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Prof. Bruno Trimarco |
Professore Ordinario di
Medicina Interna Università degli Studi di Napoli “Federico II” ,
Vice-Presidente Società Italiana Ipertensione Arteriosa
Quante persone soffrono di ipertensione in Italia e quante sono
adeguatamente controllate?
L’ipertensione arteriosa in Italia è un problema che colpisce in media
il 33% degli uomini e il 31% delle donne (pressione arteriosa uguale o
superiore a 160/95 mmHg, oppure trattamento farmacologico specifico). Il
19% degli uomini e il 14% delle donne sono in una condizione di rischio
(border-line), in cui il valore della pressione sistolica è compreso fra
140 e 160 mmHg e quello della diastolica è compreso fra 90 e 95 mmHg.
Quali sono le conseguenze principali legate all'ipertensione?
Il danno legato all'ipertensione interessa tutti gli organi. E' evidente
infatti che un aumento della pressione arteriosa è in grado di
ripercuotersi su tutti i distretti vascolari. Ovviamente le conseguenze
più eclatanti sono quelle per il cervello, il cuore e i reni.
Grazie alla disponibilità di farmaci che, oltre a ridurre i valori
pressori, interferiscono con i meccanismi che mediano il danno d'organo
indotto dall'ipertensione, oggi è possibile annullare completamente il
surplus di rischio cardio e cerebrovascolare connesso all'ipertensione
arteriosa.
Qual è l'incidenza dell'ictus in Italia?
Si calcola che nel nostro Paese ogni anno circa 75.000 persone muoiano
per ictus cerebrale. In particolare, l'incremento della popolazione
anziana ha determinato un brusco aumento dell'incidenza di ictus.
Infatti, mentre in soggetti adulti con ipertensione lieve il numero di
ictus attesi è 15 per 1000 pazienti/5 anni, negli anziani questo numero
sale a 123.
Contemporaneamente, il vantaggio che si può ottenere con la terapia
antiipertensiva consiste nella prevenzione di 10 eventi per 1000
persone/5 anni nell'adulto contro 49 eventi prevenuti negli anziani.
E' possibile fare prevenzione dell’ictus?
La terapia dell'ictus cerebrale è purtroppo quasi inesistente. Infatti
il trattamento fibrinolitico ha potenzialità molto limitate per la
grande sensibilità del tessuto cerebrale all'ischemia che richiederebbe
un intervento quasi immediato di riapertura del vaso occluso. L'unica
reale terapia è quella riabilitativa quando le conseguenze dell'ictus
non sono mortali o comunque particolarmente devastanti. E’ chiaro,
quindi, come la reale strategia per fronteggiare questo dramma sia
quella preventiva.
La maggior parte degli ictus ischemici riconosce due meccanismi:
embolico o trombotico. Nel primo caso, è importante individuare quelle
condizioni patologiche ad alto rischio emboligeno e correggerle, se
possibile, o proteggere il paziente con un'efficace terapia
anticoagulante. Nel secondo caso, il fattore più importante è
l'ipertensione e, quindi, il controllo adeguato dei valori pressori
rappresenta il mezzo più efficace di prevenzione.
Va però specificato che questo espediente non riesce ad eliminare
completamente il rischio di ictus che comunque anche nel normoteso
cresce all'avanzare dell'età. Diviene allora importante, da un lato, il
trattamento antiaggregante piastrinico che, riducendo la probabilità di
deposizione di piastrine sulle irregolarità delle pareti arteriose,
attenua il rischio di occlusione trombotica dei vasi e, dall’altro, il
controllo dei fattori di rischio cardiovascolare che minimizza la
probabilità di formazione o di crescita di alterazioni della parete
vascolare che possono creare restringimenti o addirittura occlusione del
lume del vaso.
L'elemento di novità in questo campo è venuto da un grande studio
clinico di intervento, il LIFE, che in pazienti ipertesi ha dimostrato
che a parità di riduzione pressoria è possibile ottenere un maggiore
beneficio nella prevenzione dell'ictus utilizzando il losartan, un
farmaco che blocca i recettori AT1 dell'angiotensina II.
Fonte: Healthcare