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La crisi del rapporto medico-paziente: dalla percussione ascoltata alle semeiotica biofisica Sergio Stagnaro - dottsergio@libero.it |
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Sorge così l’attuale crisi del rapporto medico-paziente, sulle cui precise cause ovviamente si può anche non essere d’accordo, non certo sulla sua realtà. Del tutto appropriato è l’aggettivo “desolante” per una situazione in cui l’uomo progressivamente si è annullato ed il momento strumentale ha preso il sopravvento su quello individuale, basato sulla cultura, esperienza ed acume critico del medico: avanzamento della tecnologia ma involuzione clinica ed umana. In altre parole, il progresso tecnologico ha portato con sé il distacco del medico dal malato, e viceversa, e la disumanizzazione della Medicina. Amara è, in realtà, l’attuale assenza di dialogo tra medico e malato: a questo dialogo da sempre veniva attribuito un notevole valore non soltanto diagnostico: “Erst das Wort, dann das Messer, dann das Medikament” (Hartmann F., Das Aerzliche Gespraech. Aufgaben und Entwicklung. Med. Klin. 85, 729, 1990). Infatti, la Medicina è molto più di una scienza applicata, come ancora oggi generalmente si ritiene; “ (Essa) è un insieme armonico di tecnologia medica e antropologia medica, dove accanto all’applicazione delle scienze di base deve sussistere, con pari dignità, il rapporto interumano tra medico e paziente: un rapporto di dualità che diventa pluralità coinvolgendo medico, paziente e società” ( Stagnaro S., Vecchio e Nuovo nella Scienza. Tempo Medico. 315,16,67, 1989). Di fronte ad una simile crisi, la corretta interpretazione eziopatogenetica ancora una volta si presenta indispensabile per una terapia coronata da un successo auspicabilmente ottimale. Vi è un generale accordo su questo importante aspetto della Medicina. Di seguito analizzeremo brevemente i motivi determinanti e le cause finali che secondo noi hanno condotto alla crisi, sulla base di una ormai lunga esperienza acquisita e consolidata sul campo, in una esperienza clinica di 45 anni, spiegando i motivi primi alla base della rivalutazione della percussione ascoltata ed alla nascita della Semeiotica Biofisica, strumento operativo che ha originato la Microangiologia Clinica, utilizzata con successo nella diagnosi delle malattie di tutti i sistemi biologici. A partire dagli anni ’50, quando frequentavo l’Università di Genova, a San Martino, appariva evidente che il laboratorio, inteso nella più ampia accezione del termine, acquistava un valore diagnostico sempre più dominante, permettendo diagnosi altrimenti impossibili, allora, sulla base della semeiotica medica tradizionale, e consentiva di correggere o precisare diagnosi poste clinicamente. Inevitabilmente il periodo magico del laboratorio era destinato a sfociare nella mortificante attuale invadenza, causa di ulteriore negligenza della semeiotica medica, in realtà ormai statica, sclerosata, formata da vecchi segni, spesso tanto numerosi quanto scarsamente attendibili. Un solo esempio per illustrare la valenza astratta del concetto: la diagnosi di appendicite. In realtà, da ben quarantacinque anni assisto, da un lato, allo sviluppo continuo, inarrestabile, sicuramente affascinante, della semeiotica strumentale, dall’altro lato, alla immobilità o, peggio ancora, al rassegnato inaridimento di una semeiotica medica, che apparentemente ha raggiunto i confini del proprio dominio. E’ un dato di fatto che il medico nella sua quotidiana attività si trova nella condizione di dover scegliere tra una diagnosi clinica, di cui deve sopportare tutta la responsabilità non solo morale, affidandosi ai dati raccolti, magari con perizia, con l’aiuto della semeiotica medica tradizionale relativamente affidabile, oppure ricorrere al dipartimento dell’immagine ed al laboratorio, a tale punto progrediti da fare credere, apparentemente, superata l’affermazione di E. Lèvinas “La sporgenza dell’essere sul pensiero, che pretende di contenerlo, è il miracolo dell’idea di infinito”. Pertanto, facilmente prevedibile è stato il crescente ricorso alla semeiotica sofisticata, in un primo tempo esclusivamente per corroborare la diagnosi clinica e successivamente, per la diagnosi stessa, provocando l’involuzione della diagnostica clinica ed il sovraccarico del laboratorio. Il medico ha vissuto, così, l’impoverimento delle sue capacità diagnostiche e l’opacamento dell’acume mentale, mentre l’ammalato ha perduto la sua individualità e la sua connotazione umana. La dignità della professione medica in tale modo ha pagato un pesante tributo. Secondo il mio parere, la povertà della semeiotica medica tradizionale, accademica ed ortodossa ha svolto un ruolo non certo secondario nello sfrenato, incontrollato, eccessivo sviluppo della semeiotica strumentale e di laboratorio, che a modo di circolo vizioso, ha decretato il tramonto della semeiotica fisica. A questo punto, esplicitando il senso di quanto precede, è opportuno sottolineare il fatto che, per quanto sofisticate, le metodiche diagnostiche strumentali sono il frutto della “ragione” umana e, quindi, di valore pure sempre limitato per quanto concerne la indagine sulla “natura”, nel nostro caso il corpo umano, sano o malato. In realtà, queste metodiche frequentemente conducono, per vari motivi, a diagnosi non precise o persino errate, quando impiegate per eccesso di entusiasmo oltre i confini del loro dominio oppure allorché i dati offerti sono accettati come validi, in modo acritico, anche se contrastanti con i rilievi clinici. Un aspetto da non trascurare è una specie di nemesi storica, evidente quando queste metodiche, certamente preziose sul piano diagnostico, sono sofisticate al massimo. Infatti l’impossibilità economico-tecnica di una loro applicazione, non diciamo routinaria, ma su di una sufficientemente vasta scala, comporta una necessaria selezione dei pazienti; questa selezione è attuabile esclusivamente in modo “clinico”, cioè con una corretta raccolta anamnestica e con un affidabile esame obiettivo del malato. Certamente sono numerose le cause di questa innegabile e desolante realtà, la crisi del rapporto medico-malato, che “nell’attuale conduzione burocratica dell’assistenza sanitaria ha perduto le qualità essenziali del rapporto tradizionale trasformandosi da relazione interpersonale a relazione impersonale” (Casson F.F., Dignità della professione medica, Feder. Med., XXXVII, 936, 1984. |
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