Dr. Polichetti esiste un solo tipo di campi elettromagnetici o ve ne sono
diversi?
Ne esistono molti. Quelli con una maggiore frequenza, come le radiazioni
ionizzanti, quelle ultraviolette, la luce visibile e la radiazione infrarossa.
Esistono poi i campi elettromagnetici caratterizzati da frequenze inferiori a
300 GHz, cioè quelli non ionizzanti e non ottici. Tali campi vengono poi
ulteriormente classificati come campi magnetici a frequenze es
Abbiamo già parlato di:
| Campi
Elettromagnetici |
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Inquinamento elettronico domestico
In questo articolo vogliamo evidenziare che
anche tra le mura domestiche si creano campi
elettromagnetici di varia intensità...
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| Inquinamento
elettromagnetico |
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Inquinamento elettromagnetico e salute
Oggi si parla molto di inquinamento
elettromagnetico e dei danni che questo può portare alla
salute, ma vediamo semplicemente...
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tremamente basse: l' Extremely Low Frequencies (ELF), non superiori a 300 Hz, e
campi elettromagnetici a radiofrequenze e microonde (RF/MO) a frequenze
superiori. I primi (50 Hz in Italia e nella maggior parte del mondo, 60 Hz negli
USA e in altri Paesi) sono generati da linee elettriche per il trasporto
dell'energia elettrica e da ogni dispositivo alimentato da rete . I campi a RF
sono, invece, quelli generati per esempio da antenne radiotelevisive e telefoni
cellulari. Il nostro progetto "Salute e campi elettromagnetici" è rivolto
appunto alla comunicazione dei rischi dei campi elettromagnetici caratterizzati
da frequenze inferiori a 300 GHz, cioè dei campi ELF e a RF.
E quali sono i rischi nel breve periodo per l'uomo che si espone alle
frequenze dei campi ELF?
Nel breve periodo possiamo praticamente escludere che i campi ELF mettano in
pericolo la salute umana. Infatti, gli effetti di questi campi consistono
principalmente nella stimolazione dei tessuti muscolari e nervosi (eccitabili
elettricamente), e possono rappresentare rischi per la salute solo quando la
densità della corrente elettrica indotta all'interno del corpo dal campo esterno
supera una soglia di circa 100 mA/m2, valore raggiungibile a fronte di
esposizioni a campi a 50 Hz dell'ordine delle centinaia di kilovolt/metro per
quanto riguarda il campo elettrico e di qualche millitesla per quanto riguarda
l'induzione magnetica. La natura "a soglia" dei rischi sanitari a breve termine
dei campi elettrici e magnetici ELF prevede un sistema di protezione che,
imponendo delle restrizioni di base sulla densità di corrente, permette di
eliminare completamente la possibilità di questi effetti. Tali restrizioni di
base incorporano un fattore di protezione 10 per i lavoratori e di 50 per la
popolazione generale. Si tratta di valori così elevati rispetto a quelli
riscontrabili nei normali ambienti di vita e di lavoro che la possibilità di
rischi a breve termine, quando ad esempio si sta davanti un elettrodomestico a
casa o a un computer in ufficio, è praticamente da escludersi.
E invece nel lungo periodo?
Il discorso è in questo caso diverso. Pur non essendo al momento dimostrata una
relazione di causa-effetto tra esposizione per lunghi periodi ai campi ELF e
insorgenza di alcune malattie, in particolare leucemie infantili, alcuni studi
epidemiologici indicano tuttavia un'associazione. L'indagine sugli effetti a
lungo termine dei campi ELF si è sviluppata lungo le tre direzioni complementari
della ricerca sperimentale in vitro su campioni cellulari, della ricerca
sperimentale in vivo su animali di laboratorio e della ricerca epidemiologica,
di natura osservazionale, che ha come oggetto d'indagine direttamente l'uomo.
Cosa hanno evidenziato questo tipo di ricerche?
L'Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) ha esaminato nel 2001
le evidenze scientifiche, sia sperimentali che epidemiologiche, relative alla
cancerogenicità dei campi elettrici e magnetici alle frequenze ELF. Le evidenze
di cancerogenicità dei campi elettrici ELF sono state giudicate "inadeguate"
dalla IARC, così come le evidenze epidemiologiche relative all'associazione dei
campi magnetici ELF con tutte le patologie tumorali negli adulti e con quelle
differenti dalla leucemia nei bambini. Diverso il discorso per l'associazione
tra la leucemia infantile e le esposizioni residenziali ai campi magnetici. In
questo caso l'evidenza scientifica non è risultata del tutto negativa, ma
"limitata", è stato espresso cioè un giudizio intermedio tra quello di evidenza
"inadeguata" ed evidenza "sufficiente". Tuttavia non è possibile escludere altre
spiegazioni dell'associazione osservata, quali possibili fattori di
confondimento, distorsioni relative al reclutamento dei soggetti studiati (bias
di selezione), o problemi nella valutazione dell'esposizione che spesso è
avvenuta anni prima che venisse effettuato lo studio. Per questo motivo, e per
il fatto che la ricerca sperimentale non ha fornito elementi a sostegno della
cancerogenicità dei campi magnetici mediante studi su animali, la IARC ha
classificato i campi magnetici ELF solo come "possibilmente cancerogeni per
l'uomo", escludendo quindi un'associazione certa o anche solo probabile.
E per quanto concerne i campi a RF?
In parallelo al rapido sviluppo della telefonia mobile, è aumentato anche
l'impegno della ricerca in tutto il mondo, ma particolarmente in Europa, grazie
anche agli importanti contributi dell'Unione Europea nell'ambito del Quinto e
Sesto Programmi Quadro. La maggior parte dei progetti Europei riguarda
esposizioni a RF nelle bande di frequenza utilizzate per la telefonia mobile, in
sistemi sperimentali di valutazione della cancerogenesi (PERFORM-A),
co-cancerogenesi (CEMFEC), genotossicità (REFLEX), effetti sul sistema uditivo
delle tecnologie GSM (GUARD) o UMTS (EMFnEAR) ed effetti sul sistema nervoso (RAMP
2001). Merita di essere segnalato, inoltre, il programma di ricerca (PERFORM-B).
Cosa hanno mostrato questi progetti?
Gli studi su animali non hanno prodotto evidenze consistenti con l'ipotesi che
l'esposizione a RF comporti induzione di neoplasie, aggravi l'effetto
dell'esposizione a cancerogeni noti, o acceleri lo sviluppo di tumori
trapiantati, né che sia in grado di indurre effetti genotossici in vivo. Non vi
sono consistenti indicazioni dalla ricerca in vitro che i campi a RF a livelli
non-termici di esposizione comportino effetti sulla regolazione del ciclo
cellulare, sulla proliferazione, sulla differenziazione, o sull'apoptosi.
E per quanto concerne invece gli effetti sull'uomo?
Studi osservazionali e sperimentali non hanno fornito supporto all'ipotesi di
un'associazione tra esposizione a RF ed insorgenza di sintomi neurovegetativi, a
volte indicati come "ipersensibilità ai campi elettromagnetici". Studi su
possibili effetti neurologici o riproduttivi non hanno indicato rischi sanitari
per livelli di esposizione inferiori ai limiti raccomandati internazionalmente;
tuttavia, per malattie diverse dai tumori sono attualmente disponibili pochi
dati epidemiologici.
Sono state condotte ricerche epidemiologiche focalizzate sul rischio di
tumori in relazione all'uso del cellulare tra gli adulti?
Alcuni studi sono stati condotti dal 1999 fino all'inizio del 2006: un primo
gruppo di studi ha analizzato i trend temporali di incidenza dei tumori
cerebrali o dei melanomi oculari in relazione alla diffusione dell'uso dei
telefoni cellulari, senza osservare correlazioni tra i due fenomeni. Due studi
di coorte sono stati condotti su titolari di un contratto di telefonia mobile.
Il primo, negli Stati Uniti, è stato precocemente interrotto dopo un solo anno
di follow-up, mentre il secondo, realizzato in Danimarca ha dato finora luogo a
due analisi, relative a latenze medie di circa 3 e 8,5 anni. Nel recente
aggiornamento del follow-up della coorte danese non è stato evidenziato alcun
incremento di rischio per tumori intracranici (né separatamente per gliomi,
meningioma o neurinomi del nervo acustico), né per tumori della parotide, né per
leucemia. In una meta-analisi dei risultati di 12 studi (prevalentemente di tipo
caso-controllo) pubblicati entro la fine del 2005 e relativi all'incidenza di
tumori intracranici in relazione all'uso del cellulare per durate uguali o
superiori ai 5 anni, non si osservavano eccessi di rischio per l'insieme dei
tumori intracranici o per gliomi, meningiomi e neurinomi del nervo acustico, né
sono emersi indicazioni di eccessi di rischio in relazione al tipo di cellulare
utilizzato (analogici o digitali) o per particolari localizzazioni intracraniche
delle neoplasie (tumori temporali o occipitali).
Esiste in questo ambito uno studio internazionale dedicato ai possibili
rischi dell'uso del telefono cellulare?
Si. Si tratta dello studio INTERPHONE, al cui aderisono 13 centri nazionali. Sei
di questi (Danimarca, Germania, Giappone, Norvegia, Svezia e Inghilterra) hanno
già pubblicato analisi a base nazionale sul rischio di tumori intracranici o
della parotide e uso del cellulare; inoltre, sono anche state pubblicate analisi
combinate di sottoinsiemi di risultati. Nell'analisi combinata degli studi sui
neurinomi del nervo acustico condotti in 6 centri Nord-Europei partecipanti ad
INTERPHONE sono stati inclusi 678 casi e 3553 controlli. Non si osservavano
incrementi di rischio in relazione all'uso regolare del cellulare, né
associazioni del rischio con la durata d'uso, il numero di telefonate
cumulative, le ore cumulative d'uso. Nel sottogruppo degli utilizzatori di lunga
durata (10 anni o più) si è notato, invece, un incremento del rischio per tumori
ipsilaterali rispetto all'uso dichiarato del cellulare, d'incerta
interpretazione in quanto accompagnato ad un deficit di tumori ipsilaterali tra
gli utilizzatori con durata d'uso minore. Nell'analisi combinata degli studi sui
gliomi condotti in 5 centri Nord-Europei partecipanti ad INTERPHONE, a fronte
della completa mancanza di associazione con l'uso regolare del cellulare, con la
durata totale d'uso, il tempo trascorso dall'inizio d'uso e l'intensità d'uso,
si è osservato un aumento del rischio al limite della significatività statistica
tra gli utilizzatori di lunga durata (oltre 10 anni) per tumori ipsilaterali.
Quali sono le evidenze attualmente a disposizione sull'uso del cellulare?
In conclusione, l'insieme dell'evidenza epidemiologica indica che l'uso del
telefono cellulare per durate inferiori ai 10 anni non comporta incrementi del
rischio di tumori cerebrali o di neurinomi del nervo acustico; per quanto
riguarda durate d'uso più elevate, i dati sono scarsi e le conclusioni sono di
conseguenza incerte e preliminari. Restano aperti diversi problemi
interpretativi di questa prima generazione di studi sulla relazione tra uso del
cellulare e rischio di tumori negli organi e tessuti in maggiore contiguità con
l'antenna dei cellulari. In particolare non è chiara la corrispondenza tra gli
indicatori di uso del cellulare sinora utilizzati (durata della titolarità di un
contratto di telefonia mobile negli studi di coorte e intensità d'uso riferita
dal soggetto negli studi caso-controllo) e dose di RF a livello degli organi
d'interesse.
Fonte: ISS