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Anno II - n°8 - 02.10.2003 Pagine Nazionali
La malattia di Parkinson
Tiziana Bruzzone
Epidemiologia
La malattia di Parkinson , che colpisce il sistema nervoso centrale, fu descritta per la prima volta nel 1817. E’ caratterizzata dalla perdita progressiva di cellule dopaminergiche situate nella substantia nigra mesencefalica di Sommering (detta più comunemente, sostanza nera per la presenza di pigmenti scuri). Tale zona è sede della produzione ed immagazzinamento di dopamina, un neurotrasmettitore utile per trasmettere messaggi chimici fra neuroni coinvolti nell’attivazione del circuito del movimento.
Sebbene l’eziologia sia ancora sconosciuta, tra le varie ipotesi prevale quella multifattoriale (fattori ambientali, fattori genetici, fattori legati all’invecchiamento).
Esistono, infatti, fattori di rischio di tipo ambientale per chi abita in zone rurali dove sono utilizzati in largo uso erbicidi, insetticidi, pesticidi Questi sarebbero responsabili di un danneggiamento dei neuroni dopaminergici. Altrettanto probabile ma ancora da dimostrare è l’ipotesi genetica. Da studi sui familiari di pazienti parkinsoniani è emerso che questi hanno una maggiore probabilità di sviluppare la malattia ciò tuttavia non spiega quali geni siano coinvolti e se ci sia una reale ereditarietà genetica.
Sintomi
La diagnosi del morbo di Parkinson non è sempre facile. All’inizio il paziente ha sintomi generici, avverte una sensazione di debolezza e di maggiore affaticabilità, spesso lamenta rigidità ad un arto oppure presenta un abbassamento del tono dell’umore non responsivo a terapie farmacologiche. La malattia però in seguito presenta alcuni sintomi cardinali che consentono al neurologo di fare diagnosi.Questi sintomi sono: il tremore a riposo che spesso interessa una mano soltanto ed ha un’oscillazione come di chi conta i soldi, la bradicinesia o lentezza a compiere i movimenti, la rigidità (muscolare) e l’instabilità posturale.
Terapie
Dalla scoperta della malattia le terapie sono molto cambiate in virtù delle esperienze maturate e delle nuove scoperte scientifiche. Dalla fine degli anni ’60 il farmaco più utilizzato è stata L-Dopa, un precursore della dopamina. Questa, una volta introdotta nell’organismo, è trasformata in dopamina e si sostituisce alla dopamina mancante. Purtroppo questo prezioso strumento terapeutico non è scevro da importanti effetti collaterale chiamati complicanze motorie da L-Dopa, s’instaurano dopo 4-5 anni dall’uso continuato e portano a problematiche ancor più gravi della malattia stessa. Oggi le linee guida per il trattamento della malattia di P consigliano di utilizzare L-dopa il più tardi possibile e di sfruttare invece una nuova classe di farmaci: i dopamino-agonisti. Queste pagine sfruttano
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