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Anno II - n°8 - 02.10.2003 Pagine Nazionali
Malaria: Eziologia, Sintomi e Terapia clicMedicina - redazione@clicmedicina.it
Tutta colpa di una zanzara. O meglio di un microrganismo unicellulare che vive nel suo stomaco e nelle sue ghiandole salivari. Lei, la zanzara, appartiene al genere Anopheles; lui, il parassita, si chiama Plasmodio e, tra le quattro specie esistenti (falciparum, vivax, ovale e malariae), il più agguerrito è senza dubbio il falciparum. Quando la zanzara in questione punge un essere umano, inietta nel suo sangue il Plasmodio, che trova qui trova un ambiente favorevole alla sua riproduzione. Comincia perciò a rilasciare parassiti ogni 48 o 72 ore circa, causando in breve tempo l’insorgere della malattia. Poi se un’altra zanzara punge la persona già infettata, il Plasmodio passa nell’insetto sano che diventa, a sua volta, veicolo della malaria. E così via, moltiplicando il fenomeno per milioni di esseri umani e di zanzare. A volte la trasmissione si verifica con la trasfusione di sangue e, occasionalmente, da madre a feto durante la gravidanza. La malaria, inoltre, è particolarmente sensibile alle variazioni climatiche, soprattutto all’innalzamento della temperatura e all’umidità. Non stupisce, quindi, che sia diffusa soprattutto nei luoghi più caldi del mondo e che raggiunga l’apice durante la stagione delle piogge. I sintomi dipendono dal
tipo di Plasmodio che ne è responsabile e vanno dalla comparsa di febbre ai
dolori alle articolazioni e ai muscoli, dal mal di testa al vomito fino alle
convulsioni, dall’anemia all’ingrossamento della milza. Il tipico attacco
prevede una “fase fredda” per circa mezz’ora, seguita da una “fase calda” con
febbre fino ai 42°C che può durare dalle 3 alle 8 ore e infine da uno “stadio
di sudorazione” che comporta la fine improvvisa della febbre. Il Plasmodium
falciparum può anche attaccare il cervello e dare luogo alla forma più
devastante di malaria, la “malaria cerebrale” o “perniciosa” che dagli stati di
confusione e delirio può portare al coma e, se i sintomi vengono trascurati,
alla morte. Del Plasmodio sono stati identificati 14 cromosomi e 5300 geni, in gran parte coinvolti nel processo che consente al Plasmodio di evitare la reazione del sistema immunitario della vittima e di “travestirsi” in modo diverso ad ogni infezione. Restano aperti, insomma, numerosi fronti di indagine e spetterà ora alla proteomica spiegare il funzionamento di questi geni. Per approfondimenti:
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