E’ la sindrome della “catena di Sant’Antonio”. Ne soffrono venti anziani su
cento. Questi pazienti, affetti da dolori persistenti e colpiti da più malattie
contemporaneamente, in un anno in media bussano alla porta di più di cinque
specialisti diversi per ognuna delle patologie. Soprattutto per i postumi
dell’ictus. E più volte dallo stesso medico per l’identica patologia. Lungo
questa “catena di Sant’Antonio”, c’è una raffica di prescrizione di medicinali:
così 40 anziani su cento prendono cinque farmaci contemporaneamente e 12 anziani
su cento ne assumono addirittura dieci. La catena di Sant’Antonio parte dal
medico di famiglia, fa tappa nello studio dello specialista, poi in quello del
laboratorio di analisi, di nuovo nello studio dello specialista. Si chiude
nell’ambulatorio del medico di base. Per qualcuno c’è una tappa in più, quella
dell’ospedale. La denuncia viene dal Forum Nazionale di Medicina Interna, in
corso a Cernobbio. Un Convegno che sta avviando un viaggio intorno all’uomo e
che ha lo scopo di individuare, disegnare e dibattere il rapporto fra malato e
medico, fra medico e struttura, fra malattia e territorio. “Non solo dibattiti e
denunce – dice il professor Ettore Malacco che del Forum e del Convegno è
presidente – ma anche ricette. E la prima riguarda le terapie che vanno rilette
anche sotto il punto di vista dei costi. Uno studio nei Paesi sviluppati,
compresa l’Italia, dimostra che i pazienti oltre 65 anni (e in questi Paesi sono
circa il 15 per cento della popolazione) consumano un terzo di tutte le
prescrizioni mediche. Ma c’è un altro dato che emerge dal Forum di Cernobbio,
nella prestigiosa sede di Villa Erba, e cioè che 40 anziani su cento prendono
cinque farmaci contemporaneamente. Un dato è addirittura sconvolgente: 12 malati
su cento, sempre oltre i 65 anni, assumono dieci farmaci contemporaneamente. E
questo perché, come sta dimostrando il Forum a Cernobbio, ormai l’anziano
italiano non soffre più di una sola patologia ma di più malattie. E’ iperteso ma
anche diabetico. Può essere anche nefropatico o sofferente di altre patologie,
alcune delle quali addirittura invalidanti. Certo è che queste patologie – non
facilitate dal dover inseguire la “catena di Sant’Antonio – spesso hanno come
sbocco l’ictus e l’infarto”. L’ictus è stato al centro della prima giornata del
Forum a Cernobbio mentre l’infarto polarizzerà il dibattito nella giornata di
domani.
L’ictus in Italia. Nei Paesi industrializzati l’ictus è la terza causa di morte
dopo le malattie del sistema circolatorio e le neoplasie e rappresenta la
principale causa di invalidità. Recenti dati fanno inoltre ritenere che l’ictus
stia diventando, o sia già diventato, addirittura la seconda causa di decesso
nel mondo. In Italia l’ictus rappresenta la terza causa di morte: nel 2002 –
ultimo dato disponibile dell’Istat – i decessi per ictus sono stati 65.204,
confermandosi terza causa di morte dopo le malattie del sistema circolatorio
(236.532) e i tumori (164.835). Ogni diecimila abitanti in Italia 8,05 hanno
perso la vita per un ictus, un dato che lascia ben sperare visto che solo due
anni prima il tasso era stato di 9,08. Più alto il tasso di decessi tra gli
uomini che tra le donne ma per entrambi i sessi si registra un calo: gli uomini
sono passati dal 10,58 ogni diecimila abitanti del 2000 al 9,54 del 2002; le
donne sono passate dall’8,09 ogni diecimila abitanti del 2000 al 7,11 del 2002.
La fascia d’età più colpita dai decessi per ictus è quella che va dai 60 anni in
poi (63.163) e vede un calo rispetto al dato di due anni prima (65mila). In
Italia, nel 2003, secondo il Ministero della Salute, i ricoveri per ictus sono
stati 295.257 mentre quelli per postumi da malattie cerebrovascolari sono stati
15.278. Il maggior numero di ricoveri per ictus ha riguardato il sesso femminile
(150.327).
Le cifre dei decessi per ictus, regioni a confronto. Nel 2002, ultimo dato
disponibile, in Italia si sono avuti 8,05 decessi ogni diecimila abitanti. Di
più in Sicilia (12,19); Campania (11,68); Calabria (9,55); Piemonte (9,20);
Basilicata (8,92); Umbria (8,69); Toscana (8,17). Meno del dato italiano Molise
(7,92); Sardegna (7,88); Puglia (7,79); Marche (7,69); Abruzzo (7,50); Lombardia
(7,03); Liguria (6,94); Lazio (6,85); Emilia Romagna (6,74); Bolzano (6,32);
Friuli Venezia Giulia (6,18); Valle d’Aosta (6,13); Veneto (5,90); Trentino Alto
Adige (5,71); Trento (5,19).
Nel 2002 fra le donne in Italia si sono avuti 7,11 decessi ogni diecimila
abitanti. Di più in Sicilia (11,07), Campania (10,97); Calabria (8,55);
Basilicata (8,39); Piemonte (8,03); Puglia (7,31); Toscana (7,12). Meno del dato
italiano Umbria (7,01); Marche (7,0); Sardegna (6,78); Abruzzo (6,57); Lombardia
(6,22); Molise (6,09); Liguria ed Emilia Romagna (5,98); Bolzano (5,97); Lazio
(5,76); Friuli Venezia Giulia (5,62); Veneto (5,03); Trentino Alto Adige (4,95);
Valle d’Aosta (4,80); Trento (4,11).
Per quanto riguarda gli uomini, il dato italiano è 9,54. Di più in Sicilia
(13,84); Campania (12,72); Umbria (11,38); Piemonte (10,97); Calabria (10,88);
Molise (10,49); Toscana (9,76); Basilicata (9,66). Meno del dato italiano
Sardegna (9,39); Abruzzo (8,81); Lazio (8,66); Marche (8,61); Liguria (8,53);
Lombardia e Valle d’Aosta (8,52); Puglia (8,44); Emilia Romagna (7,89); Veneto
(7,45); Trento (7,0); Friuli Venezia Giulia (6,97); Trentino Alto Adige (6,91);
Bolzano (6,75).
I ricoveri per ictus, regione per regione. In Italia, nel 2003, i ricoveri per
ictus sono stati 295.257. In particolare i ricoveri per ictus sono stati 41.284
in Lombardia; 27.581 nel Lazio; 27.137 in Sicilia; 26.286 in Campania; 25.481 in
Emilia Romagna; 23.626 in Veneto; 21.790 in Toscana; 20.128 in Piemonte; 17.490
in Puglia; 10.033 nelle Marche; 9.264 in Calabria; 8.965 in Liguria; 8.382 in
Abruzzo; 6.272 in Sardegna; 5.806 in Friuli Venezia Giulia; 5.180 in Umbria;
2.662 Bolzano; 2.594 in Basilicata; 2.386 Trento; 2.338 in Molise e 572 in Valle
d’Aosta.