Genova Anno V - n°28 - 03.04.2007 Pagine Nazionali

Omosessualità


Anna Carderi - Psicologa

L’omosessualità è una condizione caratterizzata dall’attrazione erotica di un individuo verso altri soggetti del suo stesso genere con i quali può intraprendere veri e propri rapporti sessuali o limitarsi a semplici desideri e fantasie. L’omosessualità è sia maschile sia femminile (lesbismo o saffismo).


Il problema politicamente delicato dell’inclusione/esclusione dell’omosessualità dalle categorie diagnostiche è stato in parte risolto dall’ICD-10 specificando che l’orientamento sessuale di per sé non è considerato un disturbo e dal DSM che dal 1973 (DSM-II) non contempla più riferimenti all’omosessualità.
L’omosessualità può essere sia una condizione stabile che può durare anche per tutta la vita, sia una condizione variabile che può manifestarsi in un certo periodo dell’esistenza e poi scomparire o che può sovrapporsi all’eterosessualità. Alcuni autori distinguono una omosessualità primaria in cui il soggetto ha da sempre mostrato assenza di eccitazione e/o esperienze sessuali nei confronti di individui di sesso opposto, da una omosessualità secondaria in cui tali elementi di interesse eterosessuale sono stati presenti e solo successivamente sono scomparsi.


L’omosessualità, può essere vissuta con piena accettazione da parte del soggetto relazionandosi in pubblico con partner del suo stesso sesso e stabilendo con questi un legame stabile di coppia e una convivenza (omosessualità egosintonica). Più spesso, però, l’omosessualità viene vissuta conflittualmente, e quindi in una dimensione essenzialmente privata, cercando di nasconderla (omosessualità egodistonica). In questi soggetti, poiché l’omosessualità è in genere vissuta problematicamente, sono inevitabili forti sentimenti di colpa e depressione, conflitti con l’ambiente familiare di origine o paura che tale condizione di omosessualità possa essere scoperta dai familiari o dal partner eterosessuale. Tali soggetti possono sposarsi e anche avere dei figli; non mancano i casi in cui si attua una “doppia vita”.


Si parla di omosessualità latente o mascherata o inconscia quando il soggetto, pur in assenza di interessi consapevoli e comportamenti rivolti a individui del suo stesso sesso, sperimenta notevoli difficoltà a realizzarne di eterosessuali. Si possono evidenziare allora quadri di impotenza nell’uomo e di frigidità nella donna o di apparente ipercoinvolgimento con l’altro sesso (dongiovannismo). Nell’omosessualità latente non è raro un interesse per il modo di vivere degli omosessuali (ad es. frequentando locali o quartieri dove più frequentemente essi si ritrovano) anche se concomitante ad un sentimento di ripugnanza per gli omosessuali stessi.


Le ragioni per cui un omosessuale può chiedere un trattamento sono diverse e investono l’area psicologica, socio-relazionale, etica-religiosa. Esempi ne sono la non accettazione dell’omoerotismo, anche se desiderato, perché va contro religione e morale e/o aliena il soggetto dalla famiglia, dagli amici, dal lavoro. In tal senso sentirsi teso eroticamente verso lo stesso sesso, ma adottare un comportamento sessuale con individui di sesso opposto o condurre una vita convenzionale eterosessuale, incluso il matrimonio e la costituzione di una famiglia a dispetto dell’omosessualità, comporta spesso ansia, depressione e perdita di desiderio.
Uno dei motivi più frequenti della consultazione è la depressione conseguente alle difficoltà sociali e relazionali importanti, alla solitudine, all’insoddisfazione personale, alla malattia somatica, all’invecchiamento.
Alcuni arrivano dal terapeuta per soddisfare una pressione familiare o sociale. Sono i casi in cui l’omosessuale richiede un “trattamento” che non desidera, a conferma della sua incurabilità o per decolpevolizzarsi.

 






  

 

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