Genova Anno IV - n°25 - 10.10.2006 Pagine Nazionali

   


La Torre di P…


Lo scorso inverno, in una giornata offuscata da una pioggia sottile, andando per mercatini d’antiquariato, ho acquistato un secrétaire di buona fattura, databile tra la fine dell’ottocento e la prima metà del novecento. Dietro alla ribaltina, in uno dei cassetti centrali ho trovato un manoscritto dal contenuto a tratti oscuro, ma sicuramente singolare. Purtroppo il primo foglio, nella riga contenete il titolo, era mancante di un lembo, così oltre a “La Torre di P…” non si poteva leggere altro, lasciando anche nell’incertezza che l’ultima consonante fosse una P o una B, l’inizio di un nome proprio, una sigla o la prima lettera di un imprecisato vocabolo. Vi sono poi alcuni brevi passi in cui altre parole sono illeggibili a causa dell’usura del tempo che ha scolorito l’inchiostro, pertanto il Lettore troverà dei puntini sospensivi tra parentesi quadre che andranno a sostituire le frasi non decifrabili. Le parti mancanti o non leggibili, però, sono assai esigue rispetto alla mole del testo, così ho deciso di renderlo noto in modo che - magari con l’aiuto di qualche volenteroso - si possa ricostruirlo e comprendere nella sua interezza.
Ecco, di seguito, il testo originale.

Il dottor Pickwick scendeva le scale elicoidali della torre, fendendo con la sua valigia la folla vociante che incrociava. La usava come un coltello per separare le persone che disordinatamente e con irruenza si accalcavano in salita. Più volte aveva rischiato di perdere l’equilibrio, pertanto si muoveva con cautela, ma il suo incedere seppur lento era deciso.
- Dottor Pickwick, – si sentì chiamare, mentre una mano lo tirava per la giacca – che fa? Ha sbagliato direzione? Sta scendendo?
Riconobbe il dottor Pack, pur avendolo alle spalle, dall’inconfondibile sgradevolezza della voce. – Sto andando via. – Gli rispose frettolosamente.
Il dottor Pack, che ormai era stato trascinato più in alto dalla disordinata moltitudine che saliva senza sosta, si fermò di colpo, invertì la direzione di marcia e, strattonando a destra e sinistra, si fece spazio fino a raggiungerlo. Quando gli fu a contatto, approfittando dello slargo di un pianerottolo, lo spinse senza tanto riguardo verso un corridoio laterale.
- Ma davvero sta andando via? – Gli chiese trattenendolo di nuovo per la giacca.
- Mi lasci, la prego, ho fretta.
- Non ci posso cedere. Proprio lei, così promettente…e poi arrivato tanto in alto.
- Sarà per questo. Forse perché sono arrivato così in alto. Da lì ho cominciato vedere cose che mai avrei immaginato e…ma tanto è inutile. Arrivederci, anzi addio. Buona permanenza.
- E no! Non se ne può andare così. Ha salutato gli altri? I suoi maestri? I suoi colleghi?
- Non credo che i miei saluti interessino a qualcuno.
- Mi meraviglio che proprio lei faccia affermazioni del genere. Questa è la sua prospettiva, non la realtà. Come fa a dire che gli altri non siano interessati al suo commiato?
- Mettiamola che non me ne importa nulla. Così va meglio?
- Perché tanta acredine, tanto malanimo? – Gli chiese fissandolo negli occhi.
- Sono disilluso, semplicemente. – Gli rispose sostenendo lo sguardo.
- Ma non vuole salutare neanche “lui”? – Disse, sottolineando con enfasi l’ultima parola.
- Che senso avrebbe. Lui o gli altri…
- C’è l’ha anche con “lui”?
- No, non ce l’ho con nessuno e meno che mai con lui. Anzi, è forse la persona che stimo di più. Ma mi sento lontano, tra noi ormai c’è una grande distanza che lui non può più colmare. Non saprei proprio cosa dirgli.
- E’ vero, come tutti i vecchi maestri è prigioniero dei ricordi, ma è pur sempre il più grande.
Pickwick a questo punto si era ammutolito, sembrava pensieroso, così Pack ne approfittò e prendendolo di nuovo per un braccio lo sospinse verso la prima porta del corridoio. Pickwick lo lasciò fare meravigliandosi solo del fatto che, dopo aver bussato, Pack avesse aperto la porta affacciandosi nella stanza, pur non avendo sentito alcun cenno d’assenso. Capita la sua perplessità, Pack gli sussurrò sull’uscio: – Se dopo aver bussato non dice nein, si può entrare.
L’aria era satura di fumo. Un odore acre di tabacco da pipa inglese lo investì facendolo tossire. Solo allora la poltrona di pelle nera che era rivolta verso la finestra si girò.

...continua.

 





 


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