Queste pagine sfruttano gli standard avanzati W3C, sebbene i contenuti sono visibili con tutti i browser, una grafica più piacevole è ottenibile con un browser attuale. Se leggete questo messaggio, avete salvato la pagina sul Vs. disco, oppure siete in Internet con un browser non attuale. Se lo desiderate potete scaricare gratuitamente un browser standard attuale adatto alla Vs. piattaforma dal sito http://webstandards.org/act/campaign/buc/

Stampa ottimizzata con standard avanzati W3C



Anno II - n°6 - 27.05.2003 Pagine Nazionali

La Maternità e il mito di Demetra

M. Cristina Maggiorelli – psicoterapeuta - Associazione Italiana di Psicoanalisi

cristinamaggiorelli@tiscalinet.it


Quelle della mitologia, sono favole senza morale, ma insegnano molto più di un trattato di psicologia. 

Inoltre sono divertenti, spassose. 

Gli dei dell’Olimpo ne combinavano di tutti i colori, soprattutto il loro re, ZEUS. 

Consiglio a tutte le donne di leggere ogni tanto le storie della mitologia antica, greca o romana. 

Abbiamo bisogno di favole, a tutte le età. 

Erano, queste divinità così intente a godersi la vita, che non sembravano accorgersi che la vita è una cosa seria. 

Così tra libagioni e amori, cascavano nel tranello del dolore. Si arrabbiavano, si difendevano, si vendicavano. Ma poi venivano a patti col dolore, assecondandolo o mercanteggiando con lui con una tale diplomazia che potrebbe essere di insegnamento ai politici di oggi. 

Sono belle le divinità che si “ingarbugliano” e, cadendo, si sbucciano le ginocchia. 

Ci alleggeriscono dai sensi di colpa e dal moralismo. Leggiamo di loro. 

A me interessa ora parlare di DEMETRA, una dea che rappresenta la maternità nel momento più brutto e devastante: la perdita del frutto preferito, sua figlia, Persefone per i Greci, Proserpina per noi, Latini. Quando noi donne mettiamo al mondo un figlio, sappiamo che non è una nostra proprietà. 

Diciamo “Non sei MIO/A, ma TUO/A” e il petto si gonfia più del consentito, anche per il latte che sarà nutrimento e poi accudimento e, infine, attaccamento infinito, paradossalmente non per scelta ma per natura e radici. 

Ma il/la figlio/a ci ha ascoltato, così come ha ascoltato l’istinto : un giorno ci lascerà, per necessità. In quel giorno, anche se abbiamo chiamato le nostre figlie – il distacco madre/figlia è più duro – Chiara o Aurora o Alba…si farà buio dentro di noi, un buio struggente come la fame. 

Allora andiamo a leggere la storia di Demetra, la Madre Terra, che persa la figlia per rapimento di Plutone, re degli Inferi, proprio mentre raccoglieva mazzi di fiori….così si disperava :

“ Pungolo acuto, l’angoscia le straziò il cuore; le sue care mani lacerarono il velo sui capelli fragranti di ambrosia, ambo le spalle poscia coprì con vesti scure, si precipitò sopra terre e mari, come san fare gli uccelli, sempre CERCANDO. Nessuno però volle darle notizie, né dio alcuno, né veruno degli umani mortali. Per nove giorni Demetra sovrana vagò per la terra, con nelle mani faci accese, sofferente ricusò l’ambrosia, disdegnò del nettare la bevanda dolce di miele e mai non bagnò le membra “ 

( Inno omerico a Demetra ) (1) 

Ci sono tante versioni del mito di Demetra, come tanti furono i figli che partorì e lasciò orfani per il mondo, mentre cercava disperatamente Persefone. 

Nelle diverse interpretazioni rimane, tuttavia, la descrizione del lancinante dolore per l’unica figlia. Nessun mito parla di come soffrì Persefone accanto a Plutone.

C’è da chiedersi se soffrì. Forse NO! Nella mitologia il fatto non riveste particolare importanza, ma per le mamme terrestri rimane uno dei quesiti più importanti, anche se non risolutivo del dolore. Dolore lancinante, temo siano le parole giuste. Di Demetra si dice che non si lavò più, non mangiò più, non ebbe più cura del suo corpo. Sono, questi i segnali del lutto, più delle “vesti scure “. 

Sono anche i sintomi della depressione. Qualsiasi donna li riconosce, anche se sono durati un giorno o mille o di più…Chiedo anche alle donne se lacera di più l’abbandono/separazione da un figlio/a o quello da un uomo. Io so la risposta, perché l’ho letta nel cuore delle donne. Il figlio/a conta di più. Ci sono figli che vanno a fare il soldato. Ci sono figlie che si sposano al di là di qualche oceano. Ci sono figli/e in qualche Comunità o Casa/Famiglia per tossicodipendenza o guai in casa. Ci sono figli/e che scappano e non si sa da chi o da che cosa. Ci sono figli/e che escono, forse per sempre, sbattendo la porta e altri che sono sbattuti fuori. Il dolore può cambiare, ma i guasti dell’assenza hanno la stessa cantilena : “ Ti ho dato tutto e di più Ho sbagliato, questo lo so. Ti copri quando fa freddo ? Mangi quando hai fame ? Io ti aspetterò, sempre ! “ Anche Demetra, quando, premiata per il suo disperato cercare, ritroverà la figlia, Persefone, le dirà : 

“Hai mangiato, hai freddo ? Negli Inferi, figlia mia C’è il fuoco o il ghiaccio ? “ 

L’amore delle mamme è passato di lì : SFAMARE e RISCALDARE. I figli apprezzano la domanda, perché è fuori tempo e il ricordo, solo il ricordo delle loro mamme spesso li sfama e riscalda. E allora impariamo e distinguiamo. Spesso i figli “persi “, non lo sono affatto. Portano le loro mamme, sottopelle, più di tre etti di lana o di un chilo di risotto. Impariamo da loro: mettiamoli dentro di noi. E’ finito solo il tempo di accudire. 

Soffrire perché “ce la fanno” è anti/materno, ma si può capire. Mamme, soffrite il lutto come il grano sotto la neve. Il tempo giusto, il tempo “ naturale “. 

Poi rifiorirete, perché loro hanno seminato il grano biondo che danza sotto il vento e il sole. Loro. 

Io porto sempre nel cuore, come una medicina,queste parole della scrittrice Angeles Mastretta: 

“ Felpata…la mise a dormire finché la Divina Provvidenza avesse avuto pietà di lei. Una mattina, la zia Fernanda aprì gli occhi e il sollievo la sorprese. Aveva dormito notti intere senza digrignare i denti, senza sognare pesci morti, senza soffocare. Aveva gli occhi asciutti e voglia di fare pipì, come si deve, per la prima volta da tanto tempo. Rimase mezz’ora nella vasca da bagno e…uscendo…vide il suo viso nello specchio e si strizzò l’occhio.” 

Anche Demetra, nella versione che più mi piace, strizzò l’occhio alla sfortuna e a Zeus. Patteggiò, con le redini nella mano e riebbe la figlia, solo nei cambi di stagione.

 

M. Cristina Maggiorelli – psicoterapeuta- cristinamaggiorelli@tiscalinet.it Associazione Italiana di Psicosocioanalisi (2)