Genova Anno V - n°29 - 13.06.2007 Pagine Nazionali

Vulvodinia: un problema di molte donne, spesso non riconosciuto


Emanuela Mistrangelo 

Un recente studio di John Lamont della McMaster University ad Hamilton, in Canada, ha analizzato gli aspetti psicosociali delle donne affette da vulvodinia. In letteratura da oltre 100 anni si parla di disturbo vulvare ed inizialmente il termine "iperestesia" veniva utilizzato per indicare il sintomo di dolore, bruciore, prurito o irritazione alla vulva, di natura costante ed intermittente. La Società Internazionale per lo Studio delle Malattie della Vulva introdusse il termine "vulvodinia" nel 1975, definendolo quale disagio cronico della vulva caratterizzato,in modo particolare, da sintomi di bruciore, puntori, di irritazione riferiti dalla paziente. La più recente classificazione e terminologia utilizzata dalla Società Internazionale per lo studio dei Disturbi Vulvovaginali (ISSVD) ha definito la “vulvodinia” come “malessere vulvare spesso descritto come bruciore in assenza di alterazioni organiche visibili rilevanti o di uno specifico disturbo neurologico”.
L’eziologia della vulvodinia è ad oggi ancora sconosciuta: alla visita mancano dei segni rilevanti, l’esame colposcopico manca di specificità e la biopsia rivela un’infiammazione cronica di basso grado, non patognomonica. La vlvodinia, per definizione, non è causata da infezione (candida, herpes, etc.), infiammazione (lichen planus, etc.), neoplasia o disturbo neurologico.


Le pazienti affette da vulvodinia si presentano di solito con una storia di varie visite e trattamenti intrapresi, ma nessuno dei quali terapeutico. Sono stati descritti vari tipi di vulvodinia, tra cui la sindrome prima definita della “vestibolite vulvare”. Questo termine, introdotto nel 1987, includeva un insieme di segni e sintomi localizzati al vestibolo vulvare tra cui dolore forte alla pressione del vestibolo e rapporti difficili, friabilità dell’epitelio vestibolare ed evidenza di eritema confinato alla vulva.
Tenendo in considerazione i risultati dell’ultimo congresso mondiale della ISSVD tenutosi a Barcellona nel 2001, il nome di vulvodinia o vulvodinia disestesica essenziale o generalizzata racchiude in sé tutti i sottotipi del disturbo;i diversi nomi utilizzati per descriverla altro non sono che le diverse aree interessate dal disturbo in modo più o meno diffuso.


La vulvodnia infatti può essere una combinazione di più sottotipi che concorrono, insieme o in modo sequenziale. La vestibolite si presenta di solito in donne più giovani, con eritema vestibolare focalizzato o diffuso, ed ovviamente riguarda la zona del “vestibolo” causando dispareunia (dolore durante i rapporti sessuali) di tipo superficiale. La vulvodinia disestesica è presente di solito in donne più mature in fase di menopausa o post, con bruciore diffuso costante e in più casi non c’è eritema. La vulvodinia idiopatica è quella che non può essere ricondotta ad una causa specifica. Nella vulvovaginite ciclica si presenta un dolore molto accentuato nella fase premestruale e mestruale durante il rapporto sessuale, con presenza di eritema ed edema.


I caratteri psicosessuali e sociali delle pazienti con vulvodinia sono stati descritti per la prima volta nel 1978 (Dodson & Friedrich, 1978). Il blocco della sessualità è risultato diretta conseguenza di questi sintomi; queste pazienti erano, in genere, riluttanti ad accettare l’ipotesi di una causa psicofisiologica, e la labilità e la dipendenza emotiva rientravano tra i criteri di una "vulvovaginite di origine psicosomatica". Da allora, altri studiosi hanno suggerito la presenza di simili componenti psicosessuali nel problema. Uno studio retrospettivo ha elencato gli effetti sulla sessualità nella vulvodinia, tra cui la frequente diminuzione del piacere, la minore lubrificazione, la perdita del desiderio e la mancanza di interesse nella sperimentazione.


E’ proprio questa interrelazione tra diversi fattori che costituisce uno degli aspetti più confusi di questa patologia di origne multifattoriale. Per questo motivo, durante il congresso mondiale nel 2001 si è sottolineato come l’approccio per la cura della vulvodinia deve essere multidisciplinare e che è necessario considerare il disturbo anche da un punto di vista psicosomatico. Considerando sia gli aspetti fisici che psicosessuali si può stabilire correttamente una diagnosi e un trattamento efficaci ed è fondamentale quindi una storia clinica dettagliata della paziente includendo caratteristiche del dolore, le ripercussioni e conseguenze, i trattamenti eseguiti in precedenza. Nell’esito del trattamento gioca un ruolo fondamentale il dialogo con la paziente ed il supporto emotivo. Il medico deve rassicurare che il dolore non è immaginario e tranquillizzare la paziente su alcuni aspetti come: 1) il dolore è conosciuto, ha un nome, si conosce la sindrome e che molte donne ne soffrono; 2) assicurare la paziente che non si tratta di una malattia maligna; 3) assicurare che non si tratta di una malattia a trasmissione sessuale.


La risoluzione del problema è lenta e le paziente devono essere costantemente seguite nel loro percorso di cura e nei loro miglioramenti. Bisogna spiegare alla paziente che non esiste una cura standard per il dolore vulvare cronico, e che le cause possono essere diverse. Le opzioni terapeutiche sono personalizzate e le variazioni del trattamento dipendono dalle risposte alla sintomatologia.


In conclusione, da quanto emerge dalla letteratura, la vulvodinia risulta più frequente e più complessa rispetto a quanto creduto fino a pochi anni fa e rappresenta un problema che convoglia elementi di psicologia, somatici, di socializzazione sessuale e di relazioni. Le ricerche future devono tentare di considerare tutti questi fattori o si rischierà di continuare nella frustrazione fisica e nella insoddisfazione di queste donne.

 






  

 


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