Genova Anno V - n°27 - 29.01.2007 Pagine Nazionali

del 08/03/2007

 

Intervista con il Prof. Giuseppe D'Amico


Prof. Giuseppe D'amico: Presidente della Fondazione D’Amico per la Ricerca sulle Malattie Renali Primario Emerito dell’Ospedale San Carlo Borromeo di Milano


Quanto costano alla collettività le malattie renali?
Le malattie renali sono costosissime, soprattutto nella loro fase terminale. I malati pagano un prezzo altissimo in termini di qualità di vita e di dipendenza dai macchinari utilizzati per le cure. Il Sistema Sanitario Nazionale, poi, deve sostenere oneri molto elevati: ogni dializzato costa alla collettività 40mila euro all’anno. Nel complesso la terapia dialitica e il trapianto, che si applicano alla fase terminale dell’insufficienza renale cronica, oggi assorbono il 3% della spesa sanitaria del nostro Paese. Una cifra enorme.

Cosa possiamo fare per ridurre il numero dei malati e i costi che deve sostenere il Ssn?
Prima di tutto bisognerebbe avviare uno screening sulla popolazione, che potrebbe aiutarci a prevenire le patologie renali, quelle cardiovascolari e cerebrovascolari e il diabete dell’adulto (oggi la forma più frequente di diabete). Gli strumenti ci sono: abbiamo scoperto alcuni semplici marcatori di rischio che permettono di prevedere contemporaneamente l’insorgenza di tutte le malattie degenerative croniche e dei rimedi terapeutici in grado di rallentarne o bloccarne la progressione.

Gli screening bastano a risolvere tutti i problemi legati alla malattie renali?
Purtroppo no: abbiamo bisogno di più ricerca. Anzi, è indispensabile che gli organismi nazionali mettano a punto un programma organico per finanziare non solo studi di prevenzione ma anche la ricerca di base, che aiuti a chiarire i meccanismi responsabili dell’insorgenza delle più importanti malattie renali.


In Italia si fa poca ricerca?
No, anzi: abbiamo ricercatori molto validi, che ogni anno realizzano e pubblicano studi molto avanzati sulle più importanti riviste scientifiche. Mancano, però, i fondi. In Italia, infatti, le nefropatie sono erroneamente classificate come “sindrome rara”. Per questo motivo le ricerche dei nefrologi non possono godere di stanziamenti a sostegno di progetti di ricerca finalizzati. In realtà le malattie renali in Italia sono tutt’altro che rare: nel nostro Paese almeno l’8% della popolazione ha un deficit della funzione renale, 46mila persone continuano a vivere solo grazie alla dialisi, più di 16.500 hanno un rene trapiantato e, ogni anno, circa 8mila nuovi pazienti iniziano il trattamento dialitico.

Quanto si spende in Italia per la ricerca?
L’Italia investe molto meno che negli altri paesi d’Europa e del Resto del mondo sulla ricerca. Nel 2004 il nostro Paese aveva stanziato 17,5 milioni di dollari (pari all’1,1% del Pil) per sostenere questa attività, la Francia più del doppio, quasi 38,3 milioni (2,2% del Pil), il Regno Unito 33,2 milioni (1,8% del Pil) e la Germania addirittura 57,4 milioni di dollari (2,5% del Pil). Impietoso anche il confronto con il resto del mondo: sempre nel 2004 gli Stati Uniti hanno speso ben 292,4 milioni di dollari (2,6% del Pil) per sviluppare programmi di ricerca e ne avevano già previsti 312,5 da investire nel 2005. Importanti anche le somme messe a disposizione della ricerca dal Giappone (112,9 milioni di dollari nel 2004 pari al 3,1% del Pil) e dalla Cina (76,8 milioni di dollari nel 2004 pari 1,2% del Pil).

 


 






  



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