Ancora una conferma. Lo screening di massa non riduce la mortalità per tumore
della prostata. Gli autori di uno studio pubblicato su Archives of Internal
Medicine affermano, infatti, che gli screening per il tumore della prostata
possono anticipare ed eventualmente aumentare le diagnosi di cancro ma non
influenzare la sopravvvivenza, nem¬meno se si tratta di soggetti giovani.
John Concat, dell'università di Yale (USA), e coordinatore dello studio, ha
esaminato 72000 soggetti. Tra questi ha selezionato 501 uomini con cancro
prostatico diagnosticato tra il 1991 e il 1995 e morti entro il 1999 e 501
uomini con cancro prostatico ma viventi. I dati relativi ai due gruppi sono
stati paragonati per capire se entrambi erano stati screenati.
Il risultato è stato molto esplicativo: il 14 per cento dei morti e il 13 dei
viventi erano stati "screenati" per il cancro con il PSA. Se lo screening
prevenisse la mortalità, hanno giustamente osservato gli autori, la percentuale
degli uomini morti sarebbe dovuta essere più bassa rispetto a quelli dei
viventi, invece è risultata sovrapponibile. Inoltre, lo screening non si è
dimostrato efficace nel ridurre la mortalità nemmeno nei soggetti più giovani e
se associato alla Esplorazione Rettale (DRE).
No dunque al test a tappeto del Psa (antigene prostatico specifico) su tutti gli
uomini che hanno superato i 50 anni, ma che non manifestano sintomi particolari.
Il test aumenta sì le diagnosi, anche precoci di malattia, ma questo non è
sufficiente a far diminuire la mortalità una volta che i pazienti vengano
trattati, in quanto non sappiamo quanti di quei tumori sarebbero rimasti silenti
per tutta la vita. Dello stesso avviso, non molto tempo addietro, era stato un
documento del Consiglio nazionale delle ricerche, messo a punto da un gruppo di
esperti italiani, coordinati dall'oncologo genovese Francesco Boccardo,
Presidente eletto dell'AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica).
"Purtroppo", spiega il professor Francesco Boccardo, "ancora oggi non esiste
dimostrazione da parte di studi clinici controllati, che lo screening
sistematico della popolazione maschile con il PSA possa essere "efficace", cioè
possa ridurre la mortalità, così come è stato invece dimostrato per lo screening
del cancro della mammella e della cervice uterina e, in alcuni gruppi a rischio
di individui, per il cancro del grosso intestino".
Per questo motivo, conclude il professor Boccardo, "la maggior par¬te delle
società scientifiche ha ritenuto di non potere ancora consigliare lo screening
di popolazione per il carcinoma prostatico e raccomanda invece che i soggetti
che chiedono spontaneamente di sottoporsi al test siano adeguatamente informati
sui potenziali benefici ma anche sui potenziali rischi dei trattamenti".
* Specialista Urologo
e Andrologo, Ospedale
San Martino, Genova