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La salute non ha prezzo, ma la sanità ha un costo Federalismo sanitario: modelli a confronto. Guido Pastorino - guido.pas@tiscali.it |
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I lavori sono stati aperti dal moderatore Giuseppe Romagnoli, e da Raffaele Perrone Donnorso, presidente nazionale dell’ANPO, che si sono detti “felici che l’organizzazione di un simile convegno sia arrivata in porto, in quanto, contrariamente a certe fosche previsioni, il primariato non si è affatto dissolto, e l’ANPO ha acquistato una visibilità forte, facendosi conoscere come un solido movimento di opinione, del tutto ‘alla luce del sole’. Vogliamo anche ricordare l’opportunità di questo convegno, in quanto esso si occupa di un argomento estremamente attuale, tanto attuale da ricadere nel campo d’azione della nuova legislazione finanziaria”. Successivamente,
attraverso molti altri interventi di tipologia assai diversa, fra i quali
quello di Stefano Simonetti, collaboratore del ministro Sirchia, si è
giunti a presentare un quadro globale, sotto vari aspetti, di quello che
potrebbe essere l’impatto del federalismo sul settore sanitario in
Italia. Si è inoltre prestata
particolare attenzione al punto fondamentale di tutta la questione: come
le regioni interpreteranno e applicheranno le nuove disposizioni di legge
sull’autonomia regionale riguardo alla sanità (ricordiamo infatti che
la proposta federalista prevede una parificazione della capacità
normativa fra Regione e Stato; per la precisione, alla lettera dell’art.
3, le regioni potrebbero già autogovernarsi in fatto di sanità, ma
ancora non vi sono stati casi di questo tipo). "La sanità rappresenta circa i due terzi del bilancio per ciascuna regione; ne consegue che è assolutamente vietato commettere grossi errori in un settore di tale portata e delicatezza.", spiega Giuseppe Romagnoli, moderatore del convegno e Direttore Unità Operativa di Chirurgia, Urologia ed Andrologia Pediatrica Ospedale S. Paolo di Savona, "Innanzitutto, primaria è la necessità di un federalismo “solidale”, tale da non approfondire il taglio fra Nord e Sud; a riguardo sembra inevitabile dover mantenere una certa presenza statale, se non in fase legislativa, almeno in fase di controllo; si pensa anche alla necessità di una “cedevolezza” del nuovo assetto federale, ovvero la possibilità, per le regioni non interessate ad una larga autonomia, di rimanere sotto un più diretto controllo statale." In ogni caso, con l’avvento del federalismo, a cambiare saranno soprattutto alcuni aspetti istituzionali; in particolare, i rapporti e la distribuzione di compiti, risorse e responsabilità, fra tre diversi soggetti: la regione, le ASL, le autonomie locali. Si passerà da una situazione precedente (pre-devolution), dove la Regione era una presenza “leggera” di fronte al cosiddetto “quasi mercato” del servizio sanitario a livello locale, ad una situazione futura caratterizzata da una maggiore presenza “dall’alto” e legislativa da parte della Regione stessa. In altri termini, si dovrebbe rinvigorire il legame Regione–autonomie locali, attualmente troppo allentato. Le ASL non dovranno essere pensate come entità isolate, tuttavia, allo stesso tempo, bisognerà evitare, in Regione, di adottare una politica dirigista in tutto e per tutto, destinata a perdere di vista le esigenze locali. Tutto ciò a causa dell’imprescindibile necessità di avere alcuni minimi comuni denominatori fra le varie istituzioni; infatti, è ormai risaputo che grandi, eccessive diversificazioni sono controproducenti. In sostanza tutti gli interventi sono sembrati convergere verso una conclusione di questo tipo: un federalismo troppo “spinto”, o comunque “frettoloso”, non potrebbe che aggravare la già complessa situazione; il paziente ne risulterebbe come “ubriacato”, bisogna piuttosto fornirgli dei servizi semplici, comprensibili ed efficienti. Naturalmente, resta ancora da appianare il neanche troppo sotterraneo conflitto fra università e struttura ospedaliera, in particolare per quel che concerne alcune problematiche “sovrapposizioni” e la vexata quaestio della parificazione dell’età di pensionamento; si teme infatti che il progetto federalista possa ulteriormente confondere i termini della questione. Merita poi di essere ricordata a parte la relazione di Ubaldo Montaguti, direttore dell’Azienda Ospedaliera di Ferrara; una relazione che si è segnalata sia per la chiarezza espositiva e la limpidezza di giudizio, sia per la capacità di guardare “lontano” nel problema della sanità pubblica in Italia, anche al di là del più immediato futuro. “Bisogna essere in grado” – ha ricordato Montaguti – “di pensare separatamente la pianificazione sanitaria da un lato, e l’autonomia (o federalismo) dall’altra. Ormai, dobbiamo riconoscere che la soluzione federalista è inevitabile; le regioni si sono ’divaricate’ già da molto tempo, ancora prima che si cominciasse a parlare di federalismo a Roma. La sanità potrà e dovrà essere il banco di prova del federalismo; purtroppo, molti sembrano non ricordare che se vengono posti degli obiettivi, si ha di conseguenza l’obbligo di accertare di persona quali siano le condizioni, anche economiche, nelle quali quegli obiettivi possono essere raggiunti”. Infine, in chiusura, Perrone Donnorso ha voluto far notare ai presenti che “anche se è vero che nella sanità ci sono sprechi, ed è altrettanto vero che si può e si deve risparmiare, questo risparmio non può assolutamente comportare una riduzione del numero dei primari, che sono i veri e propri gangli di tutto il sistema, i suoi centri vitali. Non vogliamo neanche dimenticare gli 80 mila medici disoccupati o sottoccupati attualmente presenti in Italia: siamo di fronte ad una possibile ‘mina sociale’, e bisognerà pur prendere qualche provvedimento. Chissà, forse molta verità è contenuta in quel modo di dire che recita: – La salute non ha prezzo, ma la sanità ha un costo – ”. |
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