L’ictus è un danno
cerebrale che si verifica quando l’afflusso di sangue diretto al
cervello si interrompe improvvisamente per la chiusura o la rottura di
un’arteria.
Nel primo caso si parla di infarto cerebrale o “ictus ischemico” che è
la forma di più frequente osservazione. Nel secondo caso, invece, si
parla di un’emorragia cerebrale o “ictus emorragico”; è la forma più
grave, poiché può condurre alla morte in oltre il 50% dei casi. La
chiusura o l’ostruzione delle arterie che portano il sangue al cervello
si verifica spesso in seguito alla formazione di depositi di grasso a
carico delle arterie.
Questo processo, che interessa prevalentemente le arterie del collo,
denominate carotidi, è favorito dall’azione prolungata dell’ipertensione
arteriosa non curata sulle pareti dei vasi. A carico di questi depositi,
facilmente individuabili con un ecodopler, si formano depositi di sangue
che possono staccarsi, andare in circolazione e ostruire le arterie. Il
risultato finale è una sofferenza delle cellule nervose che non ricevono
più i nutrimenti e l’ossigeno necessari per la loro sopravvivenza.
Allo stesso risultato conduce anche la rottura di un’arteria cerebrale.
Il travaso di sangue che ne consegue isola le cellule nervose che, non
potendo più ricevere ossigeno, vanno incontro a sofferenza per asfissia.
Il meccanismo che conduce alla rottura di un’arteria è da far risalire
all’indurimento delle pareti dei vasi causato dall’azione persistente
nel tempo di elevati valori di pressione sanguigna.
Le arterie cerebrali perdono di elasticità, in alcuni punti si
assottigliano, diventano meno resistenti e si rompono facilmente in
seguito a sbalzi di pressione anche minimi.
Le conseguenze dell’ictus
Le conseguenze di un ictus, sia ischemico, sia emorragico, dipendono
dalla parte del cervello che viene danneggiata: dopo un ictus una
persona può avere problemi di movimento, per una paralisi degli arti di
un lato del corpo, difficoltà di linguaggio o di pensiero. La
riabilitazione può fare molto per il recupero funzionale causato da
questi deficit, che tuttavia hanno un impatto significativo sulla
qualità della vita. Come è noto, purtroppo, in molti casi l’ictus è
mortale o lascia segni gravi per la salute, come la difficoltà nel
parlare oppure una paresi. Il 40-90% delle persone che hanno avuto un
ictus era ipertesa prima del verificarsi dell’evento acuto.
Il segnale d’allarme: il TIA
A volte l’ictus si manifesta senza alcun segno premonitore. Ma spesso il
deficit circolatorio al cervello ha già dato qualche fastidio, che
magari non è stato riconosciuto. Ciò capita quando si verifica un TIA, o
Attacco Ischemico Transitorio. Il TIA è per l’ictus quello che l’angina
rappresenta per l’infarto, ovvero un calo temporaneo nell’afflusso di
sangue al cervello, sufficiente a determinare qualche sintomo ma non
tanto prolungato da indurre la morte dei neuroni. Per cui al termine
dell’episodio ischemico, cioè, quando si conclude il deficit di
irrorazione, la persona torna perfettamente normale.
Questo segnale d’allarme, che si può manifestare in diversi modi (ad
esempio con una perdita di coscienza oppure con un calo improvviso della
vista), è estremamente importante. Basti pensare che 1 persona su 3 tra
quelle che hanno avuto un TIA è destinata ad andare incontro a un vero e
proprio ictus, che in 1 caso su 5 compare entro un anno. Riconoscere il
TIA, quindi, è fondamentale perché consente di diagnosticare l’eventuale
lesione alle carotidi o altre arterie e quindi di mettere in atto una
prevenzione sia attraverso un intervento chirurgico, sia attraverso
farmaci che mantengano diluito il sangue.
Anche la precocità nei soccorsi consente di migliorare le possibilità di
cura immediata e di ridurre il rischio di invalidità permanente. Per
questo occorre fare molta attenzione ad alcuni segni premonitori, come
il torpore improvviso di una gamba o di una braccio con perdita di
forza, il calo della vista, un’improvvisa difficoltà nel parlare. In
questi casi occorre subito recarsi al pronto soccorso.