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Anno II - n°6 - 27.05.2003 Pagine Nazionali

Obesità: come combatterla


Dieta, farmaci e stile di vita riducono il peso del 10% e prevengono il diabete. La conferma da uno studio effettuato su oltre 3 mila obesi: in un anno la circonferenza del punto vita è diminuita di quasi 10 cm mantenendosi di 6,5 cm dopo quattro anni. Nuove speranze per gli obesi: uno studio svedese ha dimostrato che è possibile perdere il 10 per cento del proprio peso, associando ad una dieta equilibrata ed alla attività fisica una corretta terapia farmacologica. E’ quanto emerge dallo studio Xendos - presentato a Milano nel corso di una conferenza stampa cui hanno partecipato il prof. Michele Carruba, direttore del ‘Centro di Studio e Ricerca sull’Obesità’ dell’Università di Milano, il prof. Marco Comaschi, presidente dell’Associazione Medici Diabetologi e primario dell’Ospedale di Voltri in Genova , e il prof. Francesco Cavagnini, ordinario di Endocrinologia all’Università di Milano - che in quattro anni ha raccolto 2 milioni di dati dagli oltre 3 mila pazienti obesi arruolati. I pazienti trattati con orlistat – questo il nome scientifico della molecola che previene l’assorbimento di circa il 30 per cento dei grassi inibendone la digestione – hanno fatto registrare una perdita di peso di circa il 10 per cento e una significativa riduzione della circonferenza del punto vita. Tutti i pazienti, sia quelli che assumevano orlistat sia coloro che ricevevano il placebo, hanno seguito anche un programma dietetico. Non solo, ma chi ha assunto questo farmaco ha visto anche diminuire il rischio di sviluppare il diabete di tipo II di oltre il 37 per cento. “Il fatto che la riduzione di peso si sia accompagnata ad una riduzione della circonferenza della vita chiaramente superiore nei pazienti che hanno preso orlistat – ha sottolineato il professor Francesco Cavagnini - significa che la perdita di peso è avvenuta a scapito del grasso viscerale, il che ha una notevole importanza clinica. E alla maggiore riduzione di peso e della circonferenza della vita si sono associate una maggiore riduzione della pressione arteriosa (sia sistolica che diastolica) e una significativa riduzione del colesterolo LDL”. Un’arma in più, dunque, per combattere l’obesità, definita “la più recente epidemia americana”, a causa dei 120 milioni di individui che ne sono affetti. Ma anche in Europa e in Italia non si scherza. E la comunità scientifica disegna anche un altro, preoccupante scenario: il 90 per cento dei diabetici è obeso o quantomeno in soprappeso. Secondo le stime dell’OMS entro il 2025 saranno 300 milioni i diabetici nel mondo. Diabetici e obesi afflitti dunque da un’unica patologia-contenitore: la diabesity. Come evitare questo cortocircuito patologico? E soprattutto i pazienti sono a conoscenza di questo ulteriore rischio? Secondo una ricerca condotta dall’Associazione Medici Diabetologi (AMD) mantenere un regime alimentare rigoroso, primo passo terapeutico, è il vero ‘dramma’ per due pazienti su tre. Anzi, a sentire i medici, meno di un paziente su sei segue la dieta senza problemi. “La ricerca dell’AMD - dice il professor Marco Comaschi - ha messo in evidenza con chiarezza che i pazienti diabetici intervistati sono tutti in sovrappeso e con un indice di massa corporea sempre superiore alla normalità. La percezione che il paziente ha del problema è tendenzialmente ‘monotematica’: il problema-obesità è legato solo all’eccesso alimentare e non ad una condizione multifattoriale, che prevede interventi sulla dieta e sulla sedentarietà affiancati da supporti farmacologici personalizzati”. Secondo il professor Michele Carruba “per fortuna stiamo registrando un atteggiamento nuovo da parte del Ministro della Salute, partito con progetti molto importanti, innanzitutto di comunicazione. Oggi l’obesità è la seconda causa di morte prevedibile, con costi diretti per la società non indifferenti, quantificabili in Italia nell’ordine di 22,8 miliardi di euro ogni anno. Dove sbagliamo allora? In termini di analisi dell’evoluzione dei consumi degli ultimi 50 anni la quota calorica giornaliera introdotta in media non è cambiata, anzi è addirittura diminuita un po’! Il discorso è che mangiamo male e troppo, non in assoluto, ma in funzione di quanto consumiamo. Abbiamo ridotto sostanzialmente l’attività fisica, perché grazie allo sviluppo tecnologico tutto è a portata di telecomando, il telefono vive in tasca. Tutto questo fa accumulare il grasso. Non ci si muove e non si cammina più”.