Genova Anno IV - n°23 - 05.06.2006 Pagine Nazionali

   


Una mail al Direttore
La mia storia sulla Procreazione Medica Assistita


Sono nato con una malformazione congenita dal nome complicato ma che in pratica si può riassumere nel fatto che i miei testicoli erano fuori sede e si erano scambiati di posto. O così almeno credo di avere capito dalle spiegazioni che negli anni si sono susseguite da parte dei vari medici che ho interpellato. All’età di dieci anni un’operazione chirurgica ha rimesso le cose al loro posto ma il chirurgo ha dovuto compiere una scelta drastica. O riportare le mie gonadi nella loro sede naturale tagliando il groviglio che si era creato la sotto o lasciar perdere. Per fortuna ha scelto la prima, dato che avere i testicoli fuori sede, ho letto, può portare a conseguenze gravissime, non ultimo il cancro. Qual è il problema, ci si chiederà? In fondo è andato tutto a posto. Vero, e ringrazio ancora oggi il medico che ha operato quella scelta. Ma per riportare i testicoli in sede il chirurgo ha dovuto tagliare i dotti deferenti, ovvero i canali deputati al trasporto dello sperma dal testicolo verso l’esterno. Conseguenza: l’infertilità !
La grande onestà e bravura dei medici di allora, e siamo nel 1980, si concretizzò nel comunicare tempestivamente la notizia ai miei genitori, nel rassicurarli sulla mia salute futura e nel minimizzare il problema dell’infertilità, che senz’altro in futuro sarebbe stato risolto. Purtroppo erano almeno in parte in errore, ma questa è storia di oggi e non voglio correre troppo. Non so bene come i miei genitori decisero di comunicarmi le nuove riguardanti l’esito dell’intervento chirurgico ma è sicuro che io sono sempre stato consapevole dell’esistenza del problema. Anche il mio medico di famiglia negli anni immediatamente successivi all’operazione, quelli della mia adolescenza, mi rincuorò e mi garantì che sarei stato un uomo normale, che quella non era una menomazione ma solo un piccolo problema. Con il senno del poi ho l’impressione che nonostante le parole di genitori e medici io abbia vissuto quel problema come un handicap. E’ vero, dal punto di vista esterno e funzionale è tutto a posto ma, credete, la consapevolezza della propria sterilità vi lavora dentro in modi che neanche si possono immaginare. Per esempio, ha senso parlare di questo problema con gli amici e i parenti non stretti ? Io ho sempre evitato, ritenendolo un fatto privato, ma non so se sia stata una buona scelta. Solo i miei amici più intimi sono sempre stati a conoscenza del mio problema, che peraltro negli anni è sempre rimasto lì, in sospeso, in attesa di un chiarimento o di una soluzione.
All’età di ventidue anni ho conosciuto la ragazza che oggi è mia moglie. Il rapporto con lei è stato fin da subito intenso e profondo, così che dopo pochi mesi di fidanzamento le ho detto come stavano le cose. Questo ci provocò già allora un dolore perché era chiara l’intenzione di mettere su famiglia e questo era da ritenersi un ostacolo non piccolo. Io da una lato ero ottimista, perché avevo letto dell’esistenza di tecniche di fecondazione assistita, dall’altro rinviavo il problema a quando ci saremmo sposati. Mi si dirà che avrei potuto occuparmi prima e meglio del mio problema, anche per vedere se fosse possibile risolverlo. Rispondo che mi ha fermato allora il sospetto che non ci fosse molto da dire o da fare.

 







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