E’ stato condotto uno studio sulla popolazione italiana e su medici
generici e diabetologi finalizzato a fare una ricognizione sul problema
dell’ipercolesterolemia in Italia, sulle conoscenze e la percezione del
rischio, sugli orientamenti di gestione del problema.
L’indagine è stata condotta su un campione di 14.224 italiani
rappresentativi della popolazione dai 18 anni in su, 1040 medici di
medicina generale e 150 diabetologi.
I Risultati
Gli ipercolesterolemici in Italia
Dall’indagine emerge che il colesterolo è un problema diffuso e
familiare per gli italiani : soffrono di ipercolesterolemia (sanno di
soffrirne) circa 5.000.000 di italiani ma quasi tutti ne hanno sentito
parlare.
Il numero degli ipercolesterolemici è sostanzialmente stabile nelle
diverse regioni anche se si soffre un po’ di più in Sardegna e
Abruzzo/Molise e un po’ di meno in Sicilia.
Gli ipercolesterolemici si concentrano nelle fasce della popolazione più
anziane (il 50 per cento dei sofferenti ha più di 54 anni) anche se ci
sono 500.000 giovani (fra i 25 e i 34 anni) che ne soffrono.
L’informazione sul colesterolo
Per quanto ci sia una conoscenza diffusa sui rischi e le conseguenze del
colesterolo (circa 2/3 degli italiani è consapevole del rischio
soprattutto in ambito cardiovascolare (infarto, ictus…) nella pratica
tuttavia sembrano mancare riferimenti concreti per poter prevenire
/intervenire sul problema:
- c’è una grande fascia della popolazione (circa il 40 per cento fra i
sofferenti e il 60 per cento fra i non sofferenti ) che non conosce i
valori soglia (chi li conosce individua - nella maggior parte dei casi -
correttamente nel 200 mg/dl la soglia)
- una grande fascia della popolazione (il 44 per cento fra i sofferenti
e l’81 per cento fra i non sofferenti ) non conosce i propri valori di
colesterolo
- difficile anche per quasi la metà dei sofferenti individuare le cause
dell’ipercolesterolemia.
La cura e il controllo
L’indagine segnala una situazione piuttosto problematica in merito alle
cure e al controllo del problema:
- Il paziente ipercolesterolemico è nella maggior parte dei casi (circa
l’80 per cento) un paziente ad alto rischio cardiovascolare (con 2 o più
fattori di rischio aggiuntivi) ma il medico generico sembra sottostimare
questo dato
- non tutti i pazienti sono trattati con i farmaci ‡ c’è una buona quota
di pazienti che non prende farmaci (in media 60 per cento, 35 per cento
fra i pazienti ad alto rischio)
- a quasi tutti i pazienti (74 per cento) viene consigliata una dieta…ma
l’80 per cento dichiara di fare fatica a seguirla
- anche i pazienti che prendono farmaci non sono ben controllati nel 60
per cento dei casi non raggiungono l’obiettivo terapeutico (i medici
sembrano sottostimare il fenomeno)
La scarsa compliance del paziente (alla dieta e alla terapia) sembra
essere la prima causa del fallimento…emerge però anche da parte dei
medici una insoddisfazione per l’efficacia dei farmaci.
Le indicazioni della ricerca
L’indagine mette in evidenza l’opportunità di un intervento di
sensibilizzazione sul problema. Si tratta non tanto di intervenire a
livello di informazione sulle conoscenze del colesterolo e delle sue
conseguenze (c’è una diffusa conoscenza del problema e consapevolezza
del rischio) quanto piuttosto di sviluppare un modello pragmatico di
intervento che :
- sensibilizzi il medico sulla importanza di trattare i pazienti (molti
sfuggono al trattamento)
- definisca concretamente al paziente un modello comportamentale (le
cause, le soglie a cui tendere)
- e soprattutto aiuti a sviluppare una relazione di alleanza fra medico
e paziente che favorisca la compliance del paziente.
Il colesterolo non è in assoluto una sostanza negativa. Si tratta,
infatti, di una sostanza grassa fondamentale per il corretto
funzionamento delle cellule e dei diversi sistemi che regolano il
metabolismo: è il principale costituente delle cellule nervose,
contribuisce alla formazione di tutte membrane cellulari ed è il
“mattone” degli ormoni steroidi, che regolano la crescita e le
caratteristiche sessuali. Il colesterolo è una delle sostanze grasse più
comuni nell’organismo.
Tuttavia, il colesterolo ha acquisito una cattiva fama a causa della
correlazione che è stata dimostrata con lo sviluppo di patologie
cardiovascolari. Se presente in eccesso nel sangue, esso è responsabile
della formazione di placche sulla superficie interna delle arterie, che
ne restringono il lume e diminuiscono il flusso di sangue agli organi.
Queste placche, oltre a causare l’indurimento e il restringimento delle
arterie che nutrono gli organi, possono andare incontro a rottura: dalla
placca si può infatti staccare una porzione che viene trasportata lungo
l’arteria finché non trova un vaso di dimensioni troppo piccole e lo
occlude. Nel caso di arterie “terminali” (cioè privi di alternative),
come quelle che irrorano il cuore e il cervello, si ha un incremento
della possibilità di infarto o ictus.
Le due principali fonti del colesterolo
Il colesterolo nell’organismo origina da due fonti principali:
- l’assorbimento nell’intestino del colesterolo presente nella bile e
proveniente dagli alimenti;
- la sintesi endogena (cioè interna all’organismo) del colesterolo da
parte del fegato e di altre cellule extraepatiche.
Il fegato ha un ruolo importante nel regolare i livelli del colesterolo:
oltre a produrne la quota di cui l’organismo ha bisogno, il fegato ne
controlla anche i livelli nel circolo ematico, rimuovendo il colesterolo
in eccesso, legandolo alla bile e rilasciandolo nell’intestino, dove
sarà in parte riassorbito e in parte eliminato con le feci.
Il colesterolo - sia biliare sia alimentare - viene assorbito
nell’intestino, a livello delle cellule epiteliali, dalle quali passa
nel circolo ematico, dove viene avvolto da un “guscio” proteico (lipoproteine)
e trasportato in tutto l’organismo. La quota di colesterolo alimentare e
biliare non assorbito a livello intestinale (pari al 50 per cento circa)
viene escreta dall’intestino stesso.
Colestrolo: il buono e il cattivo
Il colesterolo (sia quello sintetizzato dal fegato sia quello assorbito
dagli alimenti), non essendo solubile nel sangue, deve essere
obbligatoriamente trasportato da particelle solubili (lipoproteine).
Esistono due principali tipi di colesterolo: quello comunemente
conosciuto come “cattivo”, veicolato dalle lipoproteine a bassa densità
o LDL, e quello “buono”, trasportato nelle lipoproteine ad alta densità
o HDL.
Il colesterolo LDL viene denominato "cattivo" perché suoi valori elevati
(ipercolesterolemia) si associano ad un aumento del rischio di
cardiopatia ischemica. Le LDL depositano il colesterolo sulle pareti
arteriose, provocando la formazione di un ispessimento duro denominato
placca aterosclerotica. Nel tempo, la placca provoca il restringimento
dell’arteria e, come ultima conseguenza, una riduzione del flusso
ematico.
Quando le arterie coronarie si restringono a causa dell’aterosclerosi,
non sono più capaci di fornire al muscolo cardiaco sotto sforzo il
sangue e l’ossigeno necessari. Alcune placche possono rompersi formando
coaguli ematici (trombi), che possono a loro volta bloccare il flusso
ematico e causare la morte di aree più o meno ampie d muscolo cardiaco
(infarto miocardico).
Il colesterolo legato alle lipoproteine ad alta densità (HDL) – circa un
quarto di quello presente nel sangue - viene denominato “buono” perché
le particelle HDL prevengono l’aterosclerosi rimuovendo il colesterolo
dalle pareti arteriose e liberandolo nel fegato. Quindi, un livello
elevato di colesterolo LDL e un basso livello di colesterolo HDL sono
fattori di rischio di aterosclerosi.
L'ipercolesterolemia familiare
L’ipercolesterolemia familiare è dovuta ad alterazioni di un gene che
contiene le informazioni per la sintesi di una proteina nota come
recettore dell’LDL. Si tratta di una proteina presente sulla superficie
delle cellule e in grado di “catturare” le LDL del sangue e farle
entrare nella cellula, dove vengono scomposte.
A causa dell’alterazione genica, il recettore è prodotto in quantità
insufficiente oppure è del tutto assente, e questo fa sì che le LDL si
accumulino nel sangue. Si conoscono nel mondo più di 620 diverse
alterazioni del gene delle LDL che causano l’ipercolesterolemia
familiare. In Italia ne sono state identificate circa 72. Nella forma
eterozigote è presente una copia normale del gene (quella derivante dal
genitore sano), mentre l’altra (che proviene dal genitore affetto da
ipercolesterolemia familiare) è alterata. Il recettore è quindi
presente, ma è prodotto in quantità insufficiente (50 per cento). Nella
forma omozigote entrambe le copie del gene sono alterate e il recettore
è molto ridotto (da 0 a 25 per cento) o del tutto assente. I pazienti
affetti da ipercolesterolemia familiare eterozigote hanno un rischio
superiore alla media di sviluppare malattie coronariche a partire dalla
terza-quarta decade di vita per gli uomini, mentre nelle donne l’esordio
è ritardato di circa 8-10 anni. Se l’ipercolesterolemia è invece di tipo
omozigote, le sue prime manifestazioni cliniche possono esordire a
tre-quattro anni, ed entro i 10 anni il bambino può avere già subito un
infarto.
Gli effetti del colesterolo alto
1. Arteriosclerosi
L’aterosclerosi danneggia la parete dell’arteria provocando un
ispessimento che ne altera la funzione e crea le premesse per un
peggioramento del danno. Secondo un vecchio modello che risale ai primi
del ‘900, si riteneva che l’aterosclerosi provocasse esiti clinici
attraverso un progressivo restringimento del vaso.
Conoscenze più recenti hanno invece dimostrato che l’esito del danno
aterosclerotico non è necessariamente un restringimento del lume, ma può
dipendere da una rottura della placca che comporta la formazione di un
trombo. Una volta formatosi, il trombo può occludere il vaso o più
spesso staccarsi (embolo) e occludere un vaso più a valle nel torrente
circolatorio. Questo meccanismo patogenetico è più rischioso di quello
stenotico, in quanto può provocare eventi acuti e non prevedibili,
mentre il restringimento progressivo del lume dei vasi si associa a
quadri clinici evolutivi che danno segni precoci, stimolando così
interventi diagnostici e terapeutici.
2. Meno sangue per gli organi vitali
L’aterosclerosi tende ad ostacolare il flusso nel lume delle arterie e
questo riduce l’apporto di sangue agli organi.
3. Rischio infarto e ictus
Se un trombo o una stenosi arteriosa colpiscono un vaso coronarico o
un’arteria cerebrale, si possono verificare, rispettivamente, infarto
miocardico o ictus cerebrale. L’entità del danno dipende da vari
fattori, fra i quali l’estensione e la durata dell’ischemia.
Tra le cause dell’aterosclerosi, oltre alla predisposizione genetica e a
livelli elevati di colesterolo, si possono annoverare l’età superiore a
55 anni, il sesso maschile, la dieta ipercalorica, la sedentarietà, il
sovrappeso, il fumo, l’ipertensione arteriosa e il diabete.
Ipercolesterolemia e rischio cardiovascolare
Elevati livelli di colesterolo nel sangue sono un importante fattore di
rischio cardiovascolare, in quanto contribuiscono allo sviluppo della
malattia aterosclerotica, principale causa di decesso nei paesi
occidentali.
I numeri delle malattie cardiovascolari
- circa 17 milioni: persone colpite ogni anno da malattie
cardiovascolari .
- 49 per cento: decessi dovuti alle malattie cardiovascolari in Europa .
- oltre 744mila: decessi registrati ogni anno nell’Unione Europea. Circa
un uomo su sei (17 per cento) e oltre una donna su sette (16 per cento)
muoiono per questa malattia.
- 45 per cento: infarti miocardici causati da alterazioni dei livelli
ematici dei lipidi nell’Europa Occidentale. I soggetti con alterazioni
dei livelli lipidici hanno un rischio oltre tre volte maggiore di
infarto miocardico, rispetto a quelli con lipidi nella norma.
- 169 miliardi di euro: costo annuo relativo alla gestione delle
malattie cardiovascolari nell’Unione Europea.3
L'ipercolesterolemia in cifre
Secondo l’Atlante italiano delle malattie cardiovascolari, il 57 per
cento degli uomini e il 58 per cento delle donne ha una colesterolemia
superiore ai 200 mg/dL. La percentuale sale rispettivamente al 66 e al
63 per cento prendendo in considerazione le persone di 65-74 anni.
- Il 61-62 per cento della popolazione presenta elevati valori di
colesterolo LDL.
- Il 73 per cento delle donne in menopausa presenta valori di
colesterolo totale superiori ai 200 mg/dL e il 71 per cento di loro ha
anche valori elevati di colesterolo LDL.
- Da uno studio epidemiologico condotto in una provincia italiana, si
stima che solo il 20 per cento dei pazienti con livelli di colesterolo
elevati sia in trattamento e di questi solo il 18 per cento raggiunga i
suoi obiettivi terapeutici.
Da colesterolo totale a colesterolo frazionato: nei soggetti ad
alto rischio, il beneficio è condizionato dalla riduzione della LDL
Le indagini più recenti hanno concentrato l’attenzione sul colesterolo
LDL, ovvero sulla frazione lipoproteica a bassa densità, che veicola il
colesterolo ai tessuti attraverso i vasi sanguigni. La diminuzione del
colesterolo LDL per i soggetti ad alto rischio, in particolare nella
prevenzione secondaria di un infarto miocardico in soggetti che hanno
già avuto un evento cardiovascolare maggiore, viene oggi considerata un
obiettivo fondamentale da raggiungere per ridurre il rischio di nuovi
eventi cardiovascolari. Le strategie di trattamento raccomandate dalle
Linee guida della Società europea di Cardiologia e dal National
Cholesterol Education Program (NCEP) sulla base dei risultati di
importanti studi clinici di outcome, dicono che in questa popolazione si
devono abbassare il più possibile i livelli del colesterolo LDL. Questo
approccio nasce da diverse osservazioni. La prima è di tipo
epidemiologico: recenti indagini statistiche dimostrano infatti che, in
Europa come negli Stati Uniti, solo la metà dei pazienti ad alto rischio
cardiovascolare riceve un trattamento adeguato ad abbassare il
colesterolo ai livelli desiderati. La seconda è di carattere
scientifico: le Linee guida sopra citate, che prevedono un livello
massimo di colesterolo LDL pari a 100 (NCEP) e 115 mg/dL (Società
europea di Cardiologia) propongono infatti obiettivi ambiziosi e occorre
fare in modo che tutti i pazienti ad alto rischio possano raggiungere
questi target. Più recentemente, inoltre, è stata proposta una riduzione
ancora più drastica del colesterolo LDL rispetto a quanto enunciato
nelle Linee guida, per ridurre ulteriormente il rischio cardiovascolare
nei soggetti ad altissimo rischio o in prevenzione secondaria.
Il rischio cardiovascolare globale
Fin dalle prime osservazioni epidemiologiche si è visto che una corretta
definizione del rischio cardiovascolare non può essere legata al
monitoraggio di un singolo fattore di rischio. I risultati dello studio
di Framingham pubblicati nel 1990, per esempio, hanno mostrato che a
valori di colesterolo totale fino a 300 mg/dL si associava un aumento di
quattro volte del rischio di infarto. Se il soggetto, oltre che
ipercolesterolemico, era anche fumatore, diabetico e iperteso, il
pericolo di avere un attacco di cuore aumentava di dieci volte.
La presenza contemporanea di diversi fattori di rischio cardiovascolare
impone obiettivi di trattamento più severi in termini di colesterolo
LDL, con la necessità di ottenere valori come quelli indicati nelle
linee-guida, trattando ovviamente anche gli altri fattori di rischio
eventualmente presenti.
Colesterolo e diabete
Gli incrementi della colesterolemia, in particolare alte concentrazioni
della frazione di colesterolo lipoproteico a bassa densità (Low Density
Lipoprotein Cholesterol o C-LDL, “colesterolo cattivo”), sono associati
all’insorgenza di malattie cardiovascolari. In base alle linee-guida
elaborate dalla Third European Taskforce 1 , i livelli di C-LDL
costituiscono una componente significativa del rischio globale. Dato che
i pazienti diabetici presentano un elevato rischio cardiovascolare, il
trattamento dell’iperlipidemia rappresenta una componente essenziale
della prevenzione. Pertanto, è particolarmente importante per i
diabetici attuare un monitoraggio attento nonché adottare misure di
controllo dei livelli di colesterolo2.
Informazioni relative al diabete
L’International Diabetes Federation definisce il diabete come una
malattia cronica caratterizzata da un aumento della glicemia
(iperglicemia). L’iperglicemia, che danneggia gli apparati
dell’organismo e in particolare i vasi sanguigni e i nervi, è causata da
una carenza di sintesi o di utilizzo dell’insulina, un ormone che
consente alle cellule di estrarre il glucosio dal sangue e di
utilizzarlo per ricavarne energia. Il diabete insorge quando3:
- le cellule beta delle isole di Langerhans (pancreas endocrino) non
sono in grado di sintetizzare una quantità sufficiente di insulina
(diabete di tipo 1);
- l’organismo non è in grado di utilizzare efficacemente l’insulina
(diabete di tipo 2).
Il 90 per cento dei soggetti colpiti da questa malattia soffre di
diabete di tipo 2 3. Gli effetti del diabete a lungo termine vengono
classificati in due categorie:
- complicazioni macrovascolari, compresi i danni causati ai vasi
sanguigni che apportano sangue al cuore e al cervello. La patologia
cardiovascolare (Cardiovascular Disease o CVD) rappresenta un rischio
enorme per i pazienti diabetici, per i quali anche un lieve incremento
del livello di colesterolo può essere pericoloso;
- complicazioni microvascolari, in cui vengono danneggiati piccoli vasi
sanguigni (fra cui quelli che apportano sangue agli occhi e ai reni).
Legame tra colesterolo e diabete
Il diabete di tipo 2 si associa spesso a eccessive concentrazioni
plasmatiche di lipidi, una patologia definita dislipidemia. I pazienti
presentano spesso una combinazione di elevati livelli di trigliceridi,
basse concentrazioni della frazione di colesterolo lipoproteico ad alta
densità (High Density Lipoprotein Cholesterol o C-HDL, “colesterolo
buono”) 4 e livelli di C-LDL solo di poco superiori al range normale 5 .
Tuttavia, i livelli di C-LDL rilevati nei pazienti diabetici includono
alte concentrazioni di piccole particelle dense di C-LDL, che si
associano a un alto rischio di insorgenza di CVD4,5. Queste particelle
esplicano una specifica azione aterogena e rimangono in circolo nel
sangue più a lungo della norma, aderendo alla fine alle arterie e
formando le placche5 che danneggiano la parete arteriosa e causano lo
sviluppo dell’aterosclerosi5.
A causa di tale processo, i diabetici sono predisposti a sviluppare CVD,
che in loro ha più spesso un esito fatale, rispetto a quanto si
riscontra nei non diabetici6 . Questi pazienti evidenziano anche tassi
elevati di ipertrigliceridemia, obesità e ipertensione arteriosa, tutti
fattori che contribuiscono in misura significativa a elevare le
percentuali di insorgenza della patologia cardiovascolare3. Infatti, il
rischio di comparsa di CVD nei pazienti diabetici è talmente elevato
che, in base al National Cholesterol Education Program (NCEP), i
diabetici con anamnesi negativa per CVD presentano comunque un rischio
equivalente a quello dei pazienti non diabetici ma affetti da
cardiopatia ischemica (Coronary Heart Disease o CHD)7 . I diabetici
possono però trarre enormi benefici da una terapia ipolipidemizzante
intensiva. Uno studio interventistico multifattoriale, condotto in
pazienti con diabete di tipo 2 e microalbuminuria, ha dimostrato che
questo trattamento contribuisce approssimativamente al 70 per cento
della riduzione del rischio globale calcolato degli eventi di CVD 8 .
I diabetici possono ridurre notevolmente il rischio di andare incontro a
CVD diminuendo e monitorando le concentrazioni di colesterolo C-LDL9 ;
per questo motivo, i livelli di C-LDL prestabiliti come target per i
pazienti affetti da diabete sono tendenzialmente inferiori, rispetto a
quelli dei soggetti non diabetici. L’European Society of Cardiology e l’European
Atherosclerosis Society on Diabetes hanno proposto nuove linee-guida che
richiedono il trattamento dei pazienti a rischio affetti da CHD e
diabete per ottenere livelli target di C-LDL pari a 70 mg/dL 10.
L’impatto del diabete e della CVD a livello mondiale
Il diabete rappresenta un rischio crescente e molto importante per la
salute:
- attualmente, il diabete affligge 246 milioni di individui nel mondo e
si prevede che il loro numero aumenterà a 380 milioni entro il 202511 .
Ogni anno, si registrano sette milioni di nuovi casi di diabete11;
- il diabete rappresenta la quarta causa principale di morte per
malattia nel mondo11, con circa 3,8 milioni di decessi ogni anno, pari
al 6 per cento della mortalità totale nel mondo ed equivalente
all’incirca a quella attribuita all’HIV/AIDS12 ;
- la patologia cardiovascolare rappresenta la causa principale di morte
nei diabetici, essendo responsabile dell’80 per cento circa di tutti i
decessi per questa malattia6;
- il diabete di tipo 2 è associato a un aumento del rischio di CVD pari
a due-quattro volte13 e i tassi di mortalità causata da cardiopatia
ischemica, registrati nei diabetici di tipo 2, sono almeno tre volte
superiori a quelli rilevati nella popolazione generale 14;
- i diabetici di tipo 2 muoiono, in media, 5-10 anni prima dei non
diabetici. Tale eccesso di mortalità in è in gran parte imputabile a
CVD11;
- si stima che il 50 per cento dei diabetici non sia al corrente della
propria malattia11;
- si stima che nel 2007 si spenderanno nel mondo circa 232 miliardi di
dollari (pari a circa 167 miliardi di euro) per il trattamento e la
prevenzione del diabete, e che entro il 2025 tali costi supereranno 300
miliardi di dollari (216 miliardi di euro)12.
Come viene gestita l’ipercolesterolemia nei diabetici?
L’organismo ricava il colesterolo da due fonti principali:
l’assorbimento intestinale (del colesterolo di origine biliare e
alimentare) e la produzione da parte del fegato e dei tessuti
periferici15,16. Circa due terzi del colesterolo intestinale proviene
dalla bile; solo un terzo da fonti alimentari15. Circa il 50 per cento
del colesterolo presente nell’intestino viene assorbito e rimesso in
circolo nel sangue; la parte restante viene eliminata dall’organismo con
le feci16.
Se l’elevata colesterolemia viene rilevata precocemente, si possono
attuare misure di prevenzione, migliorando in tale modo la prognosi a
lungo termine del paziente. Per questo motivo, è importante che i medici
valutino i diabetici che presentano uno o più fattori di rischio
cardiovascolare, nonché forniscano loro consigli sulle misure di
prevenzione (regime dietetico, attività fisica, cambiamenti dello stile
di vita, farmaci ipocolesterolemizzanti) più appropriate 17.
Sono disponibili in commercio diversi farmaci che consentono di trattare
efficacemente l’ipercolesterolemia. Per esempio, le statine sono
efficaci nel ridurre la produzione endogena di C-LDL. Tuttavia, non è
sempre possibile raggiungere nei pazienti a rischio (come i diabetici)
livelli target sicuri di C-LDL unicamente con la monoterapia a base di
statine18 . Altri farmaci - fra cui gli inibitori dell’assorbimento
intestinale del colesterolo - possono essere associati a una statina per
ridurre efficacemente i livelli di colesterolo in questa popolazione di
pazienti18.
Bibliografia
1 De Backer G, et al. European guidelines on cardiovascular disease
prevention in clinical practice. Third Joint Task Force of European and
Other Societies on Cardiovascular Disease Prevention in Clinical
Practice. Eur Heart J. 2003; 24:1601-10
2 Verges, B. Diabetic dyslipidaemia: insights for optimizing patient
management. Curr Med Res Opin 2005; 21 (S1) S29-S40
3 International Diabetes Federation. Time to act: Type 2 Diabetes, the
metabolic syndrome and cardiovascular disease in Europe. Ultimo accesso
16 luglio 2007
4 Jones P.H. Clinical significance of recent lipid trials on reducing
risk in patients with Type 2 diabetes Mellitus. Am J Cardiol 2007;
99(4A): 133B-140B
5 Pikto-Pietkiewicz W, et al. Treatment of dyslipidemia in patients with
diabetes mellitus. Pharmacol Rep 2005; 57(S): 10-1
5 Brown AS. Lipid management in patients with diabetes mellitus. Am J
Cardiol 2007; 96(4A): 26E-32E
6 Alberti KGMM, et al. International Diabetes Federation: a consensus on
Type 2 diabetes prevention. Diab Med 2005; 24: 451-63
7 Expert Panel on Detection, Evaluation and Treatment of High Blood
Cholesterol in Adults: Executive Summary of the 3rd Report of the
National Cholesterol Education Panel on Detection, Evaluation and
Treatment of High Blood Cholesterol in Adults (Adult Treatment Panel III).
JAMA 2001; 285: 2486-97
8 Gaede P, Pedersen O. Intensive, Integrated Therapy of Type 2 Diabetes
Implications for Long-Term Prognosis. Diabetes 2004; 53(S3): S39-S47
9 Brown AS. Lipid management in patients with diabetes mellitus. Am J
Cardiol 2007; 96(4A): 26E-32E
10 Guidelines on diabetes, pre-diabetes and cardiovascular diseases, ESC
and EASD Guidelines, Eur Heart J, doi:10.1093/eurheartj/ehl261 p.30
11 International Diabetes Federation. Did you know? Ultimo accesso 16
luglio 2007
12 International Diabetes Federation. The human, social and economic
impact of diabetes. Ultimo accesso 16 luglio 2007
13 American Diabetes Association. Dyslipidemia management in adults with
diabetes. Diab Care 2004; 27(S1): S68-S71
14 Taskinen MR. Strategies for the management of diabetic dyslipidemia.
Drugs 1999; 58(S1): 47-51
15 Wilson MD, Rudel LL. Review of cholesterol absorption with emphasis
on dietary and biliary cholesterol. J Lipid Res 1994; 35: 943-55
16 Clearfield MD. A novel therapeutic approach to dyslipidemia. J Am
Osteopath Assoc 2003; 102 (S1): S16-S20
17 British Heart Foundation: Heart Health – www.bhf.org.uk, ultimo
accesso 26 luglio 2005
18 Weinstock R, et al. Effect of Ezetimibe/simvastatin versus
Atorvastatin on Attaining Recommended levels of LDL-C, Apolipoprotein
and B, non-HDL-C and hs-CRP in Type 2 diabetes – presentato al congresso
della European Atherosclerosis Society (EAS) 2007, Helsinki, Finlandia
Testo di Isabella Cecchini
Gfk Eurisko