Le gestanti con feto di sesso
femminile più facilmente manifestano un quadro di iperemesi gravidica: questo è
quanto emerge dall’articolo pubblicato sul British Journal Obstetrics and
gynecology da Peng Chiong Tan ed i colleghi del Dipartimento di Ostetricia e
Ginecologia della University of Malaya di Kuala Lumpur, in Malesia.
Nausea e vomito sono sintomi tipici della gravidanza, in particolare durante il
primo trimestre. Quasi tutte le donne ne soffrono infatti, in varia misura, fino
alla dodicesima settimana di gestazione. Il quadro clinico è usualmente benigno
e gestito ambulatorialmente con blandi trattamenti sintomatici. Talora,
tuttavia, si sviluppano casi particolarmente gravi, che si protraggono a lungo e
comportano il ricorso alla ospedalizzazione, alla nutrizione parenterale e,
seppur di rado, alla interruzione della gravidanza, e si parla allora di
“iperemesi gravidica”. L'iperemesi gravidica è diversa dal solito malessere
mattutino con nausea e vomito. Molte donne affette da malessere mattutino
ritengono di vomitare tutto quello che ingeriscono, ma se continuano ad
aumentare di peso e non sono disidratate, non sono affette da un'iperemesi
gravidica. La perdita di peso, la disidratazione e la chetosi confermano la
notevole entità del vomito. I fattori psicologici hanno, nell'iperemesi
gravidica, un'importanza preminente, tanto che l’iperemesi è stata a lungo
considerata un disturbo psicosomatico, espressione di tratti di personalità. In
realtà, alla base di tale disturbo, sembra esserci una complessa interazione di
fattori biologici, psicologici e socioculturali.
Si sospetta da tempo che il sesso del nascituro possa influire sull’insorgenza e
sulla severità dell’iperemesi gravidica materna. In particolare, l’appartenenza
del feto al sesso femminile sembra essere in questo senso un elemento
aggravante, provocando talora forme di iperemesi molto gravi. Già nel 1999, un
gruppo di ricercatori svedesi, ha pubblicato su Lancet uno studio che dimostra
l’associazione tra iperemesi e feto femmina. Gli autori hanno dimostrato che
l’iperemesi è associata as alti livelli di Beta-hCG (l’ormone della gravidanza).
Nelle gravidanza con feto di sesso femminile i livelli di Beta-hCG sono
superiori rispetto ai casi di gravidanza con feto di sesso maschile.
La più recente ricerca condotta in Malesia, di tipo retrospettivo, ha analizzato
166 gestanti asiatiche, ricoverate in ospedale per iperemesi gravidica. I
ricercatori malesi hanno valutato la relazione tra sesso del nascituro e livelli
di markers metabolici, biochimici, ematologici e clinici correlati alla severità
dell’iperemesi. L’analisi dei dati ha permesso di evidenziare che il sesso
femminile del feto era associato al riscontro di elevati valori di chetonuria e
di urea sierica nella madre e determinava un incremento del 60% del rischio di
sviluppare una iperemesi gravidica. I ricercatori hanno anche rilevato che,
allorché al momento del ricovero ospedaliero per iperemesi erano presenti nella
madre sia chetonuria che alti livelli di urea, l’83% dei feti risultava di sesso
femminile. Gli autori dello studio sottolineano che, benché siano necessarie
ulteriori ricerche per confermare la relazione tra i due fattori, questi dati
già suggeriscono fortemente una reale associazione tra sesso femminile del
nascituro e severità dell’iperemesi gestazionale.
Molto discutibili sono però le conclusioni di Peng Chiong Tan e dei suoi
colleghi, per lo meno dal punto di vista etico. Il ricercatore malese infatti
sostiene che: “Se si riuscisse a confermare che il sesso femminile del feto è il
più importante fattore responsabile dell’insorgenza di iperemesi gestazionale,
si potrebbe proporre, alle donne che ne hanno sofferto in precedenti gravidanze,
il ricorso alla fertlizzazione in vitro, con diagnosi genetica pre-impianto e
trasferimento in utero di soli embrioni maschili, al fine di evitare la
complicazione”.