Genova Anno V - n°30 - 20.09.2007 Pagine Nazionali

 del 01/10/2007

La prevenzione dell’ictus cerebrale: quanto conta il fumo?


Massimo Del Sette

Massimo Del Sette

E’ ormai usuale sentire dire dal vicino di casa, dallo studente, dalla signora nel negozio di alimentari che “il fumo fa male”. Se andiamo in tabaccheria, gli scaffali delle sigarette sembrano invitarci a gesti scaramantici più che all’acquisto di sigarette e tabacchi. Ciononostante, sono ancora molti i fumatori in Italia, malgrado le campagne organizzate dal Ministero della Salute. Per chiarire innanzitutto il linguaggio utilizzato dai medici e dagli epidemiologi circa i comportamenti non “salutari”, occorre tenere ben presente il concetto di “fattore di rischio”, di largo impiego non solo in medicina. Con tale termine si intende una determinata condizione (non necessariamente una malattia) che comporta un aumentato RISCHIO di un evento. A titolo di esempio, si può dire che mangiare gli spaghetti al sugo ad occhi chiusi è un “fattore di rischio” per sporcarsi la camicia. Detto in termini più scientifici, se prendo 20 persone e dò loro un piatto di spaghetti al sugo, ma a 10 di loro bendo gli occhi, nel gruppo con occhi aperti ci potrà essere solo una persona con la camicia sporca, mentre nell’altro gruppo saranno 3: si dirà allora che mangiare spaghetti con gli occhi chiusi aumenta di 3 VOLTE il rischio di sporcarsi. In base a questo elementare concetto, per arrivare ad affermare che un determinato fattore aumenta il rischio di una malattia occorre studiare un elevato numero di persone esposte, e vedere quanto spesso manifestano la malattia; non solo, ma ancora più importante è verificare se, una volta rimosso tale fattore (cioè, seguendo il nostro esempio, “sbendati” i mangiatori di spaghetti) il rischio torna al livello precedente.
Il fumo di sigaretta rappresenta con certezza un fattore di rischio per tumore polmonare, tumore vescicale, infarto miocardio ed ictus cerebrale. Ci soffermeremo solo su quest’ultimo per ribadire alcuni concetti che oggi sono giunti ad essere delle certezze. La letteratura scientifica ha provato che :
1. fumare sigarette aumenta il rischio di ictus di almeno 2 volte;
2. il rischio di ictus riguarda sia l’ischemia cerebrale che l’emorragia cerebrale;
3. il rischio aumenta all’aumentare del numero di sigarette: se con 14 sigarette al giorno il rischio è circa di 3 volte, oltre le 25 sigarette si arriva a ben 6 volte! (infatti, già a partire da 10 sigarette in su si viene considerati “forti fumatori”).

A queste brutte notizie fanno però da contraltare le considerazioni positive, che sono:
1. la cessazione del fumo comporta una riduzione del rischio, che impiega del tempo a tornare uguale a quello dei non fumatori (dopo 3-5 anni è come non si fosse mai fumato);
2. prima si smette, meglio è: una persona che cessa di fumare a 50 anni aggiunge 5 anni alla sua aspettativa di vita, mentre se smette a 40 ne aggiunge ben 9!
3. una ultima considerazione “ottimistica” (e sicuramente positiva per i rapporti inter-personali) è che il cosiddetto fumo passivo non è dimostrato essere un fattore di rischio per l’ictus (ma purtroppo lo è per l’infarto miocardico…).

Sono queste le basi scientifiche del rapporto tra ictus e fumo di sigaretta, sufficientemente solide per invitare le persone a non fumare, oppure a cessare di fumare prima possibile. I medici sono consapevoli della difficoltà a realizzare tale proposito, per motivi di dipendenza psicologica e farmacologica; vi sono già in molte regioni di Italia dei gruppi di specialisti dediti all’aiutare le persone a raggiungere questo risultato estremamente importante per la salute, eventualmente anche con l’aiuto di supporto farmacologico e psicologico.
Una ultima considerazione merita di essere fatta, in opposizione al noto aforisma di Woody Allen “ho smesso di fumare, vivrò una settimana in più e quella settimana pioverà a dirotto!”: La riduzione del rischio di malattia può comportare, come abbiamo visto, anche un allungamento della durata della vita, ma non è quello in prima istanza l’obiettivo. Infatti, a parità di durata di vita, il fumatore andrà incontro a malattia prima del non fumatore e si potrà ritrovare con più o meno gravi disabilità negli ultimi anni di vita. Si tratta quindi non di vivere più a lungo, ma di vivere meglio, per se stessi e per le persone che amiamo.

 






  

 


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