Anno 2001: arriva
Glivec.
Anno 2007: nilotinib,
nuovo inibitore della tirosin-chinasi,
permette di superare le resistenze al Glivec
Il concetto è semplice: colpire in modo selettivo una specifica proteina
cellulare che si esprime solo nelle cellule leucemiche, risparmiando le
cellule non neoplastiche. Il “bersaglio” è stato identificato: una
proteina anomala, chiamata Bcr-Abl, responsabile di una delle forme più
gravi di leucemia, la Leucemia Mieloide Cronica Ph+.
È questa la “rivoluzione” nella terapia dei tumori del sangue che ha
preso avvio, nel 2001, quando è stato reso disponibile Glivec, un
farmaco innovativo per il trattamento della leucemia mieloide cronica Ph
+, il primo capace di agire in modo specifico su quella anomalia
cellulare.
Con risultati straordinari, mai ottenuti con nessun altro farmaco: i
dati a 5 anni, presentati nel 2006 al Congresso dell’ASCO (American
Society Clinical Oncology), hanno evidenziato una percentuale di
sopravvivenza tra i pazienti trattati di circa il 90 per cento, con un
periodo di cinque anni libero da progressione della malattia, una
qualità della vita assolutamente buona ed effetti collaterali molto
contenuti.
Prima del Glivec oltre la metà dei pazienti affetti da questa forma di
leucemia progredivano verso le fasi avanzate della malattia entro i
primi tre anni, con percentuali di sopravvivenza molto basse.
Il Glivec è così diventato, e lo è tutt’oggi, la terapia d’elezione per
questa patologia. Tuttavia, nonostante gli ottimi risultati che si
ottengono nella maggior parte dei pazienti trattati, in alcuni casi può
però verificarsi un fallimento terapeutico, a causa della comparsa di
resistenza o intolleranza al trattamento. Il fenomeno coinvolge solo una
piccola parte dei pazienti: tra le persone affette da leucemia mieloide
cronica in fase cronica la percentuale di resistenza a imatinib è
stimata intorno al 4%.
La resistenza può dipendere da cause biologiche, se nel corso
dell'evoluzione della malattia nelle cellule malate si producono
cambiamenti che modificano il bersaglio su cui agisce imatinib,
riducendo la capacità del farmaco di esercitare la sua azione. Oppure,
la causa della resistenza, può essere farmacologica dovuta cioè a
meccanismi che riducono la concentrazione di imatinib nelle cellule
malate.
Anche se si tratta di un numero esiguo di pazienti, la ricerca è andata
avanti e ha messo a punto nilotinib, un inibitore della tirosin chinasi
BCR-ABL di seconda generazione, dotato di una maggiore selettività e
potenza, caratteristiche che si traducono in una rapida risposta clinica
nei pazienti che per ragioni diverse possono non rispondere più a
imatinib.
Negli studi clinici, i due terzi dei pazienti hanno risposto alla
terapia con nilotinib e nella maggior parte dei casi la risposta è stata
raggiunta rapidamente. Come già avvenuto per Glivec, dato il significato
clinico di questi risultati nilotinib ha ottenuto l’approvazione da
parte del Comitato scientifico dell’EMEA (CHMP) con procedura d’urgenza.
Con questo nuovo farmaco, lo spettro di efficacia delle attuali terapie
contro la leucemia mieloide cronica si allarga. Ma la ricerca non si
ferma: nella pipeline di Novartis sono in fase iniziale di sviluppo
altre molecole, basate su un meccanismo d’azione diverso rispetto agli
inibitori delle tirosin-chinasi, che nei prossimi anni potrebbero
assicurare una copertura terapeutica a un numero di pazienti sempre
maggiore, riducendo al minimo i casi di resistenza.