La nosofobia consiste nella paura
marcata ed irrealistica di contrarre una determinata malattia.
Rientra nella categoria delle fobie di tipo residuo, da non confondere con
l’ipocondria.
Nonostante la persona riconosce che la paura è eccessiva o irragionevole,
l’esposizione allo stimolo fobico temuto quasi invariabilmente provoca ansia
che può evolvere in un Attacco di Panico situazionale o sensibile alla
situazione.
La paura influenza risposte fisiologiche neurovegetative (palpitazioni,
sudorazione, elevato arousal etc.) ed emotive (ansia) instaurando un circolo
vizioso che rafforza il timore che qualcosa potrebbe accadere. Il livello di
ansia o di paura di solito varia in funzione sia del grado di vicinanza che
di limitazione della possibilità di allontanarsi allo stimolo fobico.
L’insorgenza solitamente incide con esperienze di malattia o eventi
traumatici diretti e indiretti.
Caratteristico è l’evitamento degli stimoli, delle informazioni e delle
situazioni che possono determinare il contrarre malattie (DSM-IV). I sintomi
infatti compaiono esclusivamente o prevalentemente nelle situazioni temute o
quando il soggetto pensa ad esse.
I sintomi o l’evitamento causano un significativo disagio emozionale. Data
la specificità dello stimolo fobico e la conseguente facilità con cui può
essere evitato nella maggior parte dei casi, il disturbo è compatibile con
un adattamento sociale, familiare e lavorativo adeguato e provoca disagi
limitati. In genere il paziente si adatta a convivere con queste limitazioni
e mantiene un buon equilibrio, finché nuovi fattori stressanti sia
psicologici che fisici (eventi di perdita, malattie intercorrenti)
comportano una riacutizzazione del disturbo.
I nosofobici vanno distinti dagli ipocondriaci. Gli individui con Ipocondria
hanno paura di avere una malattia, mentre gli individui con nosofobia temono
di contrarre una malattia (ma non credono che sia già presente).
L’incidenza della patologia è del 3,1% (Malis 2002). La prevalenza globale è
maggiore nel sesso femminile rispetto a quello maschile con un rapporto di
circa 2 a 1.
È stata inoltre verificata una aggregazione familiare delle fobie; Kaplan ha
riportato che circa il 70% di soggetti affetti da fobia specifica ha almeno
un familiare affetto dal medesimo disturbo.
In merito al trattamento la psicoterapia cognitiva e quella comportamentale
di esposizione sembrano le più efficaci.