Genova Anno V - n°30 - 20.09.2007 Pagine Nazionali

 del 17/10/2007

 

La storia delle terapie mirate contro i tumori del sangue


clicMedicina - redazione@clicmedicina.it 

Anno 2001: arriva Glivec.
Anno 2007: nilotinib,
nuovo inibitore della tirosin-chinasi,
permette di superare le resistenze al Glivec


Il concetto è semplice: colpire in modo selettivo una specifica proteina cellulare che si esprime solo nelle cellule leucemiche, risparmiando le cellule non neoplastiche. Il “bersaglio” è stato identificato: una proteina anomala, chiamata Bcr-Abl, responsabile di una delle forme più gravi di leucemia, la Leucemia Mieloide Cronica Ph+.
È questa la “rivoluzione” nella terapia dei tumori del sangue che ha preso avvio, nel 2001, quando è stato reso disponibile Glivec, un farmaco innovativo per il trattamento della leucemia mieloide cronica Ph +, il primo capace di agire in modo specifico su quella anomalia cellulare.
Con risultati straordinari, mai ottenuti con nessun altro farmaco: i dati a 5 anni, presentati nel 2006 al Congresso dell’ASCO (American Society Clinical Oncology), hanno evidenziato una percentuale di sopravvivenza tra i pazienti trattati di circa il 90 per cento, con un periodo di cinque anni libero da progressione della malattia, una qualità della vita assolutamente buona ed effetti collaterali molto contenuti.
Prima del Glivec oltre la metà dei pazienti affetti da questa forma di leucemia progredivano verso le fasi avanzate della malattia entro i primi tre anni, con percentuali di sopravvivenza molto basse.
Il Glivec è così diventato, e lo è tutt’oggi, la terapia d’elezione per questa patologia. Tuttavia, nonostante gli ottimi risultati che si ottengono nella maggior parte dei pazienti trattati, in alcuni casi può però verificarsi un fallimento terapeutico, a causa della comparsa di resistenza o intolleranza al trattamento. Il fenomeno coinvolge solo una piccola parte dei pazienti: tra le persone affette da leucemia mieloide cronica in fase cronica la percentuale di resistenza a imatinib è stimata intorno al 4%.
La resistenza può dipendere da cause biologiche, se nel corso dell'evoluzione della malattia nelle cellule malate si producono cambiamenti che modificano il bersaglio su cui agisce imatinib, riducendo la capacità del farmaco di esercitare la sua azione. Oppure, la causa della resistenza, può essere farmacologica dovuta cioè a meccanismi che riducono la concentrazione di imatinib nelle cellule malate.
Anche se si tratta di un numero esiguo di pazienti, la ricerca è andata avanti e ha messo a punto nilotinib, un inibitore della tirosin chinasi BCR-ABL di seconda generazione, dotato di una maggiore selettività e potenza, caratteristiche che si traducono in una rapida risposta clinica nei pazienti che per ragioni diverse possono non rispondere più a imatinib.
Negli studi clinici, i due terzi dei pazienti hanno risposto alla terapia con nilotinib e nella maggior parte dei casi la risposta è stata raggiunta rapidamente. Come già avvenuto per Glivec, dato il significato clinico di questi risultati nilotinib ha ottenuto l’approvazione da parte del Comitato scientifico dell’EMEA (CHMP) con procedura d’urgenza.

Con questo nuovo farmaco, lo spettro di efficacia delle attuali terapie contro la leucemia mieloide cronica si allarga. Ma la ricerca non si ferma: nella pipeline di Novartis sono in fase iniziale di sviluppo altre molecole, basate su un meccanismo d’azione diverso rispetto agli inibitori delle tirosin-chinasi, che nei prossimi anni potrebbero assicurare una copertura terapeutica a un numero di pazienti sempre maggiore, riducendo al minimo i casi di resistenza.

 






  

 


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