Genova Anno V - n°27 - 29.01.2007 Pagine Nazionali


Embolizzazione dell'arteria uterina: nuova alternativa alla chirurgia nel trattamento dei fibromi dell'utero


Emanuela Mistrangelo - redazione@clicmedicina.it

L'embolizzazione dell'arteria uterina è una procedura chirurgica minimamente invasiva che viene utilizzata per trattare i fibromi uterini*. Il corpo dell’utero è irrorato dalle arterie uterine; in presenza di fibromi, l’arteria uterina aumenta di calibro e la vascolarizzazione del fibroma è maggiore rispetto a quella del miometrio (parete dell’utero) circostante. L’embolizzazione dell’arteria uterina ha lo scopo di bloccare il flusso sanguigno all’interno dei vasi che portano sangue all’utero privando di conseguenza i fibromi dell'ossigeno necessario per crescere. La privazione dell'ossigeno determina la degenerazione e l’involuzione dei fibromi stessi.
L'embolizzazione dei fibromi, effettuata in Italia dal 1997, viene effettuata da un radiologo interventista che opera consultandosi con il ginecologo. Dopo anestesia locale eseguita a livello inguinale, o in certi casi epidurale (fibromi voluminosi), viene incannulata l’arteria femorale prima e l’arteria ipogastrica poi. Un arteriogramma (una serie di immagini prese mentre il mezzo di contrasto viene iniettato) viene effettuato per fornire una mappa dell'irrorazione sanguigna all'utero e ai fibromi, durante la procedura. Il catetere viene avanzato selettivamente all’interno dell’arteria uterina. Minuscole particelle di gelatina trisacrilica o di polivinilformaldeide inerte, vengono iniettate attraverso il catetere e depositate nelle diramazioni dell’arteria uterina per impedire l'irrorazione sanguigna ai fibromi. Quando si osserva la comparsa di ristagno arterioso all’interno del fibroma l’iniezione delle microparticelle può essere arrestata; il ristagno, è infatti indice di completa occlusione dei vasi arteriosi propri della lesione. E’ importante sottolineare che la procedura di embolizzazione deve essere tassativamente eseguita bilateralmente . E’ ormai ben noto che la chiusura di una sola delle due arterie uterine, indipendentemente che si tratti della destra o della sinistra non è sufficiente per garantire la guarigione. Dopo essersi assicurati della riuscita della devascolarizzazione, il catetere viene sfilato e si esegue una medicazione compressiva sulla puntura d'ingresso all’inguine. L’intervento ha una durata di circa 20-45 minuti. La paziente è poi ricondotta in reparto. Generalmente, è richiesto un pernottamento in ospedale ma l’embolizzazione può anche essere effettuata come procedura ambulatoriale. Alle pazienti vengono somministrati farmaci antidolorifici e antinfiammatori per sedare il dolore successivo alla procedura.
Alcune pazienti possono soffrire di "sindrome post-embolizzazione", descritta come una condizione con sintomi simili all'influenza, quali febbricola, malessere e leggera nausea. La sindrome post-embolizzazione può verificarsi entro alcune ore o fino ad alcuni giorni dopo l'embolizzazione. Gli effetti collaterali solitamente cessano dopo alcuni giorni. Le donne riprendono la normale attività una settimana, dieci giorni dopo il trattamento.
Solitamente, sono necessari da due a tre mesi perché i fibromi si riducano in modo sufficiente da consentire il miglioramento dei sintomi di dolore e pressione. Solitamente, le emorragie abbondanti migliorano durante il primo ciclo mestruale successivo alla procedura. Un'ecografia pelvica o una risonanza magnetica vengono effettuati da tre a sei mesi dopo l'embolizzazione per accertare la riduzione dei fibromi.
L'embolizzazione è sconsigliata nelle donne con fibromi asintomatici, sospetto di cancro, insufficienza renale, infezione o patologia infiammatoria delle pelvi e, ovviamente, gravidanza in atto. Inizialmente riservata esclusivamente a donne tra i 38 e i 48 anni non più desiderose di avere una gravidanza, la tecnica viene oggi estesa anche a donne giovani desiderose invece di conservare la propria fertilità. Nella letteratura medica corrente, non sono pochi i casi riportati di donne con una gravidanza portata a termine dopo trattamento di embolizzazione di fibroma uterino.
La procedura è molto bene accettata dalle pazienti. Uno studio statunitense effettuato su circa 2000 donne precedentemente sottoposte a embolizzazione ha indicato una percentuale di soddisfazione addirittura superiore al 90%.
In una recenterevisione della letteratura, pubblicata nel 2006 sulla rivista internazionale “Teaching Atlas of Interventional Radiology”, White conclude che l’embolizzazione dell’arteria uterina potrebbe essere offerta come intervento di prima linea nel trattamento dei fibromi sintomatici.

*I FIBROMI UTERINI
I fibromi uterini rappresentano il tumore pelvico con maggiore incidenza; colpisce circa il 35% delle donne in età fertile, anche se soltanto nel 50% dei casi diventano sintomatici.Tale patologia è ormonodipendente; la formazione del fibroma è legata agli elevati tassi d'estrogeni circolanti. Infatti, dopo la menopausa, con la caduta degli estrogeni i fibromi tendono spontaneamente a regredire.
I sintomi dei fibromi uterini sono variabili: menorragie (mestruazioni molto abbondanti), metrorragie (perdite emorragiche lontano dal ciclo), compressione dei visceri pelvici limitrofi, infertilità da causa meccanica. Le meno-metrorragie sono il sintomo più importante dei fibromi sottomucosi e intramurali, e sono più abbondanti nel periodo perimenopausale in virtù dell’iperestrogenismo relativo.
Ad oggi, non esiste un trattamento eziologico o preventivo per questa patologia. L’intervento terapeutico è richiesto esclusivamente per quei fibromi che provochino una sintomatologia importante.
Ci sono attualmente tre diverse terapie per il trattamento del fibroma uterino:
- la terapia medica:i trattamenti ormonali sono rappresentati dai progestinici e dagli analoghi del GnRh. I progestinici agiscono sulle menometrorragie attraverso l’atrofia dell’endometrio. Sono efficaci solo durante la fase di trattamento, non diminuiscono il volume dei fibromi e talvolta hanno la tendenza ad aumentarlo. Gli analoghi del GnRh determinano una castrazione chimica con caduta del tasso degli estrogeni; l’amenorrea conseguente permette di correggere l’anemia.
- l’intervento chirurgico: i trattamenti chirurgici, indicati solo nei fibromi sintomatici, possono essere effettuati sia in prima istanza, secondo la sintomatologia emorragica e compressiva, sia dopo l’insuccesso di una terapia ormonale. La tecnica chirurgica (laparoscopica, laparotomica, colpotomica, isteroscopica) dipende dalla localizzazione (sottosierosa, interstiziale, sottomucosa), dal numero e dal volume dei fibromi. La chirurgia consente sia il trattamento radicale (l’isterectomia) sia il trattamento conservativo (la miomectomia, che mantiene i cicli mestruali e la possibilità di gravidanza, anche se espone al rischio di recidive).
- l’embolizzazione.


 








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