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Anno III - n°20 - 20.10.2005 Pagine Nazionali
Quando prescrivere psicofarmaci ad un adolescente
Prof.ssa Ferrigno G.
Dirigente Medico I livello presso la Clinica Psichiatrica dell’Università di Genova, psichiatra, psicoterapeuta, esperta in psicopatologia e psicoterapia dell’adolescente.
Dott.ssa Penati S.
Dirigente Medico I livello presso la Clinica Psichiatrica dell’Università di Genova, psichiatra, psicoterapeuta
Ambulatorio di consultazione diagnostica e psicoterapia per adolescenti e familiari. -
redazione@clicmedicina.it
La depressione è una delle patologie psichiche più frequenti in adolescenza. La
valutazione diagnostica di questa malattia non è però semplice. Gli studi
epidemiologici in questo campo sono a tutt’oggi scarsi e giungono a conclusioni
contrastanti ma soprattutto risentono della mancata standardizzazione dei metodi
di valutazione derivante dai criteri diagnostici utilizzati. La difficoltà
nell’inquadramento diagnostico è anche in relazione al fatto che il quadro
psicopatologico della depressione riscontrabile nell’adulto è raramente presente
nell’adolescente e comunque appare spesso più sfumato.
Negli ultimi anni si è riscontrato un incremento dei disturbi depressivi
nell’infanzia e nell’adolescenza; prevalgono nel sesso femminile ed esordiscono
sempre più precocemente spesso con sintomi di vaga e mal definita ansietà. Se la
depressione nell’adulto è caratterizzata da sentimenti di colpa e dall’angoscia
melanconica mattutina, la sintomatologia della depressione in adolescenza è
invece polimorfa con sintomi non specifici; sono spesso presenti lamentele
somatiche, ritiro sociale, irritabilità, disforia, comportamenti aggressivi,
abuso di sostanze e tentativi di suicidio (più frequenti rispetto all’adulto); è
importante quindi tenere presente che a quest’età le lamentele somatiche, le
preoccupazioni per il corpo o i disturbi comportamentali possono essere
espressione mascherata di un quadro depressivo.
E’ però fondamentale distinguere uno stato depressivo patologico dai sentimenti
depressivi che appartengono allo sviluppo normale dell’adolescente. Alcuni
adolescenti infatti, di fronte ai cambiamenti legati al rapporto con il proprio
corpo in crescita, alla relazione con i coetanei e con i genitori vanno incontro
a ciò che Laufer definisce breakdown evolutivo, “una spaccatura tra il corpo
fisicamente maturo ed il sentirsi passivi di fronte alle esigenze che dal corpo
provengono, una frattura nel processo di integrazione dell’immagine del corpo
fisicamente maturo rispetto alla rappresentazione che si ha di sé.” (1975).
L’umore depresso dell’adolescente non affetto da depressione è intermittente,
fluttuante e altamente sensibile a modificazioni della situazione ambientale.
L’adolescente depresso invece non è sempre in grado di esprimere verbalmente il
proprio malessere, è spesso ed in maniera persistente irritato, arrabbiato,
lamentoso o cronicamente preoccupato per la sua salute fisica, appare annoiato,
nervoso, oppositivo nei confronti degli adulti (soprattutto i genitori), spesso
ha un calo del rendimento scolastico (Ferrigno-Marcenaro 2005) e tale
sintomatologia non risente specificamente di cambiamenti del contesto
sociorelazionale.
La prescrizione di farmaci psicotropi ai minori comporta sempre problemi di
ordine etico e legale.
L’uso di antidepressivi di ultima generazione (sertralina, fluoxetina,
paroxetina, citalopram, escitalopram) nell’infanzia e nell’adolescenza, in
attesa di studi e valutazioni più accurate e protratte nel tempo, richiede
un’estrema cautela. Il bilancio rischio-beneficio è ancora poco chiaro. Per
molti ricercatori e clinici questi farmaci sembrano non essere efficaci per il
trattamento della depressione nei bambini e nei giovani adolescenti tanto da
essere controindicati per i pazienti sotto i 18 anni. Anche per i ragazzi che
hanno 18 anni il rapporto rischio beneficio è favorevole solo nei casi in cui la
diagnosi è di disturbo depressivo maggiore. Dati provenienti da sperimentazioni
cliniche condotte in pediatria ipotizzano che gli SSRI determinerebbero
un’attivazione negativa con aumento del rischio di “attitudine al suicidio”
(idea o desiderio di suicidio, tentato suicidio, suicidio). Sono quindi
necessari ulteriori studi a lungo termine, di durata sufficiente a rilevare
rischi e benefici, per valutare la reale efficacia di questi farmaci nella
popolazione giovanile.
Quando prescrivere allora un antidepressivo in adolescenza? Diremmo il meno
possibile, con cautela e soprattutto dopo aver messo in atto tutte le strategie
terapeutiche che riguardano il paziente, il contesto ambientale in cui il
giovane vive, la famiglia; prima ancora della prescrizione o meno del farmaco si
pone quindi il problema di una giusta diagnosi e di una conseguente adeguata
presa in carico che necessita di competenze specifiche ed esperienza clinica
proprio perchè differenziare un episodio depressivo o un generico disturbo
dell’umore da patologie diverse o da stati transitori di tensione talora non è
semplice.
Le depressioni lievi o reattive, le sindromi ansiose, la sintomatologia
depressiva del giovane con struttura borderline di personalità (la diagnosi di
disturbo borderline di personalità, seguendo la classificazione DSM IV, è
possibile solo dopo i 18 anni di età) non trovano indicazione all’utilizzo di
terapie farmacologiche ma necessitano dell’utilizzo di strategie di intervento
diversificate di tipo psicoterapico o psicopedagogico associate ad un intervento
sul contesto familiare. Mai si dovrebbe utilizzare farmaci al posto di altri
interventi considerando la prescrizione farmacologia come una “scorciatoia” per
evitare interventi più complessi. Anche quando è indicata la prescrizione
farmacologia è importante ricorrere ad interventi combinati con la prescrizione
simultanea di farmacoterapia e psicoterapia nei casi gravi, valutando inoltre la
possibilità di un intervento di sostegno sulla famiglia.
L’associazione del farmaco alla psicoterapia nei casi di grave depressione con
inibizione del comportamento e dell’emotività può migliorare l’espressione delle
emozioni e dei sentimenti e rinforzare l’alleanza terapeutica.
Gli orientamenti teorici oggigiorno prevalenti comprendono la psicoterapia
psicodinamica breve, la terapia cognitiva, la psicoterapia interpersonale.
Per quanto concerne l’approccio psicoterapico possono essere utili interventi
brevi e limitati nel tempo. Un numero limitato di colloqui può sbloccare un
arresto maturativo e risolvere una sintomatologia transitoria, o aprire la
strada, qualora vi sia l’indicazione, ad una psicoterapia di durata più
protratta. Il numero limitato di colloqui favorisce l’alleanza terapeutica che
rappresenta uno degli obiettivi della terapia e salvaguarda l’adolescente dal
timore di una dipendenza angosciante e regressiva. Un approccio specifico deve
essere messo in atto in situazioni di depressione in pazienti giovani con una
organizzazione borderline di personalità: la sintomatologia è caratterizzata da
instabilità emotiva, insoddisfazione e noia cronica, discontinuità relazionale,
sentimenti di inadeguatezza, vissuti di instabilità e di vuoto, difficoltà a
modulare gli stimoli esterni ed interni con tendenza a condotte autolesive
ripetute, comportamenti impulsivi ed autodistruttivi, abuso di sostanze
(prevalentemente alcool). Questi pazienti traggono pochi vantaggi dalla
prescrizione di antidepressivi che anzi possono accentuare la disforia e
l’impulsività. Sono invece indicati in queste situazioni interventi terapeutici
contenitivi normativi e coerenti oltre che a interventi sul contesto ambientale,
prevalentemente su quello familiare; solo in casi particolarmente gravi può
essere preso in considerazione l’utilizzo di farmaci stabilizzatori dell’umore.
Il medico deve considerare il significato della prescrizione e della
somministrazione del farmaco per il ragazzo, la famiglia, la scuola, il gruppo
di coetanei; chi prescrive il farmaco è comunque oggetto di importante
investimento transferale e si iscrive inevitabilmente nel registro fortemente
ambivalente della dipendenza nei confronti dei genitori e, come polo opposto,
nella ricerca di autonomia da questi (Ferrera).
Nel bambino e nell’adolescente è indispensabile, ancor più che nell’adulto,
un’attenta valutazione diagnostica e un’accurata anamnesi, è indispensabile
tenere conto scrupolosamente dell’età del ragazzo e del significato che assume
il farmaco nella relazione con il paziente e con i genitori. E’ importante
responsabilizzare, per quanto possibile, il giovane paziente e
contemporaneamente informare i genitori sulle proprietà del farmaco, sulla
sicurezza ed efficacia e sui possibili effetti collaterali. Il consenso dei
familiari alla prescrizione della terapia psicofarmacologica per il figlio è
fondamentale rispetto all’accettazione od al rifiuto di questa. Bisogna tenere
in considerazione che la prescrizione farmacologia può mascherare interazioni
genitore-figlio altamente conflittuali e contraddittorie. Molti adulti tendono
infatti ad utilizzare farmaci per controllare o eliminare comportamenti
problematici anziché considerare strategie terapeutiche più lunghe e difficili
ma spesso più efficaci.
Molti autori raccomandano comunque come prima scelta un approccio psicoterapico.
Per molti adolescenti che si trovano in una condizione di crisi transitoria o di
sofferenza mentale suggestiva di un quadro più importante e quindi connessa a
dinamiche patologiche e traumi più antichi, la presa in carico con un numero
limitato di colloqui può essere sufficiente a ricompattare un’eventuale frattura
ed a prevenire un disagio più grave con il rischio, a questo connesso, di una
strutturazione psicopatologica. (Laufer 1975)
Va sempre valutato con estrema cura il rapporto tra tollerabilità ed efficacia
del farmaco e dunque il beneficio reale che ci si può attendere dal trattamento.
Prima di prescrivere farmaci è necessario valutare se i cambiamenti sperati non
possano essere ottenuti anche attraverso altri tipi di intervento ed inoltre è
opportuno tener conto del fatto che il farmaco può determinare interferenze nei
cambiamenti spontanei del processo fisiologico dell’adolescenza (Bracconier) ed
inoltre aggravare lo stato di allarme cenestesico in relazione al vissuto di
minacciosità che i cambiamenti corporei possono indurre (Ferrigno-Marcenaro
2005). In ogni caso, ripetiamo, non si deve usare mai farmaci come trattamento
unico ma è assolutamente indispensabile integrare l’intervento farmacologico
(quando realmente necessario) con quello psicoterapico.
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