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* Prof.
Baccarani |
Professor Baccarani,
cosa aggiunge nilotinib alla terapia della leucemia mieloide cronica?
Alla terapia della Leucemia mieloide cronica nilotinib aggiunge molto,
per almeno due ragioni: perché costituisce un valido mezzo terapeutico
per i pazienti resistenti a imatinib, ed è un validissimo presidio per
quei pazienti - che sono pochi, ma ci sono - che hanno avuto effetti
tossici con imatinib e hanno dovuto sospendere la terapia. Questi
pazienti, che non possono assumere imatinib, hanno tollerato molto bene
nilotinib. Già questo basterebbe a indicare l’importanza della nuova
molecola. Inoltre, vi è un possibile sviluppo futuro che stiamo
esplorando e che potrebbe darci risultati molto interessanti: è quello
di una possibile combinazione terapeutica tra Glivec e nilotinib. Si
tratta per ora di un’ipotesi sperimentale, non di una prospettiva
clinica.
Quali sono le differenze con imatinib?
Nilotinib è un “figlio” di imatinib. Non ha un meccanismo
d’azione diverso da Glivec, ma è più potente e selettivo nei confronti
della molecola che causa la leucemia mieloide cronica. La sua maggiore
potenza lo rende attivo anche nei confronti delle forme mutate di questa
molecola: sono proprio queste mutazioni a provocare la perdita di
risposta alla terapia. Quasi tutte le forme mutanti della molecola
resistenti a imatinib sono sensibili a nilotinib e in questo modo con
nilotinib riusciamo a trattare i pazienti resistenti. Peraltro, un
confronto diretto di efficacia diretto tra le due molecole non è ancora
stato fatto: è però in corso uno studio prospettico condotto dal Gimema
che riguarda l’uso di nilotinib come farmaco di prima linea e che ci
darà delle risposte alla fine del 2008. La prospettiva ottimale
dell’impiego di nilotinib è quella di intervenire non dove Glivec ha
fallito, ma di utilizzarlo prima, in modo che di fallimenti non ce ne
siano affatto.
Che peso ha il problema delle resistenze nella terapia della LCM?
Il problema delle resistenze nella LCM ha dimensioni limitate ma
esiste: riguarda una percentuale di pazienti che può essere stimata
intorno al 10 per cento. Per un altro tipo di leucemie, le leucemie
acute linfatiche Ph positive, il fenomeno è molto più esteso. Per questa
forma nilotinib non è ancora stato registrato ma ci aspettiamo che ciò
avvenga presto.
Dal punto di vista delle tollerabilità e della tossicità quali
sono i vantaggi di nilotinib?
In assenza di un confronto diretto, quello che possiamo dire,
sulla base di un’esperienza ancora limitata con nilotinib e ormai vasta
per quanto riguarda Glivec, è che tra i pazienti che non rispondono o
non tollerano Glivec, nilotinib sembra avere una minore tossicità
ematologica e non dà problemi di ritenzione di liquidi. La nuova
molecola sembra invece provocare un aumento della bilirubina, che non dà
però luogo a malattia epatica, e delle lipasi. Sono stati inoltre
registrati alcuni casi di pancreatite. Va però sottolineato che questi
inibitori della tirosin chinasi hanno problemi di tollerabilità e
tossicità infinitamente minori rispetto ai farmaci tradizionali.
Quale è stato il contributo italiano allo sviluppo di questo
farmaco?
Nilotinib è stato sviluppato a livello internazionale con un
rilevante contributo di ricercatori italiani e del GIMEMA (Gruppo
Italiano Malattie Ematologiche dell’Adulto). L’Italia appartiene a quel
novero di 5-6 paesi che hanno dato il maggiore contributo allo studio
della LCM. Le cose vanno meno bene sul fronte amministrativo: l’Emea ha
approvato nilotinib con una procedura accelerata ma il suo arrivo in
Italia rischia di essere “decelerato”: da noi sarà disponibile
prevedibilmente verso aprile-maggio 2008, mentre negli altri paesi
arriverà tra un paio di mesi.
Ovviamente il problema delle resistenze resta aperto anche dopo
l’arrivo di nilotinib: quali sono gli ulteriori sviluppi terapeutici?
Sono allo studio altre molecole, con un diverso meccanismo di
azione; inoltre, come ho detto, valuteremo gli effetti di una terapia
sequenziale o combinata di Glivec e nilotinib: sulla base della nostra
esperienza di 40 anni, abbiamo motivo di ritenere che usando due
molecole insieme o una di seguito all’altra riusciamo a ottenere
risultati a lungo termine migliori rispetto all’impiego dell’uno o
dell’altro farmaco da soli.
* Michele Baccarani
Direttore Istituto di Ematologia e Oncologia Medica,
“L. e A. Seràgnoli” di Bologna