Un
recente studio di John Lamont della McMaster University ad Hamilton, in
Canada, ha analizzato gli aspetti psicosociali delle donne affette da
vulvodinia. In letteratura da oltre 100 anni si parla di disturbo
vulvare ed inizialmente il termine "iperestesia" veniva utilizzato per
indicare il sintomo di dolore, bruciore, prurito o irritazione alla
vulva, di natura costante ed intermittente. La Società Internazionale
per lo Studio delle Malattie della Vulva introdusse il termine "vulvodinia"
nel 1975, definendolo quale disagio cronico della vulva
caratterizzato,in modo particolare, da sintomi di bruciore, puntori, di
irritazione riferiti dalla paziente. La più recente classificazione e
terminologia utilizzata dalla Società Internazionale per lo studio dei
Disturbi Vulvovaginali (ISSVD) ha definito la “vulvodinia” come
“malessere vulvare spesso descritto come bruciore in assenza di
alterazioni organiche visibili rilevanti o di uno specifico disturbo
neurologico”.
L’eziologia della vulvodinia è ad oggi ancora sconosciuta: alla visita
mancano dei segni rilevanti, l’esame colposcopico manca di specificità e
la biopsia rivela un’infiammazione cronica di basso grado, non
patognomonica. La vlvodinia, per definizione, non è causata da infezione
(candida, herpes, etc.), infiammazione (lichen planus, etc.), neoplasia
o disturbo neurologico.
Le pazienti affette da vulvodinia si presentano di solito con una storia
di varie visite e trattamenti intrapresi, ma nessuno dei quali
terapeutico. Sono stati descritti vari tipi di vulvodinia, tra cui la
sindrome prima definita della “vestibolite vulvare”. Questo termine,
introdotto nel 1987, includeva un insieme di segni e sintomi localizzati
al vestibolo vulvare tra cui dolore forte alla pressione del vestibolo e
rapporti difficili, friabilità dell’epitelio vestibolare ed evidenza di
eritema confinato alla vulva.
Tenendo in considerazione i risultati dell’ultimo congresso mondiale
della ISSVD tenutosi a Barcellona nel 2001, il nome di vulvodinia o
vulvodinia disestesica essenziale o generalizzata racchiude in sé tutti
i sottotipi del disturbo;i diversi nomi utilizzati per descriverla altro
non sono che le diverse aree interessate dal disturbo in modo più o meno
diffuso.
La vulvodnia infatti può essere una combinazione di più sottotipi che
concorrono, insieme o in modo sequenziale. La vestibolite si presenta di
solito in donne più giovani, con eritema vestibolare focalizzato o
diffuso, ed ovviamente riguarda la zona del “vestibolo” causando
dispareunia (dolore durante i rapporti sessuali) di tipo superficiale.
La vulvodinia disestesica è presente di solito in donne più mature in
fase di menopausa o post, con bruciore diffuso costante e in più casi
non c’è eritema. La vulvodinia idiopatica è quella che non può essere
ricondotta ad una causa specifica. Nella vulvovaginite ciclica si
presenta un dolore molto accentuato nella fase premestruale e mestruale
durante il rapporto sessuale, con presenza di eritema ed edema.
I caratteri psicosessuali e sociali delle pazienti con vulvodinia sono
stati descritti per la prima volta nel 1978 (Dodson & Friedrich, 1978).
Il blocco della sessualità è risultato diretta conseguenza di questi
sintomi; queste pazienti erano, in genere, riluttanti ad accettare
l’ipotesi di una causa psicofisiologica, e la labilità e la dipendenza
emotiva rientravano tra i criteri di una "vulvovaginite di origine
psicosomatica". Da allora, altri studiosi hanno suggerito la presenza di
simili componenti psicosessuali nel problema. Uno studio retrospettivo
ha elencato gli effetti sulla sessualità nella vulvodinia, tra cui la
frequente diminuzione del piacere, la minore lubrificazione, la perdita
del desiderio e la mancanza di interesse nella sperimentazione.
E’ proprio questa interrelazione tra diversi fattori che costituisce uno
degli aspetti più confusi di questa patologia di origne multifattoriale.
Per questo motivo, durante il congresso mondiale nel 2001 si è
sottolineato come l’approccio per la cura della vulvodinia deve essere
multidisciplinare e che è necessario considerare il disturbo anche da un
punto di vista psicosomatico. Considerando sia gli aspetti fisici che
psicosessuali si può stabilire correttamente una diagnosi e un
trattamento efficaci ed è fondamentale quindi una storia clinica
dettagliata della paziente includendo caratteristiche del dolore, le
ripercussioni e conseguenze, i trattamenti eseguiti in precedenza.
Nell’esito del trattamento gioca un ruolo fondamentale il dialogo con la
paziente ed il supporto emotivo. Il medico deve rassicurare che il
dolore non è immaginario e tranquillizzare la paziente su alcuni aspetti
come: 1) il dolore è conosciuto, ha un nome, si conosce la sindrome e
che molte donne ne soffrono; 2) assicurare la paziente che non si tratta
di una malattia maligna; 3) assicurare che non si tratta di una malattia
a trasmissione sessuale.
La risoluzione del problema è lenta e le paziente devono essere
costantemente seguite nel loro percorso di cura e nei loro
miglioramenti. Bisogna spiegare alla paziente che non esiste una cura
standard per il dolore vulvare cronico, e che le cause possono essere
diverse. Le opzioni terapeutiche sono personalizzate e le variazioni del
trattamento dipendono dalle risposte alla sintomatologia.
In conclusione, da quanto emerge dalla letteratura, la vulvodinia
risulta più frequente e più complessa rispetto a quanto creduto fino a
pochi anni fa e rappresenta un problema che convoglia elementi di
psicologia, somatici, di socializzazione sessuale e di relazioni. Le
ricerche future devono tentare di considerare tutti questi fattori o si
rischierà di continuare nella frustrazione fisica e nella
insoddisfazione di queste donne.