Lo stress viene definito come una situazione di conflitto tra uno stimolo
esterno che richiede tensione e sforzo e la risposta dell’organismo. Quest’ultimo
mette allora in moto dei meccanismi di difesa che a volte funzionano, a volte
falliscono.
Lo stress che conosciamo meglio è quello legato a un eccesso di attività fisiche
e mentali che scandiscono le nostre giornate. Esiste in concomitanza o
separatamente da questo tipo di fatica uno stress emozionale e psichico che
nella prova del “camminare su un filo” spesso non ce la fa e casca giù in
meccanismi di difesa che diventano veri e propri sintomi nevrotici, quando non
in malattia.
Io penso che se lo stress è figlio del nostro tempo, esigente e incalzante nelle
richieste, non appare tuttavia rispettoso dei tempi biologici e psichici del
nostro essere. Secondo Freud, il nostro Io è nel giusto equilibrio quando vive
di “lavoro e libido”. Per libido non s’intende solo la pulsione sessuale,ma
anche la costellazione degli affetti e legami che intrecciamo con gli altri.
Intravedo, inoltre, nel disagio del nostro presente una inadeguata ripartizione
del tempo. La saggezza degli antichi metteva un confine netto tra “negotium”(
attività lavorativa) e “otium”,inteso quest’ultimo come tempo per l’anima che
rincorre da sempre piaceri “calmi” come l’amore, l’arte, la musica, la natura,
la contemplazione del bello e le gioie della convivialità.
Oggi mi sembra che l’”otium” sia diventato noia pura e il piacere assuma spesso
forme disarticolate, trasgressive, frenetiche, quasi “rubate” e quindi, in
definitiva stressanti anch’esse.
I tempi dell’”anima” ingiustamente sottratti che mi colpiscono di più sono
quelli dei bambini e delle casalinghe.
Pensiamo ai bambini : la scuola è già un bel massacro per loro se consideriamo
che la concentrazione concettuale spontanea fino ai dieci anni non supera i 10
minuti e quindi procede per intermittenze. Ma non basta: dopo la scuola c’è il
tennis, la scherma o il nuoto. A volte c’è anche la lezione privata di inglese:
Questi ritmi di vita sono spesso imposti da genitori che usano i figli come
impropria proiezione di tutte le cose irrisolte di Sé o come omaggio a una certa
società che reclama degli “enfants prodiges”.Se il bambino si ribella non casca
dal filo. Ma se non lo fa, come nella stragrande maggioranza dei casi è un
esserino a cui viene rubato il tempo del gioco, con grave danno per la sua
crescita. Parola di pedagogisti. Il gioco ha tempi lenti. Si stenta a crederlo,
vedendo la vivacità dei bambini. Ma la lentezza è quella della fantasia e della
creatività.
Pensiamo alle casalinghe : il loro lavoro è estenuante, semi-invisibile, avaro
di gratificazioni. Rispetta i tempi “forzati” di un amore e di un dovere che
soffrono di sviste e scarso spirito critico. Il tempo dell’anima di queste donne
non viene coltivato, primariamente proprio da loro, vittime di un archetipo
femminile che si gloria di autoimmolazione. Se la donna si ribella lo fa sempre a
metà per paura di perdere sicurezze e amore. Questa metà si butta in uno
shopping compulsivo, in un frettoloso ricettario anti-age, in un bicchierino in
più. Casca dal filo quando arrivano, inesorabili, i sensi di inadeguatezza e di
colpa. Casca nel profondo di Sé quando apre la porta alla depressione.
Poche sono le donne che si ri-creano. Le più sfortunate si ritrovano davanti a
un avvocato per un’istanza di separazione. Le più fortunate incontrano uomini
che le amano di più se, per sano amore di se stesse, lasciano nell’aria una dose
maggiore di polvere e disordine.
Ho constatato che le persone – uomini e donne – meno a rischio di cadute da
stress sono quelle che rivestono ruoli socialmente elevati: manager,
imprenditori, politici…
Mi sono domandata il perché e azzardo una risposta.
Per molti di loro il meccanismo di difesa è una sorta di “onnipotenza” e
funziona quasi sempre perché suffragata dalla realtà: lauti compensi,
soddisfacenti consensi, margine alto di discrezionalità.
Il meccanismo, tuttavia, può degenerare in nevrosi quando subentrano l’ossessivo
perfezionismo, il controllo ansiogeno su persone e cose coinvolte nel loro
operato, l’incapacità di delegare, il piacere “negato” come fuorviante. Si può
convivere senza troppi problemi con tale nevrosi. Chi invece ne fa le spese sono
coloro che amano il “malcapitato” e devono, silenziosamente, far ala alle sue
stanchezze e fissazioni.
Ma è necessario distinguere.
Ho conosciuto persone influenti capaci di amministrare meglio i tempi. Li ho
visti farsi strada con successo nel mondo del lavoro e vivere contemporaneamente
con intensità emozionale le pause, ognuno con ciò che aveva lentamente seminato.
La semina richiede tempi lunghi e pazienti così come la costruzione di un amore,
l’accompagnamento dei figli nella crescita, l’apprendimento di uno sport o
l’educazione alla bellezza naturale, culturale, artistica.
Per concludere penso che tutto questo straziante “darsi da fare” del nostro
momento storico sia anche frutto di una pesante omissione del pensiero : nulla è
meno nostro del TEMPO.
Eppure pensatori e scrittori da noi letti e amati si sono posti il problema
della precarietà e caducità della vita. Noi cerchiamo di non pensarci e usando
come prestigiatori la “conversione nel contrario”, neutralizziamo l’angoscia con
l’iperattivismo.
Allora dovremmo fermarci un attimo e nutrirci delle parole di un poeta classico
come Orazio di cui ci piace solo il “ Carpe diem”, perché l’abbiamo privato del
suo senso etico, per adattarlo alle nostre quotidiane scorciatoie e comodità.
Orazio,che ben conosceva lo stress come conflitto tra stimoli troppo faticosi e
“ strenua inertia” ovvero “operosa inettitudine”- bello perché vero l’apparente
paradosso!- così ci consiglia :
“ Virtù è il punto di mezzo fra due vizi,
è la capacità di ricondurre in questa “medietas” (centro, punto di equilibrio)
gli eccessi dall’una e dall’altra parte.”