Le malattie
cardiovascolari: un problema sociale molto sottovalutato
Le malattie cardiovascolari sono la prima causa di invalidità e
morte nel mondo. Secondo recenti statistiche
17,5 milioni di persone sono morte a causa di malattie cardiovascolari
nel 2005. Di queste morti 7,6 milioni sono state ricondotte a malattia
coronaria e 5,7 milioni ad ictus cerebrale. Globalmente la malattie
cardiovascolari sono responsabili di circa il 30% delle morti ogni anno
nel mondo (in Italia questa percentuale sale addirittura al 40%, secondo
i dati ISTAT). Se non si metteranno in atto appropriate strategie di
prevenzione primaria, nei soggetti apparentemente sani, che non hanno
ancora avuto eventi cardiovascolari, si è ipotizzato che nel 2015 circa
20 milioni di persone moriranno per malattie cardiovascolari, nel mondo.
Fattori di rischio cardiovascolare e prevenzione delle malattie
cardiovascolari
La prevenzione delle malattie cardiovascolari si attua
attraverso la correzione dei fattori di rischio, definiti come non
trattabili o non modificabili e trattabili o modificabili (Tabella 2).
Sulla correzione di questi ultimi, attraverso un sano stile di vita e
l’utilizzo di farmaci specifici su indicazione del medico, si deve
concentrare l’attenzione del pubblico e degli operatori sanitari.
Tabella 1. Principali fattori di rischio cardiovascolare.
Fattori di rischio non trattabili
Età
Familiarità per malattie cardiovascolari precoci (<55 anni nei maschi ed
<65 anni nelle femmine)
Sesso maschile
Fattori di rischio trattabili
Fumo di sigaretta
Inattività fisica
Ipertensione arteriosa
Obesità
Ipercolesterolemia totale
Ipercolesterolemia LDL (il colesterolo “cattivo”) • Bassi livelli di
colesterolemia HDL (il colesterolo “buono”)
Ipertrigliceridemia
Diabete (iperglicemia)
Quale è la diffusione dei principali fattori di rischio
cardiovascolare nella popolazione?
L’Osservatorio
Epidemiologico Cardiovascolare Italiano, che ha valutato 9.712 soggetti
di età compresa tra i 35 ed i 74 anni visitati in 51 centri ospedalieri
pubblici diffusi omogeneamente sul territorio nazionale, ha evidenziato
come sia elevata la presenza di fattori di rischio cardiovascolare
modificabili su cui effettuare un’adeguata prevenzione primaria (Tabella
2). In particolare l’ipercolesterolemia e l’ipertensione arteriosa sono
risultati i più diffusi in assoluto.
Tabella 2. Fattori di rischio cardiovascolare in Italia (Osservatorio
epidemiologico Cardiovascolare Italiano).
Fattore di rischio
Prevalenza (%)
Ipercolesterolemia LDL
62
Ipercolesterolemia totale
58
Ipertensione arteriosa
49
Sedentarietà
40
Fumo
26
Obesità
20
Diabete
8
Ovviamente la diffusione di questi fattori di rischio nella popolazione
generale, cioè non afferente ai centri ospedalieri o agli ambulatori
medici, è più bassa, ma comunque significativa, se si pensa ad esempio
che secondo i dati ISTAT l’ipertensione arteriosa è la più frequente
condizione cronica dopo l’artrosi o l’artrite con una prevalenza del 14%
nella popolazione generale. L’obesità ha una prevalenza del 10% (ma il
34% degli italiani è in sovrappeso, anticamera dell’obesità), il diabete
del 5% e l’ipercolesterolemia del 20%. Purtroppo i vari fattori di
rischio tendono a coesistere ed a potenziarsi l’un l’altro aumentando
ulteriormente il livello del rischio assoluto cardiovascolare
individuale. In particolare la coesistenza di alcuni fattori di rischio
cardiovascolare configura una condizione nota come sindrome metabolica.
La sindrome metabolica
La sindrome metabolica, è una condizione piuttosto diffusa nella
popolazione dei paesi più industrializzati, ed è caratterizzata dalla
contemporanea presenza di più fattori di rischio cardiovascolare tra
ipertensione arteriosa, obesità, dislipidemia ed iperglicemia. Vi sono
varie definizioni di sindrome metabolica, come quelle delle Linee Guida
Americane (NCEP-ATP III) e quelle della Federazione Internazionale per
il Diabete (IDF) entrambe pubblicate nel 2005 e quelle più recenti della
Società Europea dell’Ipertensione Arteriosa e di Cardiologia (ESH-ESC)
del 2007. Tra le definizioni più utilizzate oggi in Europa ed in Italia
vi è quella dell’IDF (Tabella 3).
Tabella 3. Definizione di sindrome metabolica secondo IDF.
Aumento della circonferenza addominale (uomo ≥94 cm o donna ≥80 cm)
ed almeno 2 tra i seguenti fattori
di rischio:
Ipertrigliceridemia: ≥150 mg/dL o in trattamento farmacologico specifico
per questa condizione
Bassi livelli di colesterolemia HDL: uomo <40 mg/dL o donna <50 mg/dL o
in trattamento farmacologico specifico per questa condizione
Ipertensione arteriosa: ≥130/85 mmHg o in trattamento farmacologico
specifico per questa condizione
Iperglicemia o diabete: ≥100 mg/dL
La sindrome metabolica, riconosce verosimilmente diverse cause, anche se
l’obesità viscerale (cioè l’accumulo di grasso a livello addominale) e
l’insulino-resistenza costituiscono due dei principali fattori causali
di questa condizione che, interagendo tra loro in maniera complessa,
concorrono alla determinazione anche degli altri fattori di rischio che
compongono la sindrome. Quando è presente un’insulino-resistenza
l’organismo non riesce ad utilizzare al meglio la propria insulina per
trasformare gli alimenti (soprattutto gli zuccheri) in energia. Ne
consegue una profonda alterazione dell’intero metabolismo, che può
portare al diabete, alla dislipidemia ed all’ipertensione, oltre
ovviamente all’obesità.
La prevalenza e la rilevanza clinico-epidemiologica del fenomeno
sindrome metabolica è impressionante Circa un quarto della popolazione
mondiale è affetta da questa condizione (Tabella 4). In Italia, i pochi
studi disponibili indicano una prevalenza media di poco superiore al
20%, che tuttavia aumenta con l’aumentare dell’età, per cui in soggetti
di 70 o più anni la sindrome metabolica è 6 volte più frequente che
negli individui di età inferiore a 40 anni. Inoltre la sindrome
metabolica è particolarmente frequente nel diabetico, arrivando ad
interessare tra il 70 ed il 90% dei soggetti.
Tabella 4. Prevalenza della sindrome metabolica in vari paesi.
| Paese |
Numero di soggetti
esaminati |
Prevalenza (%) |
| Italia |
9.712 |
23 |
| Europa |
11.512 |
15 |
| Stati Uniti |
3.601 |
39 |
| Asia |
1.384 |
14 |
Esistono oggi numerosi studi epidemiologici prospettici che dimostrano
come i vari componenti della sindrome metabolica rappresentino
separatamente dei potenti fattori di rischio cardiovascolare sia nella
popolazione generale che nei pazienti affetti da diabete mellito, e che
quando questi fattori si associano a determinare la sindrome metabolica,
essi aumentano il rischio di morte cardiovascolare di circa 2 volte
rispetto ai soggetti che non ne sono affetti e di circa 3 volte il
rischio di ictus cerebrale o cardiopatia ischemica. Nei soggetti
diabetici con sindrome metabolica questo rischio sale addirittura a 5
volte rispetto ai soggetti sani.
Come identificare in maniera semplice un individuo con sindrome
metabolica?
Identificare un individuo con sindrome metabolica è semplice. L’obesità
viscerale si determina con un semplice metro da sarto o in maniera più
complessa con un misuratore della massa grassa. La pressione si misura
con uno sfigmomanometro. Un semplice prelievo del sangue a digiuno
permette di determinare la glicemia, la colesterolemia HDL e la
trigliceridemia.
L’ipertensione arteriosa
L’ipertensione arteriosa è la componente più frequente della
sindrome metabolica nelle popolazioni europee, essendo presente in circa
il 45% dei soggetti affetti da questa condizione, seguita dalla
dislipidemia (30%), dall’iperglicemia (20%) e dall’obesità (15%). Oltre
alla misurazione nell’ambulatorio medico in questi pazienti un ruolo
particolarmente utile è rivestito dall’automisurazione domiciliare. Si
tratta infatti di pazienti nei quali la definizione del corretto livello
di pressione ed il conseguente buon controllo pressorio con la terapia
risultano difficoltosi, soprattutto se basati su misurazioni della
pressione sporadiche ed isolate effettuate nello studio medico. D’altro
canto questi soggetti necessitano di un controllo pressorio più stretto
rispetto agli ipertesi con rischio cardiovascolare basso, con target
pressori più bassi dei consueti 140/90 mm Hg. Infatti le Linee Guida
suggeriscono di portare i valori pressori di questi in individui sotto i
130/80 mm Hg. L’automisurazione domiciliare della pressione fornisce una
valutazione attendibile del livello pressorio del paziente con sindrome
metabolica in quanto si tratta di una misurazione oggettiva (esente ad
esempio dal fenomeno camice bianco) ed ottenuta durante la vita di tutti
i giorni, in varie situazioni comportamentali.
Questo comporta una maggiore probabilità di ottenere un buon controllo
pressorio ed una più consistente riduzione pressoria. Siccome la
pressione misurata a domicilio è più bassa in media di quella rilevata
dal medico le Linee Guida consigliano di mantenere valori <120/80 mm Hg
nei pazienti con sindrome metabolica.
I misuratori elettronici della pressione arteriosa sono semplici da
usare, soprattutto quelli automatici: il paziente deve sedersi, in
ambiente tranquillo, applicare correttamente il bracciale, rilassarsi
per qualche minuto, ed effettuare la misurazione premendo il pulsante
sul misuratore, evitando qualsiasi movimento durante la misurazione. Le
Linee Guida Europee suggeriscono modalità di automisurazione ben
standardizzate con periodi di monitoraggio non inferiori alla settimana,
utili per definire il livello pressorio del soggetto (Tabella 5).
Tabella 5. Modalità di automisurazione della pressione secondo le Linee
Guida ESH-ESC.
Utilizzare sempre misuratori clinicamente validati ed accurati
Preferire i misuratori elettronici automatici da braccio
E’ consigliabile effettuare 2-3 misurazioni al mattino (preferibilmente
tra le 6 e le 9, prima dell’eventuale assunzione della terapia) e 2-3
alla sera (preferibilmente tra le 18 e le 21)
Tutti i giorni o per non meno di 3 giorni alla settimana per almeno 1
settimana (con un numero minimo di misurazioni pari a 24) nella fase
diagnostica o di valutazione della terapia
Durante il follow-up è sufficiente un giorno di monitoraggio alla
settimana • Utile effettuare il monitoraggio comunque nella settimana
precedente la vista medica
La diagnosi deve essere fatta calcolando il valore medio di tutte le
misurazioni, scartando il primo giorno di monitoraggio.
Particolarmente utile il monitoraggio domiciliare della pressione per la
valutazione del controllo pressorio al mattino, cioè in occasione del
risveglio quando il rischio di eventi cardiovascolari è particolarmente
elevato.
L’ipertensione mattutina (cioè valori di pressione automisurata al
mattino ≥135/85 mm Hg) è particolarmente frequente nei pazienti ipertesi
con sindrome metabolica in trattamento antiipertensivo, con una
prevalenza del 50-60%.
L’obesità
Esistono due tipi di obesità. Il tipo viscerale (o centrale o
androide) è caratterizzato da accumulo di grasso addominale ed è tipico
del soggetto maschio (la cosiddetta “pancia”). Il tipo periferico (o
sottocutaneo o ginoide) è caratterizzato da accumulo di grasso a livello
dei glutei e delle cosce ed è tipico delle femmine.
L’obesità viscerale è tra le forme di obesità quella più grave per la
sua elevata associazione con il rischio di malattie cardiovascolari. Il
modo più semplice per determinare l’obesità viscerale è misurare la
circonferenza addominale, cioè il “giro vita” con un metro da sarto,
facendolo passare lungo un piano orizzontale a metà strada tra il
margine inferiore delle coste ed il margine superiore dell’anca (la
cosiddetta spina iliaca anteriore superiore). L’obesità viscerale è
diagnosticata secondo le linee guida IDF in presenza di una
circonferenza addominale ≥94 cm nell’uomo o ≥80 cm nella donna. Tuttavia
l’obesità si può derivare in maniera più grossolana determinando
l’indice di massa corporea o IMC, ottenuto dal rapporto tra il proprio
peso (in kg) e l’altezza la quadrato (in metri). Le Linee Guida Europee
considerano un soggetto in sovrappeso, cioè con un IMC >25 kg/m2 come
affetto da obesità, soglia che grossolanamente corrisponde a livelli di
circonferenza addominale compatibili con l’obesità viscerale.
Oltre alla determinazione del grasso viscerale mediante misurazione
della circonferenza addominale, esiste un metodo più complesso ed
avanzato per misurare la massa grassa, cioè di quella componente del
nostro organismo costituita da tessuto adiposo, poverissimo di acqua e
che tende a depositarsi senza essere bruciato.
Si tratta del metodo impedenziometrico, basato sul dato fisico che
l'acqua è un buon conduttore di corrente elettrica, mentre il grasso è
un buon isolante. Siccome la massa magra, cioè quella componente del
nostro organismo costituita da sostanze non lipidiche (es. proteine,
minerali, glucidi) è costituita prevalentemente da acqua, determinando
il contenuto di acqua dell'organismo, e quindi la massa magra, è
possibile risalire facilmente al contenuto di massa grassa del nostro
organismo. L’impedenziometro non è altro che un apparecchio in grado di
rilevare la resistenza opposta dai tessuti al transito di correnti a
basso voltaggio ed altissima frequenza, e quindi innocue, attraverso due
elettrodi posizionati in due estremità del corpo, ad es. sulle mani e
sui piedi. Sulla base delle modalità di trasmissione del flusso di
corrente attraverso il corpo viene calcolata la percentuale di massa
grassa e magra del nostro corpo. Ovviamente maggiore è la percentuale di
massa grassa, maggiore è la quantità di grasso viscerale. Secondo
recenti studi percentuali di massa grassa >21% nel maschio e >31% nella
femmina sono compatibili con un IMC >25 kg/m2, e possono essere
considerati come valori soglia per diagnosticare una sindrome
metabolica.
La dislipidemia e l’iperglicemia
La valutazione dei livelli di colesterolo HDL e di trigliceridi
nel sangue è facilmente ottenibile con un prelievo a digiuno,
considerando come valori normali di colesterolo HDL quelli ≥40 mg/dL
nell’uomo e ≥50 mg/dL nella donna, come valori normali di
trigliceridemia quelli <150 mg/dL e come valori normali di glicemia
quelli <100 mg/dL.
Come gestire la sindrome metabolica?
Un‘efficace prevenzione delle conseguenze della sindrome
metabolica, principalmente l’ictus cerebrale, la
nefropatia, la cardiopatia ischemica, e la sua conseguenza diretta lo
scompenso cardiaco, si attua in primo luogo impostando un corretto stile
di vita e quindi utilizzando farmaci in grado di controllare i vari
fattori di rischio. Le indicazioni sulle modifiche dello stile di vita
riguardano principalmente l’attività fisica e la dieta, come indicato
dalle Linee Guida (Tabella 6). Esse vanno istituite sempre in tutti i
pazienti verificandone l’osservanza nel tempo dal parte dei pazienti
stessi.
Tabella 6. Modifiche dello stile di vita da attuare nei pazienti a
rischio cardiovascolare secondo le Linee Guida ESH-ESC.
Abolizione del fumo
Calo ponderale e stabilizzazione del peso (IMC <25 kg/m2)
Riduzione dell’eccesso di consumo di alcoolici (<20-30 g/die di etanolo
o 2-3 bicchieri di vino
nell’uomo e <10-20 g/die o 1-2 bicchieri di vino nella donna)
Attività fisica aerobica moderata (camminate, nuoto, jogging,
bicicletta) per 30-45 minuti al giorno
Riduzione del consumo di sodio con la dieta (non più di 5 gr di sale al
giorno)
Incremento dell’apporto di frutta e verdura (4-5 porzioni, pari a 300 g/die)
Riduzione della quantità di grassi alimentari, soprattutto saturi
(quelli contenuti soprattutto nella carne rossa, nel burro e nei
formaggi grassi).
Per quanto riguarda i farmaci, per il diabete saranno utilizzati gli
ipoglicemizzanti orali, e solo nelle forme avanzate l’insulina, per
l’ipertensione arteriosa gli antiipertensivi, con una preferenza per gli
ACE-inibitori, gli antagonisti dell’angiotensina II ed i
calcio-antagonisti, per la dislipidemia gli ipolipemizzanti, ed in
particolare le statine ed i fibrati. I nuovi farmaci antiobesità possono
essere indicati nei casi estremi, mentre il regolare esercizio fisico ed
un’attività il meno possibile sedentaria sono il cardine per il
mantenimento del peso corporeo ottimale.
L’attività fisica regolare può essere monitorata con i contapassi. Si
tratta di strumenti elettronici portatili di piccole dimensioni che,
applicati ad es. alla vita, sono in grado di misurare i movimenti del
corpo e quindi il numero di passi e la velocità del cammino,
determinando anche le calorie consumate. Una camminata di circa 40
minuti al giorno corrisponde a circa 10 mila passi, consigliati dalle
Linee Guida per mantenere un buon livello di attività fisica.
La pressione misurata regolarmente a casa propria, dal medico o in
farmacia con misuratori elettronici clinicamente validati, permette di
valutare il grado di controllo pressorio che nei pazienti con sindrome
metabolica deve essere <130/80 mm Hg quando la pressione è misurata
nell’ambulatorio medico ed <120/80 mm Hg quando è misurata dal paziente
a casa propria. Il peso può essere monitorato con moderne bilance
elettroniche che possono fungere anche da misuratori della massa grassa,
determinando l’IMC e la percentuale di massa grassa, ma anche fornendo
utili informazioni sul fabbisogno calorico a riposo, che permette di
regolare l’introito calorico con la dieta.
Infine è importante controllare periodicamente (ogni 3-6 mesi) la
glicemia, la colesterolemia HDL e la trigliceridemia. Il controllo può
essere effettuato le prime volte in un laboratorio di analisi. Una volta
raggiunti valori di normalità che si mantengono nel tempo, il controllo
può essere effettuato dal medico o a casa propria, in caso di
disponibilità di apparecchi che rilevano questi parametri dal sangue
capillare prelevato con una piccola puntura del polpastrello.
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* Dott. Stefano Omboni, Istituto Italiano di Telemedicina, Varese