L’obesità è il risultato
dell’accumulo di grasso corporeo. Per la definizione quantitativa di
obesità in età evolutiva è necessario tenere conto di età e sesso, dal
momento che la composizione corporea varia fisiologicamente con questi.
Attualmente non vi è consenso sulle modalità di misurazione del tessuto
adiposo in età pediatrica. Le definizioni generalmente sono basate sulle
misurazioni antropometriche o su indici da esse derivati, tra i quali il
Body Mass Index (BMI). Negli ultimi 20 anni sono state pubblicate
numerose carte di crescita nazionali. Anche in Italia sono disponibili
da alcuni anni carte nazionali di riferimento per altezza, peso e BMI
dai 2 ai 20 anni “generali”, per i nuclei familiari con genitori di
provenienza mista, per l’Italia del Sud e l’Italia del Centro-Nord (Cacciari
E, et al, 2006), con i cut-off per il sovrappeso e l’obesità, che per
l’adulto corrispondono ad un BMI di 25 e 30 Kg/m2 rispettivamente.
L’obesità infantile ha raggiunto livelli epidemici; la sua prevalenza è
in rapido aumento in tutto il mondo, specie nei paesi sviluppati. Negli
Stati Uniti il 25% dei bambini è in sovrappeso e l’11% obeso. In Europa
la prevalenza di sovrappeso ed obesità è più alta nei Paesi del Sud che
in quelli del Nord. In Italia il 30-35% dei bambini è sovrappeso e il
10-12% obeso (Istituto Auxologico Italiano, dati annuali 2003).
L’obesità insorge quando l’apporto energetico eccede la spesa
energetica. Tale squilibrio ha, in genere, una genesi multifattoriale.
Infatti, sebbene fattori genetici possano influenzare la suscettibilità
ad un ambiente favorente l’obesità, fattori ambientali, stili di vita,
condizione socio-culturale giocano un ruolo eziologico preponderante. In
una minoranza di casi l’obesità infantile è causata dalla mutazione di
singoli geni, da alterazioni endocrine o iatrogena.
Le fasi della vita in cui è maggiore il rischio del determinarsi
dell’obesità sono: 1) il periodo prenatale, per le influenze esercitate
dallo stato di salute, dalle abitudini alimentari e dal metabolismo
materni sulla crescita e sullo sviluppo dei meccanismi della regolazione
metabolica fetale (programming intrauterino); 2) il primo anno di vita,
per gli eventuali effetti protettivi dell’allattamento al seno (Grummer-Strawn
LM, et al 2005), per l’apprendimento di modalità e comportamenti
alimentari da parte del bambino con il divezzamento intorno al sesto
mese, per i possibili effetti negativi di una dieta iperproteica, che
potrebbe contribuire ad anticipare l’epoca dell’adiposity rebound (Rolland-Cachera
MF, 2006); 3) l’epoca dell’adiposity rebound (AR), che corrisponde al
secondo incremento nella curva del BMI che di solito si rileva tra i 5 e
i 7 anni. Un AR anticipato si associa ad un aumentato rischio di
sovrappeso, diabete e coronaropatia nelle età successive. Esso è
caratterizzato da un BMI ridotto prima dell’AR, elevato dopo l’AR. Un
basso livello di adiposità prima dell’AR suggerisce una velocità di
crescita accelerata ed un deficit energetico nelle prime fasi della
crescita, attribuibili ad una dieta iperproteica a scarso contenuto
lipidico. Il latte materno (alimento di riferimento almeno per il primo
anno di vita), contenendo una quota proteica relativamente bassa (circa
7%) ed un’elevata quota lipidica (circa 50%), esercita un effetto
benefico sui processi accrescitivi (Rolland-Cachera MF, 2006); 4)
l’adolescenza, per i cambiamenti nella distribuzione del grasso corporeo
tra maschi e femmine, per l’eventuale comparsa di fattori di rischio per
l’obesità come la variazione delle abitudini alimentari, l’irregolarità
dei pasti e la diminuzione dell’attività fisica.
Un bambino o un adolescente con un BMI elevato presenta un alto rischio
di diventare sovrappeso od obeso nell’età adulta (tracking). Inoltre,
l’obesità del bambino e dell’adolescente conduce ad una serie di
complicanze sia a breve che a lungo termine: complicanze endocrine (insulino-resistenza/iperinsulinismo,
intolleranza glucidica, diabete mellito di tipo 2, ipogonadismo
ipogonadotropo funzionale nei maschi, pubertà anticipata nelle femmine,
sindrome dell’ovaio policistico), alterazioni dell’accrescimento
(aumento staturale per l’età cronologica ed età ossea avanzata),
complicanze respiratorie (sindrome dell’apnea ostruttiva notturna),
ortopediche (ginocchio valgo, piede piatto, atteggiamenti scoliotici,
malattia di Blount, epifisiolisi dell’anca, malattia di Osgood-Shatter),
gastrointestinali (epatopatopatia steatosica, colelitiasi, reflusso
gastro-esofageo), ipertensione arteriosa, dislipidemia, complicanze
cardiovascolari, disagio psico-sociale.
L’insulino-resistenza nei giovani obesi è un fenomeno precoce,
fortemente associato con l’accumulo di lipidi nel compartimento
viscerale e nei miociti e con lo stato proinfiammatorio caratterizzato
da bassi livelli di adiponectina e livelli aumentati di citochine
infiammatorie. Quando ad essa si associa il difetto di secrezione di
insulina da parte delle beta cellule insorgono l’intolleranza glucidica
e successivamente il diabete di tipo 2. Tale evoluzione sembra essere
più rapida nel giovane che nell’adulto (Weiss R, et al 2006). Uno studio
recente condotto su bambini e adolescenti con obesità grave ha
evidenziato che il 25% dei bambini di età compresa tra i 4 e i 10 ani e
il 21% degli adolescenti presentano un’alterazione della tolleranza
glucidica (Sinha R et al, 2002).
La flogosi è responsabile anche della disfunzione endoteliale ed infine
delle lesioni aterosclerotiche (Sbarbati, 2006). La proteina C reattiva
(PCR), marker dell’infiammazione, è pertanto considerata anche un marker
del rischio cardiovascolare (valori <1, tra 1 e <3, >3 mg/l
rappresentano un rischio vascolare rispettivamente basso, medio, alto) (Ridker
PM, et al 2004). L’associazione di obesità viscerale, ipertensione,
ipercolesterolemia, insulino-resistenza, che definisce la “sindrome
metabolica”, aumenta esponenzialmente il rischio cardiovascolare.
Recenti studi hanno suggerito che il rischio di sviluppare malattie
cardiovascolari potrebbe esistere anche indipendentemente dal persistere
dell’obesità in età adulta (Freedman DS, et al 2004).
Il trattamento dell’obesità nel bambino si basa sulla correzione delle
abitudini alimentari e degli stili di vita. La dieta deve essere
equilibrata ed adeguata alle esigenze nutrizionali legate all’età. Nei
casi di obesità grave si potrà valutare l’opportunità di ricorrere a
diete ipocaloriche o fortemente ipocaloriche. I farmaci disponibili non
sono per il momento indicati in età pediatrica e il trattamento
chirurgico è riservato a pazienti resistenti a tutti gli altri
trattamenti, dopo il raggiungimento della statura definitiva e in
presenza di gravi complicanze dell’obesità.
Poiché la terapia dell’obesità è gravata da un elevato numero di
insuccessi, è necessario promuovere strategie di intervento preventivo,
a vari livelli, mirati in particolare ai periodi critici per lo sviluppo
di obesità, per invertire il fenomeno del progressivo aumento
dell’obesità in età evolutiva (American Academy of Pediatrics, Committee
on Nutrition, 2003).
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