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Genova Anno IV - n°23 - 14.06.2006 Pagine Nazionali
Intervista a Sergio Ortolani Direttore del Centro Malattie del Metabolismo Osseo dell’Istituto Auxologico Italiano e Presidente della Lega Italiana Osteoporosi (LIOS) Aldo Franco De Rose - aldofrancoderose@clicmedicina.it “Spesso
la donna si rende conto dell’osteoporosi solamente quando è ormai troppo tardi e
cioè quando la prima frattura la mette davanti a questa realtà. Ci sono casi in
cui, addirittura, nemmeno alla prima frattura vertebrale ne prende coscienza
poiché, spesso, questa frattura viene scambiata per un forte mal di schiena.
Quindi il momento della diagnosi di osteoporosi si allontana ulteriormente.
Eppure, l’osteoporosi è una patologia molto rilevante che, solo in Italia,
interessa oltre quattro milioni di donne. Fortunatamente, la ricerca scientifica
ha posto attenzione all’osteoporosi, anche perché è una malattia sociale molto
diffusa al punto che l’Organizzazione Mondiale della Sanità prevede un domani
dominato, fra l’altro, dall’Alzheimer e dall’osteoporosi. L’ultimo ritrovato
della ricerca è un farmaco, ibandronato, che non solo è ben tollerabile ed
efficace ma ha il non trascurabile vantaggio di essere accettato dalla donna
perché può essere somministrato una volta al mese”. Comincia con queste parole
il viaggio intorno all’osteoporosi del professore , in occasione di una
conferenza stampa a Roma.Professore Ortolani, partiamo da lontano, dalla domanda che tutte le persone si pongono e cioè perché un osso si rompe? Bisogna sapere che l’osso si frattura per due motivi. Il primo è che, con il passare degli anni, perde calcio e altri minerali e la sua struttura si dirada, diventando fragile. Sotto le sollecitazioni che subisce lo scheletro, l’osso si rompe. Sono quelle sollecitazioni che fanno parte della normale vita quotidiana. L’altra causa è una caduta, che può avvenire in strada ma che prevalentemente si verifica in casa che è più pericolosa, per certi versi, della strada stessa. Eppure la casa dovrebbe essere un luogo sicuro. Per certi aspetti lo è, ma esistono condizioni di rischio al punto che, ad una certa età, è importante procedere ad una “bonifica” dell’appartamento e cioè eliminare tutte le cause, tutti gli ostacoli che potrebbero provocare una caduta. Nell’appartamento ci sono ostacoli ovunque: dal tappeto al filo della tv. Persino il gatto, che finisce tra i piedi. Solitamente la caduta avviene di notte, ci si alza, non si accende la luce perché si ritiene di conoscere la casa come le proprie tasche e, se un oggetto è stato lasciato fuori posto, si inciampa. Ma non mancano le cadute scendendo dal letto per un giramento di testa o perché ci sono problemi legati a farmaci che facilitano la caduta come gli antiipertensivi, le benzodiazepine, ecc. Non bisogna poi dimenticare, e questo vale anche per le cadute in strada, i difetti della vista, sempre più marcati nelle persone anziane. Quali sono le ossa che subiscono il danno maggiore quando si cade e ci si procura una frattura, ? Alcune fratture si possono legare all’età: quando la donna è fra i 55 e i 60 anni, la frattura più frequente è quella del polso. Con il passare degli anni, dopo i 60, diventa più frequente la frattura delle vertebre. Oltre i 70 anni prevale, anzi potremmo dire che è dominante, la frattura del femore. Altre fratture possono riguardare la testa dell’omero e le coste. Dietro a tutto questo c’è l’osteoporosi. Professore ci sono differenze di condizioni economiche o culturali fra le donne vittime dell’osteoporosi? Possiamo dire che l’osteoporosi è una patologia “democratica”, trasversale, non ci sono differenze nell’incidenza della malattia per quanto riguarda le condizioni economiche o i livelli culturali. Ma la frattura avviene solo a seguito di una caduta? Bisogna essere chiari su questo punto. Il femore si frattura solo a seguito di una caduta, le vertebre no. Le vertebre si possono fratturare anche per semplici movimenti, anche per uno sforzo. E sappiamo bene quali movimenti a rischio, senza rendersene conto, compie una donna nel quotidiano, magari mentre riassetta la casa o lavora. Basta sollevare un vaso pesante o portare pacchi della spesa altrettanto pesanti lungo le scale di casa, o sollevare una valigia o scendere dalla macchina con un movimento scomposto. Spesso la frattura delle vertebre non viene diagnosticata come tale. La donna non si rende conto che una sua vertebra è fratturata, attribuisce il dolore ad un mal di schiena. E poiché con il tempo questo dolore si attenua, la frattura non trattata rimane lì. Ma visto che non si va con il pensiero alla presenza di una frattura, si perde la preziosa occasione di compiere una diagnosi di osteoporosi, se non precoce, almeno in tempi ristretti. E così la donna, che non viene trattata, rischia di andare incontro ad altre fratture. Bisogna sapere che chi ha avuto una frattura causata da fragilità dell’osso e non da una caduta, corre un rischio 5 volte superiore di avere un’altra frattura rispetto ad una donna che non ha mai avuto questo problema. E per quanto riguarda il femore? La frattura del femore si riconosce subito. Nel 95 per cento dei casi la paziente va operata nel più breve tempo possibile, comunque entro 36-48 ore. Se si segue questa procedura, si riduce il rischio di mortalità. C’è da dire che su cento persone che si fratturano il femore, 5 muoiono poco dopo l’evento e altre 15-20 entro un anno. Naturalmente se l’intervento non è tempestivo il rischio di mortalità cresce. Mortalità, dolore ma c’è anche l’invalidità. Ecco un problema molto importante. Quello dell’invalidità non riguarda solo la qualità di vita della persona ma anche dei familiari tutti e della collettività intera per i costi davvero molto rilevanti. C’è da dire, comunque, che tutte le fratture causate dall’osteoporosi abbassano la qualità di vita. Non dimentichiamo, a questo proposito, che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha incluso l’osteoporosi, al pari dell’Alzheimer, come malattia sociale nelle persone in età avanzata. Professore, davanti a questa realtà ora la medicina propone una novità, un farmaco che si distingue non solo per la sua efficacia e per la sua tollerabilità, ma anche per la modalità di assunzione: una compressa, una volta al mese. E’ un farmaco, ibandronato, che appartiene ad una classe ormai consolidata e della quale esiste la più ampia dimostrazione scientifica. Il meccanismo d’azione è ben noto. Questo farmaco appartiene infatti alla classe degli aminobisfosfonati, i più potenti, e, fra questi, è uno degli aminobisfosfonati più potenti a disposizione del medico. Qual è l’azione di ibandronato? E’ un’azione di inibizione molto potente dell’attività osteoclastica, blocca cioè quelle cellule che sono destinate a riassorbire l’osso. A questo punto nel nostro viaggio nell’osteoporosi bisogna fermarsi e dare un’informazione per i non addetti ai lavori. Nell’osso agiscono due tipi di cellule: osteoclasti e osteoblasti. Gli osteoclasti “mangiano” o meglio distruggono lentamente l’osso mentre gli osteoblasti ricostruiscono quello che gli osteoclasti hanno danneggiato. Tutto questo si chiama rimodellamento osseo. Questo rimodellamento è costante nella vita di un individuo. E’ un processo che consente all’osso di rinnovarsi ma anche di essere riparato. In pratica, ci sono cellule che provocano un buco nell’osso e altre invece che lo riparano. Se c’è un equilibrio nelle due azioni di danneggiamento e di riparazione non accade nulla di preoccupante nello scheletro. Ma se questo equilibrio non c’è, si verifica un danno. Lo “squilibrio” avviene soprattutto nella donna in fase postmenopausale. Normalmente con la menopausa aumenta l’attività degli osteoclasti e quindi nella persona il bilancio dell’equilibrio diventa negativo. Aumenta, cioè, la perdita di osso. A questo punto si rende necessario bloccare o comunque ridurre l’attività degli osteoclasti e ripristinare le condizioni fisiologiche che esistevano prima della menopausa. E’ a questo punto che diventa protagonista ibandronato? Ibandronato blocca l’attività eccessiva degli osteoclasti che sono particolarmente attivi in menopausa rispetto agli osteoblasti. Quindi, bloccando gli osteoclasti, gli osteoblasti hanno la possibilità di continuare la loro attività che in questo modo diventa prevalente rispetto all’azione distruttiva degli osteoclasti stessi. In sintesi, con questo farmaco c’è una netta riduzione del rischio di una frattura vertebrale in una donna. Questa diminuzione è stata “misurata”, quantificata da uno studio chiamato BONE che ha dimostrato che nelle donne che seguono la terapia con ibandronato, il rischio di andare incontro ad una frattura vertebrale si riduce del 62 per cento. A chi va somministrato ibandronato? In primo luogo alle donne che hanno già avuto una o più fratture legate all’osteoporosi. E poi alle donne che rientrano nella categoria a rischio, e cioè che presentano una diagnosi di osteoporosi fatta tramite la MOC, che è un esame in grado di rilevare la quantità di massa ossea. Professore, ci sono campanelli d’allarme che devono far sospettare una situazione di osteoporosi e quindi che una frattura si trova dietro l’angolo? Non ci sono segnali chiari che si manifestano come può avvenire per altre patologie. Esistono, invece, condizioni particolari: un segnale d’allarme è la menopausa. In questi casi la donna va valutata. È consigliabile, in alcune situazioni, sottoporre la donna alla MOC, per esempio. Poi ci sono altre condizioni che devono essere prese in considerazione e che possiamo definire come “campanelli d’allarme”: in primo luogo la familiarità e cioè la presenza in famiglia di più casi diretti di osteoporosi; poi l’abitudine al fumo, il tabacco è una condizione favorente dell’insorgenza di osteoporosi. Un altro elemento da tenere in considerazione è l’età di insorgenza della menopausa: se è stata precoce la possibilità di osteoporosi cresce. Anche l’uso continuo di farmaci come il cortisone può essere considerato come condizione favorente l’osteoporosi. E’ vero che la magrezza e la sedentarietà sono fattori di rischio di osteoporosi? Bisogna subito dire che il sovrappeso, e a maggior ragione l’obesità, rappresentano dei grandi fattori di rischio, soprattutto per le malattie cardiocircolatorie. Quindi tutti, non solo le donne, devono tenere d’occhio la bilancia. Però nell’esperienza clinica si è visto che le donne molto magre corrono di più il rischio, rispetto a quelle in sovrappeso, di essere affette dall’osteoporosi. Quest’ultime, infatti, se da una parte costringono lo scheletro a sopportare il carico di un peso maggiore, dall’altra sollecitano lo scheletro, proprio per via di questo carico, a fare più movimento. E il movimento aiuta a fronteggiare l’insorgenza dell’osteoporosi. L’eccessiva sedentarietà rientra, inoltre, tra i fattori di rischio di osteoporosi anche perché accelera la perdita di calcio. L’esercizio fisico – basterebbero una passeggiata di trenta minuti e venti minuti di ginnastica al giorno- stimola l’attività cellulare preposta alla formazione di un nuovo tessuto osseo. Allo stesso tempo favorisce il mantenimento di un adeguato tono muscolare riducendo il rischio di cadere, e quindi, di fratturarsi. Professore, sono ormai chiari i meccanismi che spiegano l’insorgenza dell’osteoporosi e ci sono anche le terapie giuste per combattere e comunque tenere sotto controllo la malattia eppure, l’esperienza insegna, che la donna non prende il farmaco per l’osteoporosi oppure se lo prende ben presto lo abbandona. E’ vero. Non c’è purtroppo un’adeguata adesione alla terapia. In pratica, una donna accetta con molta difficoltà l’idea di dover assumere in tempi molto ristretti, anche quotidianamente o settimanalmente, un farmaco per affrontare una condizione di salute di cui non avverte il significato medico. In sintesi, non vuol sentirsi schiava di un farmaco per una malattia che non le dà disturbi apparenti, non le crea alcun problema. La donna si sente sana e quindi non riesce a vedere il motivo per cui deve prendere una medicina. La situazione diventa ancor più pesante quando la stessa donna già si sottopone quotidianamente all’assunzione di farmaci per altre patologie, come ad esempio l’ipertensione, della quale al contrario ha percezione e di cui coglie l’importanza. Ecco perché ibandronato giunge a proposito. Non solo è efficace e ben tollerabile ma è anche comodo da gestire. E’ il protagonista di una terapia non impegnativa Queste pagine sfruttano standard
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