Genova Anno IV - n°26 - 14.11.2006 Pagine Nazionali

   


La Torre di P… - terza puntata


- Burrhus! Ora basta!
- Ok, ok, – concluse riavviandosi i lunghi capelli bianchi – andate e fatevi ipnotizzare, tanto a girar intorno, sempre lì si riapproda. La [•••]
Approfittando del fatto che il loro interlocutore si fosse rimesso con stizza a dar da mangiare ai piccioni, Pickwick ed il suo compagno di viaggio ripresero il cammino.
Appena distanti quel tanto da non essere uditi, Pack confidò: - E’ sempre così, non ci faccia caso. Se si è fortunati lo si trova talmente intento a scrivere appunti o ad osservare i suoi piccioni che neanche si accorge di chi gli passa davanti. In ogni caso mi pare che dica cose sensate. E’ un po’ bizzarro, ma [•••]
- Roba vecchia, roba vecchia. – Troncò Pickwick, facendo rabbuiare Pack.
Nonostante ogni tanto arrivasse qualche sbuffo d’aria fresca, dovuto all’altezza, il sole cuoceva la pelle nei vestiti e si respirava bene solo quando si passava nella parte in ombra della torre. Pickwick cominciava ad essere stanco e, mentre camminava guardingo per non inciampare nelle crepe che frequentemente striavano il cornicione, si chiedeva come mai la sua guida stesse facendo tutta quella fatica, portandogli anche la valigia. Prima di riuscire a darsi una risposta, Pack interruppe i suoi pensieri. – Eccoci, siamo arrivati. Ora faccia pianissimo. – E s’intrufolò in una porticina di legno scuro, dopo aver girato una chiave dorata nella serratura. – E’ uno dei miei piccoli segreti – si vantò facendo strada all’interno di una stanzetta tappezzata di stoffa nera. – Ora dobbiamo salire su questa cassapanca e sbirciare tra le maglie della grata. Venga, – sussurrò – salga: la riunione è già cominciata.
Su un pavimento di marmo a scacchi bianchi e neri, c’erano una trentina di scranni di legno scuro disposti a ferro di cavallo, tutti occupati, tranne tre o quattro. Nella parte centrale, era collocata una seduta più grande, quasi monumentale, dove con fare irrequieto stava il maestro con la barba che aveva incontrato poc’anzi. Accanto a lui due scranni un po’ più piccoli, ma di dimensioni superiori rispetto ai restanti. Entrambi gli occupanti avevano il cranio tondeggiante, il labbro superiore coperto da baffi brizzolati ed erano ampiamente stempiati, tutti e due poi portavano occhiali rotondi, quello alla destra però era di corporatura più massiccia e lasciava traspirare un’aria decisamente fascinante, mentre l’altro sembrava isolarsi con un’espressione pensierosa. Ma ciò che soprattutto li differenziava era lo sguardo: distaccato il secondo; di rara profondità il primo.
Tra i partecipanti alla riunione, Pickwick contò solo due donne, anche se potevano essercene delle altre, in quanto dalla sua posizione non poteva vedere l’intera sala. La più vicina al maestro era un’esile signora dal viso magro ed i capelli neri corti con la scriminatura a sinistra che lasciavano scoperte due grandi orecchie; la più lontana, dall’aspetto elisabettiano, poteva sembrare quasi un uomo dai bei tratti, dalla fronte ampissima cui a corona stavano capelli bianchi ricciuti.
Mentre Pickwick scorreva le diverse figure assise nella sala, un uomo magrolino, occhialuto, dal naso adunco e le labbra carnose era in piedi e parlava con voce nasale: -… perché voi, con la pervicacia che vi è connaturata, seguitate ad ignorare ciò che accade originariamente. Credete di muovervi nel sottosuolo, ma in realtà non state che al primo piano! L’origine: ecco cosa dimenticate, o meglio, non volete vedere: l’elemento cardine sul quale ruota la vita psichica: il trauma della nascita: la prima causa della neurosi. Tutte le dinamiche psichiche dipendono dai tentativi di superare l’angoscia originaria del trauma della nascita. La gestione del distacco con la madre, dunque, è l’obiettivo primario su cui riversare la nostra attenzione. Il complesso pre-edipico…-
- E no, caro Otto, - lo interruppe, animandosi improvvisamente, l’uomo dall’aria distaccata, alla sinistra del maestro – te lo ripeto da tanto tempo, quando si parla di Edipo, bisogna esser chiari, perché se facciamo riferimento alla storiella di Edipo innamorato della madre – qui gettò uno sguardo furtivo al maestro, che intanto, indifferente, giocherellava con la catena dell’orologio – andiamo ancora più fuori strada, in un percorso chiaramente anamorfico. Edipo vuole diventare re. Edipo è spinto dalla sua volontà di potenza, non da una pulsione incestuosa. Edipo…
- Senta adesso, senta adesso che battuta. – Sussurrò Pack all’orecchio di Pickwick.
- Mio caro amico – s’intromise il maestro – sarà pure un’aquila, ma sta volando fuori rotta.
Una fragorosa risata investì tutta la sala, mentre l’uomo che era stato interrotto continuò come se non avesse sentito: - …Edipo segue l’innato bisogno d’affermarsi, l’oggetto del desiderio è solo il mezzo per raggiungere la sua bramata superiorità. Edipo…
- Ma basta con questo Edipo, non ne possiamo più! – Una voce possente, proveniente da un personaggio che Pickwick non riusciva a vedere, prese il sopravvento – Parliamo di cose serie: parliamo della sana insostituibile masturbazione! Parliamo di quanto l’uomo sia suddito della passione per il suo stesso sesso! Parliamo della Verga!
- Caro Georg, non smentisci mai la tua fama di selvaggio. – Si era alzata ed aveva preso la parola la donna di stampo elisabettiano. – Credo che se vogliamo proseguire la discussione su argomenti veramente seri dobbiamo abbandonare questo ingombrante pene e rivolgere l’attenzione agli organi genitali femminili. Non siamo noi donne ad essere invidiose del vostro pene, ma voi gelosi della nostra capacità di partorire…
Sempre sussurrando, Pack disse rivolto a Pickwick: - Adesso la sommergono di fischi.
E così fu, tanto che dovette smettere di parlare.
- Leggi I gioielli indiscreti di Diderot, – ricominciò la voce possente dal fondo della sala – lui sì che parla con cognizione degli organi sessuali femminili. – E rise sguaiatamente.
- Signori, vi prego – riprese la parola il maestro, battendo con vigore la pipa su un bracciolo dello scranno – non diventiamo volgari. Vorrei ricondurre il discorso su tematiche più consone allo scopo della nostra riunione ed al livello dei suoi partecipanti. In proposito, da più parti ho sentito teorie ardite che contrastano con la mia interpretazione dei sogni. Desidero pertanto precisare ed in modo definitivo - qui il tono si fece categorico, quasi aspro - che il sogno è un prodotto patologico, il primo membro della serie che comprende il sintomo isterico, l’ossessione e il delirio tra gli altri suoi membri.
- Eh no, - intervenne il fascinoso uomo alla sua destra, alzandosi in piedi – il sogno descrive la situazione interna del sognatore. E’ uno spontaneo autoritratto sotto forma simbolica della situazione attuale esistente nell’inconscio. Ed è da qui che dobbiamo partire: perché non esiste solo un inconscio personale, ma anche un inconscio collettivo, costituito da rappresentazioni originarie a-u-t-o-n-o-m-e – scandì lettera per lettera guardando verso il maestro che nel frattempo dava ampi segni d’inquietudine – rappresentazioni originarie autonome – ripeté volgendosi verso l’uditorio – che in sostanza sono simboli archetipici. Ma, cari colleghi, ci sono altri argomenti di cui dovremmo parlare, altre strade senza uscita dalle quali dovremmo trarci: la teoria della libido sessuale, ad esempio, …
- Ora interviene il francese e non si capisce più niente. - Bisbigliò Pack, lasciando esterrefatto Pickwick che cominciò a collegare le sue precedenti anticipazioni, tant’è che fissandolo gli chiese: - Come fa a sapere cosa diranno prima che parlino?
- Dopo le spiego.
- Prima che si cambi discorso – si era intanto intromesso un giovane composto, ma dall’aria supponente – vorrei sottoporre a quest’onorevole consesso la mia originale teoria che sicuramente vi troverà concordi: l’inconscio è strutturato come il linguaggio…
Pickwick nel frattempo era diventato nervoso, seguitava a scuotere Pack ed a ripetergli la stessa domanda: - Come fa a saper in anticipo ciò che diranno?
Abbandonando la visuale e scendendo dalla cassapanca sulla quale da tempo erano appollaiati, Pack replicò irritato: - Ma non lo sa che ogni giorno ripetono sempre le stesse cose?
- Che vuol dire? – chiese Pickwick scendendo anche lui dalla cassapanca.
- Che ogni giorno la riunione è sempre uguale, assolutamente identica ai giorni precedenti e a quelli che seguiranno. Ma adesso andiamo – proseguì dirigendosi vero una porta seminascosta dalla tappezzeria – stanno per fare una pausa e non vorrei che ci vedessero.
Avevano imboccato rapidamente ed in silenzio un corridoio dalle cui mura si erano staccati vistosi pezzi d’intonaco. Pickwick, confuso per quello che aveva visto ed udito e sempre più intenzionato ad andarsene, si era nel frattempo rimpossessato della sua valigia per essere indipendente e svincolarsi al più presto. Pack gli camminava avanti scansando con la punta dei piedi i numerosi calcinacci che incontrava nel tragitto ed ogni tanto si voltava come ad incitarlo a fare più in fretta, fino a che non si arrestò davanti ad una porta metallica dove era scritto “Magazzino”. Inserì la chiave dorata in una serratura incassata nel muro e la porta scorrendo con difficoltà da un lato si aprì.
- E’ meglio se lasciamo qui la sua valigia. Così affardellati diamo troppo nell’occhio.
- Ma io voglio andarmene. Mi dica dove si riprende la scala così tolgo il disturbo.
- Senta mi sono esposto molto per farla assistere alla riunione e l’ho fatto per aiutarla a riflettere. Per convincerla a restare. Ha avuto la possibilità di ascoltare alcuni tra i più grandi maestri. Tutto ciò non l’ha spinta a riconsiderare i suoi propositi?
- No, anzi ha rafforzato le mie convinzioni.
- Pickwick, lei è un uomo intelligente, colto, preparato. Sta qui nella torre da più di vent’anni…
- Quasi trenta, se è per questo. – Precisò con sufficienza.
- Bene… meglio. Non butti al vento trent’anni della sua vita senza prima di aver capito fino in fondo.
- Ma che c’è ancora da capire?
- Senta, le faccio l’ultima proposta: tra poco ci sarà la votazione dei protocolli. Ci andremo, dopo di che deciderà.
- Allora è vero che c’è la votazione dei protocolli di cui tanto si parla?
- Si è vero. Ma non tutti possono parteciparvi.
- Perché?
- Diciamo per motivi d’opportunità.
- E noi possiamo andarci?
Pack annuì e, capendo d’esser riuscito ancora a far leva sulla sua curiosità, gli tolse di mano la valigia e la posò su uno scaffale impolverato accanto a degli scatoloni di cartone intrisi d’umidità.
- Prima del tramonto, però, voglio esser fuori.
- Va bene, se sarà ancora deciso ad andarsene, non proverò più a trattenerla.
Mentre si avviavano ad uscire dal magazzino, Pickwick si fermò davanti ad un imballo di legno grande quanto una cabina telefonica. Era stato colpito da un’etichetta sbiadita color arancio su cui era scritto a mano “Accumulatore d’energia orgonica. 1954”.
- Ma è …
- Si, una scatola orgonica, originale.
- Come mai è qui?
- Conserviamo nel magazzino tutti i reperti, prima di decidere se metterli nel museo o gettarli via.
- Non era una truffa?
- Mah, forse solo troppo avanti con i tempi.
- Piuttosto, perché il suo inventore non era alla riunione delle sedici? O forse non l’ho visto?
- No, no, non c’era. Ha notato gli scranni vuoti? Uno di quelli era il suo. E’ ancora sotto processo. In prigione, in attesa di essere giudicato. Dobbiam…devono ancora sperimentare bene le sue apparecchiature, ma non c’è mai tempo. Sempre cose più urgenti, più pressanti [•••] – Poi dopo un attimo d’esitazione: – Vuole vederlo?
- Cosa, l’accumulatore?
- Sto parlando di chi l’ha inventato. Vuole incontrarlo? Abbiamo circa mezz’ora prima che cominci la votazione. Se le interessa…
- E’ un personaggio che mi ha sempre incuriosito.
- Bene, – concluse Pack, chiudendosi alle spalle la porta del magazzino – ma cerchi di non farsi notare fino a che non saremo arrivati. Si comporti con naturalezza e se ci fermasse qualcuno non parli, lasci fare tutto a me.
La torre era molto più grande di quanto Pickwick l’avesse immaginata. Aveva sempre pensato che fosse composta solo da una scala centrale e da corridoi laterali a raggiera. Si accorse invece che c’era anche un ascensore - quello che stavano per prendere - e ampie zone inagibili a causa delle macerie sparse sul pavimento.
Con la solita chiave dorata, Pack aprì un cancelletto di ferro battuto che lasciava accedere a pochi scalini sbrecciati; subito dopo un ascensore pentagonale in ottone e cristallo li aspettava con le porte aperte. Sempre con la stessa chiave, Pack azionò il motore idraulico dell’ascensore.


 





 


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