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Mentalità dopante e memoria sessuale 

Gianfranco D’Ottavio - Direttore Struttura Complessa di Chirurgia, Ospedale San  Carlo di Nancy, Roma - specialista@clicmedicina.it 

Si può avere un “aiutino”? Non mi può dare una mano ? La cultura dell’aiutino sta  caratterizzando  i nostri giorni quasi come una categoria mentale. Lo invochiamo  con disinvoltura sia per vincere gettoni d’oro per telefono  o per  una confezione di saponette. Fino a qui c’è solo da sorridere per l’evidente abuso semantico della parola “aiuto”  da sempre destinata a significare un soccorso a chi è in evidente difficoltà, e il fatto di presentarlo sotto una forma diminuitiva non modifica  completamente la sostanza.

Ben diverso è il contesto quando l’aiutino viene richiesto da genitori preoccupati perché il figlio (per lo più in età periadolescenziale) non riesce ad emergere: l’allenatore non lo impegna in partita, i compagni lo sottovalutano, talvolta lo deridono. Il giovane torna quindi a casa dopo una attività tradizionalmente ludica palesando più o meno il suo disagio e attivando nella famiglia la necessità di provvedere in qualche modo  perché “evidentemente da solo non può riuscirci”.

Fanno allora la trionfale comparsa tutta una cascata di sostanze, dalla mitica pappa reale agli amminoacidi, dagli integratori ai sali minerali fino agli anabolizzanti e così via.

In questa cornice trae origine quella che oggi possiamo definire “mentalità dopante” quella convinzione, cioè, che partendo dal presupposto che da soli non ce la possiamo fare, sancisce  la necessità di un soccorso esogeno.

Questo disagio adolescenziale sembrava aver trovato, dal punto di vista antropologico, una parziale risposta attraverso i cosiddetti riti di passaggio che, mediante il superamento di prove con livelli crescenti di difficoltà, sancivano il  “passaggio” dell’adolescente e l’inserimento e l’accettazione  nel gruppo dei pari. Ma attualmente,  e per molti aspetti fortunatamente, nella nostra civiltà questi momenti di critica verifica si sono decisamente illanguiditi e, anche se ne avvertiamo in qualche modo una certa “nostalgia”, non ne proponiamo certamente il ripristino. Ci colpisce invece che nella nostra realtà sembra non essere più sufficiente esser parte del gruppo dei pari, bensì dobbiamo emergere: l’essere normali nella nostra vulnerabilità appare sempre più come una diminutio, quasi un fallimento. Purtroppo, e questo vale soprattutto per i cosiddetti adulti, per poter emergere non ci limitiamo a “crescere” bensì proviamo  spesso a far rimpicciolire gli altri.

La differenza, sicuramente non trascurabile tra la pappa reale e gli steroidi , risiede solamente nelle diverse ripercussioni sul piano fisico, ma sicuramente il presupposto “razionale” che ne determina l’impiego è il medesimo e si insinua come categoria mentale destinata a perpetrarsi , sotto vari aspetti, negli anni e in contesti diversi, come se la mentatità dopante stia diventando il tessuto connettivo del nostro agire.

Ho sempre considerato l’Andrologia non solo una vera e propria disciplina, mai come in questo momento autonoma rispetto ad altri compagni di viaggio, ma anche e soprattutto, come un punto di vista privilegiato per cogliere i mutamenti sociali e culturali in corso.

Proprio in quest’ottica e per le tematiche che sono oggetto della nostra osservazione, ritengo,  in maniera  forse un po’ provocatoria, che alcune problematiche della cosiddetta “mentalità dopante” possano essere applicate al capitolo della disfunzione erettile specialmente nella sua versione clinica di “inadeguatezza sessuale” dove con questo termine intendo sottolineare la percezione tutta soggettiva di un sintomo.

Occupandomi da più di 30 anni di andrologia ho vissuto appieno la vera impotenza terapeutica quella cioè che ha caratterizzato molti anni della nostra storia : ci siamo affidati a vitamine, estratti vegetali, testosterone, attivatori più o meno efficaci della circolazione etc., confidando, e con il  senno di poi possiamo sicuramente riconoscerlo, in quel 25% di risposte positive che sono proprie, per questo tipo di sintomo, di ogni placebo.

E’ quindi con sincera gratitudine  che oggi guardiamo a quei ricercatori che ci hanno affidato molecole straordinarie per efficacia e tollerabilità, molecole che hanno decisamente e positivamente cambiato storie individuali e, per certi versi, collettive.

E’ proprio questo evidente impatto di queste molecole sul comportamento e quindi sulla vita di relazione che ci ha portato a riflettere sulle possibili ripercussioni di ordine “esistenziale” che questi farmaci possono comportare.

Finché ci si muove nell’ambito di una vera e propria disfunzione erettile sostenuta da meccanismi patogenetici chiariti e, nei limiti del possibile, quantificati nel loro ruolo patogeno , la terapia risponde ad un preciso razionale  e viene a integrare qualcosa che acutamente o cronicamente manca, diversa è la situazione quando, specialmente nei più giovani, si configura la percezione tutta soggettiva di una inadeguatezza per  la cui rimozione si ricorre al  concetto dell’”aiutino”.

La medicalizzazione  per questo disagio non è scevra da implicazioni  di vario genere. In primo luogo il ricorso al farmaco sottintende l’impossibilità di venirne a capo senza un aiuto esterno, in secondo luogo non c’è il tempo per elaborare  il”lutto per la cilecca” e tutti i possibili significati che forse molti di noi hanno già vissuto, rivisitando  la propria storia. 

E’ opinione diffusa tra gli addetti ai lavori che non sono pochi i giovani che, una volta “contenuto” il loro problema con queste molecole, hanno molta difficoltà nel farne a meno. In questo senso ricompare il concetto di mentalità dopante quale conditio sine qua non.

E’ ovvio che l’estrema tollerabilità di queste sostanze non configura una farmacodipendenza  in senso carenziale, ma può comportare , specialmente nei giovani , una diversa configurazione della propria memoria sessuale. La libido , se mi è consentita una certa approssimazione, è sostanzialmente configurata dai nostri ormoni  e dalla memoria: mentre dai primi ci aspettiamo ripercussioni biologiche che forse conosciamo e su cui possiamo in qualche modo agire, la memoria è qualcosa in costante formazione e rimaneggiamento, dinamica questa che rielaborando a esclusivo nostro uso e consumo esperienze di diverso genere , tende ad assicurarci sostanzialmente validi meccanismi di difesa  e di riferimento. In altre parole se ho una memoria positiva della mia esperienza sessuale sono ovviamente portato a ripercorrerne ,quasi come un rito, il percorso.

Viene spontaneo ipotizzare, a questo punto, che queste straordinarie molecole di cui disponiamo, possono in qualche modo contribuire a formare nei giovani una diversa memoria sessuale e quindi un diverso concetto di identità e quindi di autostima, concetti questi che in qualche modo ci riportano alla cultura dell’aiutinio da cui abbiamo preso le mosse.

In queste righe ho voluto proporre queste considerazioni, forse un po’ provocatorie, agli addetti ai lavori con l’unico intento di stimolare in molti , un approfondimento di questo peculiare aspetto della disfunzione erettile nella personale convinzione che noi siamo quello che la nostra memoria, con tutta la sua capricciosa selettività, ci propone.

Journal of Sleep Research.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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