Genova Anno V - n°30 - 20.09.2007 Pagine Nazionali

 del 17/10/2007

 

Glivec, un campione difficile da battere


clicMedicina - redazione@clicmedicina.it 

Professor Saglio*, a sei anni dall’avvento del Glivec registriamo l’arrivo di altre molecole, come nilotinib, indicate per il trattamento della leucemia mieloide cronica: quale è adesso il ruolo del Glivec in questa area terapeutica?
Il Glivec è tuttora il caposaldo della terapia ed è destinato a rimanere per lungo tempo il farmaco di riferimento per la leucemia mieloide cronica, soprattutto rispetto alla fase cronica iniziale della malattia. Questo perché combina un risultato terapeutico da record - con una percentuale di sopravvivenza a 5 anni pari all’89 per cento - con effetti collaterali che oramai conosciamo e riusciamo in larga misura a controllare: l’esperienza con questo farmaco data ormai da 5-6 anni, un arco di tempo che ci permette di conoscere gli effetti collaterali sia a breve che a lungo termine. Questo mix di efficacia ed esperienza clinica fa del Glivec un campione molto difficile da battere.

Quale impatto ha avuto il Glivec nella terapia della leucemia mieloide cronica?
Un impatto straordinario: il Glivec ha cambiato radicalmente le prospettive di sopravvivenza e di vita dei pazienti. La terapia usata prima dell’avvento del Glivec, l’interferone, dava risultati certamente migliori rispetto alla chemioterapia tradizionale, ma le percentuali di sopravvivenza non andavano oltre il 30-40 per cento. Glivec ha più che raddoppiato questi risultati, portandoli a valori altissimi: la sopravvivenza a 5 anni dei pazienti arruolati nello studio Iris è dell’89 per cento: e va notato come il 5 per cento dei pazienti non sopravvissuti è morto per cause indipendenti dalla malattia. Le anticipazioni sui dati a 6 anni confermano questi risultati. Quindi si tratta ormai di una sopravvivenza di lunga durata.

In termini di qualità di vita, quali sono i benefici del Glivec?
Quasi tutti i pazienti conducono una vita assolutamente normale e vengono definiti “funzionalmente guariti”. Ovviamente, è fondamentale che continuino ad assumere il farmaco ogni giorno, non diversamente da quanto avviene per contrastare patologie meno gravi, come l’ipertensione. A volte è proprio l’efficacia del farmaco che può causare problemi perché alcuni pazienti pensano di essere guariti in maniera definitiva e questo li porta a diminuire il dosaggio o a sospendere il farmaco favorendo la ripresa della malattia. Gli effetti collaterali sono assolutamente accettabili e modesti e si possono gestire con relativa facilità. Solo nel 3-4 per cento dei casi si registrano fenomeni di intolleranza grave che impongono la sospensione della terapia.

Quali sono i prevedibili sviluppi della terapia della leucemia mieloide cronica?
Abbiamo due aree di lavoro. La prima consiste nell’ottimizzare l’impiego del Glivec. Riteniamo che gli eccellenti risultati ottenuti finora possono essere ancora migliorabili attraverso un uso ottimale delle terapia. I medici hanno acquisito maggiore familiarità con il farmaco, ne conoscono gli effetti collaterali, hanno maggiori elementi per valutarne il dosaggio, la concentrazione plasmatica e la risposta a livello molecolare: insomma si conoscono meglio una serie di parametri che ci permettono di massimizzare l’efficacia del Glivec. Su un altro versante, dobbiamo cercare di trovare una soluzione per quella percentuale di pazienti che non rispondono alla terapia o nei quali la terapia perde di efficacia nel corso del tempo. Su questo fronte possiamo contare su nuove molecole tra cui ora anche nilotinib, che ci offrono una possibilità di terapia nelle fasi croniche resistenti della malattia, con ottimi risultati in termini sia di percentuale e qualità della risposta che di durata della risposta nel tempo. Ma ci sono purtroppo ancora alcuni pazienti (6-7% del totale) che non riusciamo a trattare adeguatamente perché evolvono rapidamente verso la fase blastica della malattia o si presentano già fin dall’inizio in una fase avanzata della malattia. Dobbiamo scoprire e studiare le alterazioni molecolari che determinano questa progressione dalla malattia.

Glivec ha inaugurato l’era delle terapie mirate contro i tumori del sangue: cosa possiamo aspettarci a breve da questo filone di ricerca?
Glivec è il capostipite di una nuova classe di molecole, basate sull’inibizione dell’attività tirosin chinasica. Le tirosin chinasi sono degli enzimi attraverso i quali la cellula trasmette messaggi di particolare importanza, quali possono essere quelli della proliferazione o della morte cellulare. Hanno un ruolo di primo piano nello sviluppo delle malattie oncologiche. Il Glivec è un farmaco rivoluzionario in quanto è stato il primo capace di inibire questa attività enzimatica in modo selettivo, interrompendo la trasmissione dei segnali che innescano il processo degenerativo delle cellule, senza però danneggiare le cellule sane: grazie a questo meccanismo di azione abbiamo potuto ottenere una efficacia e tollerabilità non comparabili con nessuna altra precedente terapia. Oggi sono allo studio numerosi altri inibitori della tirosin chinasi che potrebbero darci risultati interessanti nella terapia dei tumori. Il Glivec ha il merito storico di aver aperto un filone di ricerca del tutto nuovo e molto promettente.

 

* Giuseppe Saglio
Direttore Medicina Interna 2 ed Ematologia,
Dipartimento di Scienze Cliniche e Biologiche,
Ospedale “San Luigi Gonzaga”, Università di Torino

 






  

 


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