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Anno III - n°21 - 16.12.2005 Pagine Nazionali
Nuovo approccio chirurgico nel trattamento della rizoartrosi Dott. M. Rubino, Chirurgo della Mano, Osp. S. Martino, Genova. - m.rubino1956@libero.it
Nel giugno 2004 su questo portale medico scrivevo che il trattamento chirurgico
della rizoartrosi si basava essenzialmente su interventi di plastica tendinea in
sospensione previa escissione del trapezio. Ciò concorda con la maggior parte
dei cultori di questa materia che praticamente avevano abbandonato gli
interventi di sostituzione protesica in quanto gravati da alta percentuale di
insuccesso ed erano restii a consigliare l’artrodesi , intervento ritenuto
aggressivo sulla funzione come può essere considerato il blocco chirurgico della
articolazione trapeziometacarpale (TM). La tenoartroplastica in sospensione, con
tutte le sue varianti di tecnica, sembrava dunque porsi nel giusto mezzo tra
l’atteggiamento soppressivo della funzione come può essere giudicata l’artrodesi
e al contrario la ricerca, con l’innesto protesico, di ripristinare completamente
la funzione della TM. Penso sia giusto operare una importante correzione di rotta, frutto di una vasta esperienza diretta pluriennale sugli interventi di plastica in sospensione, pur essendo profondamente convinto che nel lungo periodo (anche oltre gli otto-dieci mesi) i risultati diano ragione alla tecnica con ripristino totale della fisiologica articolarità con scarso o assente dolore e con forza prensile praticamente conservata. Il punto è che i pazienti operati di tenoartroplastica in sospensione si lamentano più o meno intensamente della complicanza classica di questo trattamento chirurgico vale a dire della tendinite del flessore radiale del carpo che più o meno intensamente accompagna per molti mesi il decorso postoperatorio di un ‘alta percentuale di pazienti. Al contrario è esperienza comune e condivisa che i soggetti sottoposti ad artrodesi effettuata con sintesi di superficie si lamentano della eventuale evoluzione in pseudoartrosi solo fino alla rimozione obbligata dei mezzi di sintesi usati per il tentativo di artrodesi. Infatti, dopo questo semplice intervento,di solito eseguibile in anestesia locale per infiltrazione , i pazienti sono più che soddisfatti di quella sorta di nuova articolazione che, pur non voluta dal chirurgo, si è venuta a formare. Praticamente la pseudoartrosi del tentativo di artrodesi della TM da complicanza dell’intervento si è trasformata in trattamento definitivo ed ottimamente accettato dal paziente. A questo punto il ragionamento da fare è semplice: perchè andarsi a complicare la vita con interventi di plastica tendinea in sospensione che sono in teoria più che consigliabili ma che in pratica non accontentano il paziente se non dopo lunghi mesi disturbati dalla tendinite del flessore radiale del carpo che limita fortemente i comuni atti della vita quotidiana? Spesso mi è successo di ricevere critiche da soggetti operati da un lato con artrodesi e dall’altro con plastica in sospensione .I risultati del secondo intervento erano giudicati ottimi dal chirurgo e dal radiologo ma sicuramente non incontravano i favori del paziente che rimpiangeva l’ottimale decorso postoperatorio del tanto demonizzato intervento di artrodesi. Perchè invece non andare direttamente ad eseguire un gesto chirurgico che miri a provocare la pseudoartrosi o neoartrosi a livello della TM? Possiamo anche definire osteodesi morbida la nuova configurazione articolare che assumono i capi articolari della TM opportunamente sagomati dal chirurgo. Così facendo non ci sono sovraccarichi di funzione all'articolazione a monte della TM e cioè la trapezioscafoidea (TS) rendendo peraltro più semplice la osteotomia dei versanti articolari contrapposti della TM. Infatti quando si mira a ricercare una artrodesi alla TM bisogna orientare i tagli osteotomici in maniera da far combaciare completamente le superfici articolari che il chirurgo rende piane tenendo sempre presente l’orientamento finale nei tre piani dello spazio che assumera’ la punta del pollice. Durante l’opposizione del pollice alle dita lunghe l’artrodesi TM determina un trasferimento delle sollecitazione flessorie dalla TM stessa alla TS, con conseguente usura articolare di quest'ultima nel lungo periodo; inoltre non è facile bloccare in buona posizione la TM ed in ogni caso quello che si ottiene è definitivo e spesso, a cute chiusa, non rispondente all’atteggiamento ritenuto ottimale per cui il paziente può lamentarsi di una adduzione eccessiva e conseguente difficoltà nelle prese cilindriche di oggetti ingombranti o al contrario lamentare una abduzione del metacarpo tale da non permettere l’opposizione del pollice alle dita lunghe ulnari oppure ancora lamentarsi della salienza della testa del primo metacarpo quando appoggia la mano aperta su superficie piatta per appoggiarsi o per “spingere”. E’ pur vero che nei mesi successivi alla artrodesi un minimo di compenso ad eventuali atteggiamenti non ottimali per la funzione del pollice proviene da movimenti della TS, ma sono proprio questi sovraccarichi di lavoro che nel tempo provocano usura articolare e conseguenti deficit funzionali e dolore di polso. Proprio a questo riguardo è da rilevare come nel caso di artosi associata TM + TS resti valido e consigliato l'approccio mediante tenoartroplastica in sospensione.
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