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Genova Anno IV - n°23 - 13.06.2006 Pagine Nazionali
Intervista a Maria Luisa Brandi - Ordinario di Endrocrinologia all’Università di Firenze, Responsabile del Centro Malattie del Metabolismo Osseo dell’Azienda Ospedaliera Carreggi, Università di Firenze e Presidente della Società Italiana dell’Osteoporosi, del Metabolismo Minerale e delle Malattie dello Scheletro (SIOMMMS) Aldo Franco De Rose - aldofrancoderose@clicmedicina.it “La donna sa cos’è l’osteoporosi. Quando le viene fatta la diagnosi della
malattia, attraverso la MOC, entra in un clima di allarme. Quando poi c’è una
frattura, allora vive l’evento come una tragedia, tanto che sarebbe
consigliabile un supporto psicologico”. Parla, in una conferenza stampa a Roma,
Maria Luisa Brandi, Ordinario di Endocrinologia all’Università di Firenze,
Responsabile del Centro Malattie del Metabolismo Osseo dell’Azienda Ospedaliera
Careggi, Università di Firenze e Presidente della Società Italiana
dell’Osteoporosi, del Metabolismo Minerale e delle Malattie dello Scheletro (SIOMMMS).Perché la donna si allarma quando riceve la diagnosi e perché vive come un evento altamente drammatico la frattura? La donna quando riceve la diagnosi si rende conto di essere entrata nell’area del rischio perché sa bene che dietro l’osteoporosi è in agguato una frattura. Lo sa bene perché non solo si è informata attraverso i mass media sull’osteoporosi, ma soprattutto ha visto in famiglia, o tra le amiche, persone che hanno subito una frattura e quindi è consapevole delle conseguenze invalidanti della malattia. E altrettanto bene conosce la perdita in termini di qualità di vita. Non dobbiamo dimenticare che quando una donna ha una frattura coinvolge in questo episodio tutta la famiglia. Questa situazione psicologica si aggrava, poi, quando la donna, rimasta vittima di una frattura viene a sapere, durante la degenza in ospedale, che chi ha avuto una frattura è a rischio di andare incontro ad un secondo episodio. Questa situazione di grande ansia si verifica nella donna perché si rende conto, quasi all’improvviso, che potrebbe non essere più quella “roccia” che ha portato avanti la famiglia. In pratica, si accorge che è diventata fragile. Sa bene che non è più sesso debole e si rende conto che è diventata sesso fragile. Ma quando la donna è avanti con gli anni e raggiunge la soglia dei 65 anni, perché spontaneamente non si sottopone alla MOC? Non si sottopone alla MOC perché non sa che esiste questo tipo di analisi. Sa bene cosa è l’osteoporosi ma nessuno le ha mai spiegato in che cosa consiste la misurazione della densità ossea. Ma non fa l’analisi anche quando la conosce: “d’altra parte, afferma, per quale motivo dovrei sottopormi ad un controllo quando mi sento bene, ho una buona vita di relazione, non avverto – e questo è molto importante- alcun dolore?”. Chi la dovrebbe informare? Il medico di famiglia ma spesso non lo fa. Negli Stati Uniti, quando il medico compila il suo rapporto sull’attività svolta e, nell’elenco dei pazienti che ha trattato, riporta donne di oltre 65 anni, deve espressamente dichiarare che ha loro consigliato in maniera molto convincente di sottoporsi alla MOC. Quando questo nel rapporto non c’è, il medico riceve una riduzione del punteggio per la sua valutazione professionale. Perché se la donna ha tanta paura dell’osteoporosi non mette in atto strategie di prevenzione, non si cura adeguatamente, o quando inizia le cure tende ad abbandonarle? Come ho già detto, la donna, pur consapevole dei guai che si possono nascondere dietro l’osteoporosi, non mette in atto strategie di prevenzione o diagnosi precoce perché si sente bene. Potrei citare il caso di una paziente che si è presentata alla mia osservazione per un controllo, desiderava sapere se doveva sottoporsi o meno alla MOC. Era una signora di 65 anni, molto ben portati e che sosteneva di essere in uno stato di benessere e quindi di non capire il perché di doversi sottoporre ad una terapia antiosteoporosi. Però, e questo è importante sottolinearlo, quando la donna sa di avere l’osteoporosi grazie alla diagnosi ottenuta con la MOC, allora vuole curarsi. Presa dall’ansia della diagnosi inizia la cura, che porta avanti con costanza. Poi, diminuisce l’ansia e magari si trova a fare i conti con nuove patologie che richiedono nuove terapie. E l’attenzione verso l’osteoporosi cala fino a farle interrompere la cura. Ma la terapia per l’osteoporosi quanto deve durare in una donna che ha preso coscienza della malattia e che si è ormai convinta che deve seguire una cura? Anni, è una terapia lunga. Se non si ha la convinzione di sottoporsi alla cura per molti anni è meglio non iniziare. E’ importante che oggi sia a disposizione del medico e della paziente un farmaco, come ibandronato, che va assunto una volta al mese. In fin dei conti, dice la donna, sono dodici compresse l’anno, non è poi un così grande disagio. Non ha più il concetto della medicalizzazione come quando è costretta a prendere un farmaco tutti i giorni o una volta a settimana. Ma l’osteoporosi come si può prevenire? La prima prevenzione comincia al momento della nascita. E sempre fin dalla nascita dovrebbe cominciare da parte dei genitori un’attenzione agli stili di vita. Si ritiene erroneamente che il rispetto degli stili di vita corretti interessi solamente la persona adulta. Non è vero. Pensiamo solo al fatto che il nostro patrimonio scheletrico comincia a costruirsi fin dalla pancia della mamma. Molti bambini rivelano subito un’intolleranza al lattosio: molti non sanno che l’Italia in questo è, purtroppo, la primatista europea. Il bambino, quando beve latte ha mal di pancia e la madre sostituisce questo alimento con altri limitandosi a dire “a mio figlio il latte non piace”. E così il bambino cresce senza ricevere il giusto apporto di calcio, che è il minerale di cui è ricco lo scheletro e di cui ha bisogno per continuare ad accrescere la massa ossea. Latte e latticini sono gli alimenti più ricchi di calcio. Pensiamo solo che un adulto sano necessita di 1000mg di calcio circa al giorno: li deve introdurre con gli alimenti. E gli alimenti più ricchi di calcio sono il grana, il pecorino stagionato, l’emmental, l’asiago, il gorgonzola. Questo fra i latticini e i derivati. Per quanto riguarda i vegetali, il primato per la presenza di calcio spetta alla salvia fresca, seguita dal basilico fresco. Per quanto riguarda il pesce, la maggiore quantità di calcio è nelle acciughe, seguite da polpo e calamaro. Quindi a tavola ci si può difendere dall’osteoporosi. C’è poi un altro elemento da non sottovalutare, l’osteoporosi si combatte anche grazie alla vitamina D, che permette di assorbire il calcio a livello intestinale. La vitamina D viene sintetizzata a livello cutaneo sotto l’effetto dei raggi solari. Da qui il consiglio di esporsi alla luce del sole con il volto, le braccia e le gambe, almeno dieci minuti al giorno per tre volte alla settimana. Se non è possibile immagazzinare vitamina D con l’aiuto del sole, si consiglia di introdurre la vitamina D, in dosi raccomandate, attraverso l’uso di supplementi. E’ vero che la vita sedentaria favorisce l’osteoporosi? Sì, il movimento, infatti, stimola la costruzione di un nuovo osso. Ecco perché bisogna spingere i bambini a fare sport e far loro acquisire un’abitudine che non sarà più abbandonata da adulto e da anziano. Il movimento deve essere regolare, non esagerato. Vanno bene la marcia, la corsa, il salto con la corda, la ginnastica in palestra e anche i pesi leggeri. Altri fattori di rischio? Sono il trattamento con farmaci che danneggiano il metabolismo osseo, i numerosi possibili disordini del tratto gastroenterico, il fumo. Professoressa, Lei pone l’accento su una corretta alimentazione sin dalla nascita. E nell’adolescenza? Ormai è dimostrato che l’alimentazione protegge dall’osteoporosi, come ho detto. Preoccupa la denutrizione voluta nell’età adolescenziale: l’ossessione della linea è largamente presente fra le adolescenti e questo non può che allarmarci. E quando arriva la menopausa? E’ questa l’età più pericolosa perché c’è un calo degli estrogeni legato proprio a questa condizione della vita della donna. Ecco perché bisognerebbe intervenire fin dalla fase perimenopausale per evitare guai quando si entrerà nell’area della menopausa. Sia chiaro, bisogna avere presente un obiettivo: prevenire la prima frattura, intervenendo in modo particolare nelle donne in cui è già dimostrata la perdita di massa ossea e che rientrano nelle categorie a rischio. E ora parliamo di terapia. E’ adesso a disposizione delle donne, e dei medici, ibandronato ad assunzione mensile. E’ un farmaco che si assume una volta al mese e, legandosi all’osso, blocca l’attività delle cellule preposte alla distruzione dell’osso (osteoclasti) e consente così alle cellule che hanno l’incarico di produrre l’osso (osteoblasti) di portare avanti la loro azione. Le altre due caratteristiche di questo farmaco sono la tollerabilità, che rappresenta un parametro che influisce molto sull’adesione alla terapia, e poi la metodica della somministrazione, che è quella di una sola compressa al mese. Quella dell’adesione alla terapia può essere considerata una delle condizioni vincenti nei confronti di una malattia che, purtroppo, si sta rivelando un problema globale. Basterebbe un dato: ogni trenta secondi in Europa una persona soffre di una frattura osteoporotica. Ibandronato è un farmaco che agisce in modo molto efficace sulla riduzione del rischio di fratture vertebrali. E questo è molto importante. Se l’osteoporosi è un’epidemia silenziosa, la frattura della vertebra a causa dell’osteoporosi è una malattia altrettanto subdola. Innanzitutto le donne che hanno avuto una frattura vertebrale osteoporotica rischiano cinque volte di più di avere una nuova frattura, compresa quella del femore, rispetto a donne che non hanno mai avuto fratture. Davanti a questa drammatica realtà c’è da considerare che solo una su tre delle nuove fratture vertebrali viene portata all’attenzione del medico e, di quelle diagnosticate, solo una parte molto limitata viene sottoposta ad un trattamento. 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