Genova Anno V - n°31 - 23.11.2007 Pagine Nazionali

del 23/01/2008

“Superallergie” alimentari: meglio curarle con l’allergene incriminato


clicMedicina - redazione@clicmedicina.it

Bambini  allergieElaborando un rigoroso protocollo di desensibilizzazione alimentare verso le proteine del latte e dell’uovo, l’equipe medica della Clinica Pediatrica dell’Università di Trieste presso l’IRCCS Burlo Garofolo – guidata dal professor Alessandro Ventura – ha dimostrato che è possibile rieducare l’organismo di bambini “superallergici” ad accettare questi alimenti senza incorrere nelle reazioni gravi, e spesso letali, tipiche dei soggetti supersensibili (anafilassi, edema della glottide). Lo studio è durato tre anni, al termine dei quali il 36% dei bambini coinvolti - un tempo allergici gravi con reazioni generalizzate severe per contatti minimi con l'alimento e, quindi a rischio di vita – ha riacquisito la capacità di nutrirsi liberamente senza manifestare reazioni avverse, mentre il 54% è comunque riuscito a tollerare nella dieta quantità limitate dei cibi incriminati.

Con questa sperimentazione il team pediatrico ha confermato la validità di un approccio alle allergie alimentari che il Burlo Garofolo persegue già da tempo, in controtendenza con la prassi condivisa dalla maggior parte degli allergologi, che si limitano a raccomandare l’eliminazione rigorosa dalla dieta del cibo pericoloso. I risultati ottenuti al Burlo Garofolo di Trieste, e appena pubblicati sul Journal of Allergy and Clinical Immunology, dimostrano la possibilità di recuperare la tolleranza verso i cibi allergizzanti attraverso un protocollo di reintroduzione progressiva degli alimenti nella dieta.

Le allergie alimentari – Le allergie a particolari alimenti come le proteine del latte e dell’uovo sono in aumento in tutta Europa. In Italia ci sono almeno 400.000 bambini tra i 5-15 anni colpiti dal disturbo, dei quali 3000 è a rischio di gravi reazioni per minimi contatti con l’allergene. “A questi soggetti – spiega il dottor Giorgio Longo - Responsabile dell’Unità Operativa di Allergologia del Burlo Garofolo - basta un contatto minimo e accidentale con la sostanza incriminata (l’allergene), talvolta il semplice odore, per scatenare una reazione violenta potenzialmente anche fatale”. La terapia d’urgenza a base di adrenalina e cortisone risolve la crisi, ma bambino e famiglia continuano a vivere nell’angoscia di incontrare gli allergeni pericolosi. Quando questi sono il latte e l’uovo (con tutti i loro derivati), è chiaro che la possibilità e quindi il pericolo di una ingestione inavvertita finisce per essere elevata. “Con il nostro protocollo abbiamo voluto colmare la lacuna terapeutica che ancora esiste nel trattamento dei casi più gravi di allergia alimentare, dal momento che i bambini normo- e medio-allergici tendono a guarire spontaneamente”, prosegue Longo. “La procedura nel suo complesso è faticosa e richiede un impegno continuo da parte dei genitori. Ma regala a queste famiglie una qualità di vita nuovamente serena”.

Il protocollo – Sessanta bambini che per gravità sono stati etichettati come “superallergici” a latte e uova sono stati selezionati da tutta Italia per lo studio. Lo schema di desensibilizzazione si articola in due fasi: la prima, a maggior rischio di reazioni, dura 10 giorni e si svolge in Ospedale con il bambino ricoverato. Durante la degenza, il latte viene somministrato a dosi rapidamente crescenti, iniziando da diluizioni quasi omeopatiche e aumentando rapidamente ogni due ore finché, alla dimissione, il bambino riesce ad assumere tra i 10 e i 20 millilitri di latte puro. La seconda fase prosegue a casa, con la collaborazione dei genitori, che seguendo lo schema indicato continuano a somministrare il latte, ma una sola vola al giorno e con aumenti molto più lenti e graduali. In questo modo il bambino arriva a tollerare dosi sempre crescenti dell’alimento fino a poter liberalizzare del tutto la sua dieta. Il risultato positivo (guarigione) si ottiene di solito entro un anno.

I risultati – Un terzo dei soggetti trattati ora mangia liberamente ogni cosa. La metà non ha ancora raggiunto la dieta libera, ma può ingerire quantità più o meno larghe di latte senza reazioni. Mentre Il 10 % dei soggetti trattati non ha risposto positivamente all’approccio, in quanto a ogni tentativo di aumentare le dosi ha continuato a presentare reazioni allergiche impegnative, e ha dovuto così rinunciare al tentativo di desensibilizzazione. Questo, che può apparire un risultato da poco ma non lo è, rappresenta, al contrario, il traguardo più importante per le famiglie che hanno provato la drammaticità di una crisi anafilattica.
Si corrono dei rischi con questa strategia? “Non abbiamo avuto casi letali, ma in alcuni casi la desensibilizzazione può dare qualche complicazione – conferma Egidio Barbi, della Clinica Pediatrica, a disposizione 24 ore al giorno per le eventuali emergenze della fase domiciliare. “Si tratta di un rischio che vale la pena correre per una ragione precisa. La strategia protettiva, cioè l’eliminazione di un cibo, è altrettanto pericolosa: statisticamente, anche chi non mangia l’alimento incriminato entro 5 anni dall’inizio della dieta si imbatte casualmente nell’allergene. E, di solito, sviluppa una reazione molto violenta”.


“Dobbiamo ringraziare tutto il personale della Clinica Pediatrica se questa strategia ha dato i suoi frutti” conclude il direttore Ventura “perché gli aspetti organizzativi (rigore sulle dosi, attenzione alle contaminazioni accidentali) hanno richiesto notevoli energie che non tutti gli ospedali, per loro stessa ammissione, sono disposti a investire. La lista di “superallergici” in attesa di entrare nel protocollo del Burlo si allunga di giorno in giorno, e dopo aver desensibilizzato una bambina americana (la cui famiglia ci ha dedicato un sito: Allergyhope.com/Italian.htlm), dagli Stati Uniti ne stiamo aspettando un’altra”.
 

 






 
 
 
 
 

  



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