L'embolizzazione dell'arteria uterina è una procedura chirurgica minimamente
invasiva che viene utilizzata per trattare i fibromi uterini*. Il corpo
dell’utero è irrorato dalle arterie uterine; in presenza di fibromi, l’arteria
uterina aumenta di calibro e la vascolarizzazione del fibroma è maggiore
rispetto a quella del miometrio (parete dell’utero) circostante. L’embolizzazione
dell’arteria uterina ha lo scopo di bloccare il flusso sanguigno all’interno dei
vasi che portano sangue all’utero privando di conseguenza i fibromi
dell'ossigeno necessario per crescere. La privazione dell'ossigeno determina la
degenerazione e l’involuzione dei fibromi stessi.
L'embolizzazione dei fibromi, effettuata in Italia dal 1997, viene effettuata da
un radiologo interventista che opera consultandosi con il ginecologo. Dopo
anestesia locale eseguita a livello inguinale, o in certi casi epidurale
(fibromi voluminosi), viene incannulata l’arteria femorale prima e l’arteria
ipogastrica poi. Un arteriogramma (una serie di immagini prese mentre il mezzo
di contrasto viene iniettato) viene effettuato per fornire una mappa
dell'irrorazione sanguigna all'utero e ai fibromi, durante la procedura. Il
catetere viene avanzato selettivamente all’interno dell’arteria uterina.
Minuscole particelle di gelatina trisacrilica o di polivinilformaldeide inerte,
vengono iniettate attraverso il catetere e depositate nelle diramazioni
dell’arteria uterina per impedire l'irrorazione sanguigna ai fibromi. Quando si
osserva la comparsa di ristagno arterioso all’interno del fibroma l’iniezione
delle microparticelle può essere arrestata; il ristagno, è infatti indice di
completa occlusione dei vasi arteriosi propri della lesione. E’ importante
sottolineare che la procedura di embolizzazione deve essere tassativamente
eseguita bilateralmente . E’ ormai ben noto che la chiusura di una sola delle
due arterie uterine, indipendentemente che si tratti della destra o della
sinistra non è sufficiente per garantire la guarigione. Dopo essersi assicurati
della riuscita della devascolarizzazione, il catetere viene sfilato e si esegue
una medicazione compressiva sulla puntura d'ingresso all’inguine. L’intervento
ha una durata di circa 20-45 minuti. La paziente è poi ricondotta in reparto.
Generalmente, è richiesto un pernottamento in ospedale ma l’embolizzazione può
anche essere effettuata come procedura ambulatoriale. Alle pazienti vengono
somministrati farmaci antidolorifici e antinfiammatori per sedare il dolore
successivo alla procedura.
Alcune pazienti possono soffrire di "sindrome post-embolizzazione", descritta
come una condizione con sintomi simili all'influenza, quali febbricola,
malessere e leggera nausea. La sindrome post-embolizzazione può verificarsi
entro alcune ore o fino ad alcuni giorni dopo l'embolizzazione. Gli effetti
collaterali solitamente cessano dopo alcuni giorni. Le donne riprendono la
normale attività una settimana, dieci giorni dopo il trattamento.
Solitamente, sono necessari da due a tre mesi perché i fibromi si riducano in
modo sufficiente da consentire il miglioramento dei sintomi di dolore e
pressione. Solitamente, le emorragie abbondanti migliorano durante il primo
ciclo mestruale successivo alla procedura. Un'ecografia pelvica o una risonanza
magnetica vengono effettuati da tre a sei mesi dopo l'embolizzazione per
accertare la riduzione dei fibromi.
L'embolizzazione è sconsigliata nelle donne con fibromi asintomatici, sospetto
di cancro, insufficienza renale, infezione o patologia infiammatoria delle pelvi
e, ovviamente, gravidanza in atto. Inizialmente riservata esclusivamente a donne
tra i 38 e i 48 anni non più desiderose di avere una gravidanza, la tecnica
viene oggi estesa anche a donne giovani desiderose invece di conservare la
propria fertilità. Nella letteratura medica corrente, non sono pochi i casi
riportati di donne con una gravidanza portata a termine dopo trattamento di
embolizzazione di fibroma uterino.
La procedura è molto bene accettata dalle pazienti. Uno studio statunitense
effettuato su circa 2000 donne precedentemente sottoposte a embolizzazione ha
indicato una percentuale di soddisfazione addirittura superiore al 90%.
In una recenterevisione della letteratura, pubblicata nel 2006 sulla rivista
internazionale “Teaching Atlas of Interventional Radiology”, White conclude che
l’embolizzazione dell’arteria uterina potrebbe essere offerta come intervento di
prima linea nel trattamento dei fibromi sintomatici.
*I FIBROMI UTERINI
I fibromi uterini rappresentano il tumore pelvico con maggiore incidenza;
colpisce circa il 35% delle donne in età fertile, anche se soltanto nel 50% dei
casi diventano sintomatici.Tale patologia è ormonodipendente; la formazione del
fibroma è legata agli elevati tassi d'estrogeni circolanti. Infatti, dopo la
menopausa, con la caduta degli estrogeni i fibromi tendono spontaneamente a
regredire.
I sintomi dei fibromi uterini sono variabili: menorragie (mestruazioni molto
abbondanti), metrorragie (perdite emorragiche lontano dal ciclo), compressione
dei visceri pelvici limitrofi, infertilità da causa meccanica. Le
meno-metrorragie sono il sintomo più importante dei fibromi sottomucosi e
intramurali, e sono più abbondanti nel periodo perimenopausale in virtù dell’iperestrogenismo
relativo.
Ad oggi, non esiste un trattamento eziologico o preventivo per questa patologia.
L’intervento terapeutico è richiesto esclusivamente per quei fibromi che
provochino una sintomatologia importante.
Ci sono attualmente tre diverse terapie per il trattamento del fibroma uterino:
- la terapia medica:i trattamenti ormonali sono rappresentati dai progestinici e
dagli analoghi del GnRh. I progestinici agiscono sulle menometrorragie
attraverso l’atrofia dell’endometrio. Sono efficaci solo durante la fase di
trattamento, non diminuiscono il volume dei fibromi e talvolta hanno la tendenza
ad aumentarlo. Gli analoghi del GnRh determinano una castrazione chimica con
caduta del tasso degli estrogeni; l’amenorrea conseguente permette di correggere
l’anemia.
- l’intervento chirurgico: i trattamenti chirurgici, indicati solo nei fibromi
sintomatici, possono essere effettuati sia in prima istanza, secondo la
sintomatologia emorragica e compressiva, sia dopo l’insuccesso di una terapia
ormonale. La tecnica chirurgica (laparoscopica, laparotomica, colpotomica,
isteroscopica) dipende dalla localizzazione (sottosierosa, interstiziale,
sottomucosa), dal numero e dal volume dei fibromi. La chirurgia consente sia il
trattamento radicale (l’isterectomia) sia il trattamento conservativo (la
miomectomia, che mantiene i cicli mestruali e la possibilità di gravidanza,
anche se espone al rischio di recidive).
- l’embolizzazione.