stati selezionati da tutta
Italia per lo studio. Lo schema di desensibilizzazione si articola in
due fasi: la prima, a maggior rischio di reazioni, dura 10 giorni e si
svolge in Ospedale con il bambino ricoverato. Durante la degenza, il
latte viene somministrato a dosi rapidamente crescenti, iniziando da
diluizioni quasi omeopatiche e aumentando rapidamente ogni due ore
finché, alla dimissione, il bambino riesce ad assumere tra i 10 e i 20
millilitri di latte puro. La seconda fase prosegue a casa, con la
collaborazione dei genitori, che seguendo lo schema indicato continuano
a somministrare il latte, ma una sola vola al giorno e con aumenti molto
più lenti e graduali. In questo modo il bambino arriva a tollerare dosi
sempre crescenti dell’alimento fino a poter liberalizzare del tutto la
sua dieta. Il risultato positivo (guarigione) si ottiene di solito entro
un anno.
I risultati – Un terzo dei soggetti trattati ora mangia liberamente ogni
cosa. La metà non ha ancora raggiunto la dieta libera, ma può ingerire
quantità più o meno larghe di latte senza reazioni. Mentre Il 10 % dei
soggetti trattati non ha risposto positivamente all’approccio, in quanto
a ogni tentativo di aumentare le dosi ha continuato a presentare
reazioni allergiche impegnative, e ha dovuto così rinunciare al
tentativo di desensibilizzazione. Questo, che può apparire un risultato
da poco ma non lo è, rappresenta, al contrario, il traguardo più
importante per le famiglie che hanno provato la drammaticità di una
crisi anafilattica.
Si corrono dei rischi con questa strategia? “Non abbiamo avuto casi
letali, ma in alcuni casi la desensibilizzazione può dare qualche
complicazione – conferma Egidio Barbi, della Clinica Pediatrica, a
disposizione 24 ore al giorno per le eventuali emergenze della fase
domiciliare. “Si tratta di un rischio che vale la pena correre per
una ragione precisa. La strategia protettiva, cioè l’eliminazione di un
cibo, è altrettanto pericolosa: statisticamente, anche chi non mangia
l’alimento incriminato entro 5 anni dall’inizio della dieta si imbatte
casualmente nell’allergene. E, di solito, sviluppa una reazione molto
violenta”.
“Dobbiamo ringraziare tutto il personale della Clinica Pediatrica se
questa strategia ha dato i suoi frutti” conclude il direttore
Ventura “perché gli aspetti organizzativi (rigore sulle dosi,
attenzione alle contaminazioni accidentali) hanno richiesto notevoli
energie che non tutti gli ospedali, per loro stessa ammissione, sono
disposti a investire. La lista di “superallergici” in attesa di entrare
nel protocollo del Burlo si allunga di giorno in giorno, e dopo aver
desensibilizzato una bambina americana (la cui famiglia ci ha dedicato
un sito: Allergyhope.com/Italian.htlm), dagli Stati Uniti ne stiamo
aspettando un’altra”.