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Anno II - n°6 - 27.05.2003 Pagine Nazionali

Esercizio fisico e sistema immunitario

G. Rizzi - Direttore Scientifico Il Medico Sportivo

Recenti episodi hanno attirato l’interesse della comunità scientifica sul rischio di infezione nell’atleta benchè appaia difficile pensare come uno sportivo professionista, a dispetto della sua forma fisica, delle corrette abitudini di vita e dei numerosi controlli medici ai quali è sottoposto, possa risultare particolarmente esposto alle infezioni in generale ed alla epidemia influenzale in particolare.
In realtà oggi sappiamo che esiste un momento preciso della vita dell’atleta durante il quale il sistema immunitario si trova in condizioni di non potere garantire un’adeguata risposta nei confronti dei patogeni: è noto che i linfociti vengono attivati nel sangue prima e durante l’esercizio fisico; tuttavia, mentre la concentrazione dei neutrofili continua ad incrementarsi anche nel periodo post esercizio, la concentrazione dei linfociti si riduce notevolmente dopo l’esercizio stesso.
Durante questa fase, rilevata in diverse condizioni di stress fisico, quali l’esercizio, la chirurgia, le ustioni, i traumi, l’infarto miocardico acuto e le infezioni severe, il soggetto viene a trovarsi in una situazione di particolare esposizione al rischio di infezioni.
Per un atleta questa condizione in genere coincide con momenti in cui la possibilità di contatto con agenti potenzialmente infettivi è particolarmente elevata: per esempio immediatamente dopo una gara l’abbraccio dei tifosi, la permanenza negli spogliatoi insieme ad altre persone, il vapore acqueo delle docce, l’aria condizionata degli ambienti o dei mezzi di trasporto, rappresentano un veicolo ottimale attraverso il quale possono essere contratti agenti potenzialmente infettivi.
La fase di “open window” ha una durata estremamente variabile che oscilla tra le 3 e le 72 ore in funzione del livello immunitario basale del soggetto e si concretizza in un elevato rischio di infezioni in corso di allenamento intensivo o durante le due settimane seguenti eventi sportivi di particolare impegno atletico.
Le concause che contribuiscono ad aumentare la suscettibilità dell’atleta alle infezioni sono anche gli elevati ritmi respiratori, la conseguente secchezza delle mucose orali, l’aumento della viscosità del muco, l’insufficiente apporto di componenti nutrizionali essenziali, i microtraumi e lo stress psicologico. Anche l’età gioca un ruolo importante sulla capacità di mobilizzazione dei linfociti nel sangue, come dimostrato da uno studio in soggetti giovani (età 19-31) ed anziani (età 76-80) prelevando campioni di sangue prima e dopo un esercizio al cicloergometro della durata di 20 minuti. I risultati mostrano come i soggetti giovani abbiano avuto una mobilizzazione linfocitaria decisamente superiore agli anziani.
La figura 4 mostra come il rischio di infezioni delle vie aeree superiori vari grandemente in funzione dell’attività fisica, essendo minimo in concomitanza ad attività fisica moderata e più elevato nei soggetti sedentari o sottoposti ad attività intensa. La riduzione del rischio passa attraverso diverse metodiche: ridurre la permanenza negli spogliatoi, i contatti col pubblico e/o con persone infette, fornire un adeguato apporto dietetico di aminoacidi, antiossidanti e fibre, ottimizzare l’allenamento, controllare la respirazione e l’esposizione ai microtraumi, ridurre lo stress psicologico, utilizzare attrezzature sportive idonee. Per tutte quelle patologie per le quali è disponibile un vaccino, è caldeggiata la vaccinoprofilassi, che non riguarda solo l’atleta professionista ma anche tutti i soggetti a particolare rischio, quali gli anziani, i diabetici, i cardiopatici, i portatori di BPCO.

Bibliografia: Nieman DC Sport Science Exchange 1998; 11: 1,8 Nieman DC et al. Sports Med. 1999 Feb; 27 (2): 73-80 Pedersen BK, et al. J Sci Med Sport. 1999 Oct; 2 (3): 234-52 Pedersen BK, et al. J Sports Med Phys Fitness. 1996 Dec; 36 (4): 236-45 Pedersen BK, et al. Sports Med. 1995 Jun; 19 (6): 393-400 Pedersen BK Summer course EAACI - Roma 2000 Shepard RJ et al. Phys. Sport Med 1999; 27 n°6: 1-14

L'articolo è pubblicato su www.ilmedicosportivo.it