Il 1° ottobre 2005 si è tenuta la Giornata Internazionale dell’Anziano
organizzata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e avrà come titolo: “Older
people – a new power for development” ovvero “Anziani – una nuova forza per lo
sviluppo”.
Terza Età, la nuova rivoluzione demografica
Perché una nuova forza? Perché una rivoluzione demografica si sta verificando in
tutto il mondo. Oggi sono circa 600 milioni le persone che hanno un’età
superiore ai 60 anni. Questo numero raddoppierà entro il 2025 e raggiungerà i 2
miliardi di persone entro il 2050, la maggior parte dei quali nei paesi in via
di sviluppo. In questo mondo così velocemente in invecchiamento, gli anziani
giocheranno un ruolo sempre più cruciale: attraverso il volontariato,
trasmettendo esperienza e conoscenza ai più giovani, aiutando le famiglie con la
responsabilità di prendersi cura di loro e aumentando la loro partecipazione
nella forza di lavoro attiva. Ma già oggi le persone anziane danno un contributo
importantissimo alla società. Per esempio, in Africa ed anche in altre parti del
mondo, milioni di persone adulte malate di AIDS sono prese in cura a casa dai
loro genitori, e alla loro morte i bambini rimasti orfani (soltanto nel
continente africano si contano 14 milioni gli orfani al di sotto dei 15 anni di
età) saranno seguiti per la maggior parte dai loro nonni. Il ruolo degli anziani
risulta comunque fondamentale non solo nei paesi in via di sviluppo. In Spagna,
per esempio, la cura per le persone malate e, più generalmente di tutte quelle
dipendenti, è affidata principalmente agli anziani, e nello specifico alle
donne. Basti pensare che il numero medio per giorno dei minuti spesi nel
prestare queste cure cresce esponenzialmente con l’età di chi si dedica a questa
attività: 201 minuti quando sono soggetti tra 65 e 74 anni, 318 minuti tra 75 e
84 anni, mentre si scende a 50 minuti se la persona che si prende cura del
malato ha un’età compresa tra i 30 e i 49 anni. Appare ovvio quindi che un
contributo così determinante per lo sviluppo della nostra società possa essere
assicurato soltanto se le persone anziane godono a loro volta di un buon livello
di cura e di salute. Ecco perché devono essere messe in atto strategie politiche
adeguate.
Migliorare la qualità della vita per gli anziani colpiti da tumore
Considerando che i tumori costituiscono una patologia molto seria per quanto
riguarda sia la morbidità che la mortalità degli anziani, per tutelare il
benessere e la salute della popolazione over 65 è necessario che anche in Italia
siano incrementati aspetti fondamentali come prevenzione, diagnosi precoce e
un’appropriata terapia dei tumori.
Proprio con l’intento di migliorare la salute degli anziani colpiti da tumore, è
stato organizzato questo convegno ad Aviano il 9 settembre 2005. Ogni anno ci
sono 270mila nuovi casi di tumore in Italia; di questi 165mila (cioè il 61%) si
verificano in persone di età superiore ai 65 anni. Va sottolineato che l’attesa
di vita a 65 anni non è, come spesso si ritiene erroneamente, breve. Per
esempio, in molti paesi occidentali tra i quali l’Italia, a 65 anni la spettanza
di vita è di 15 anni circa ed è in rapido aumento.
L’importanza della prevenzione e della diagnosi precoce
È necessario perciò implementare tutti quegli interventi di prevenzione e
diagnosi precoce che sono riconosciuti in oncologia, ma che fino ad oggi sono
stati riservati alle persone giovani ed adulte, avendo spesso come “barriera”
proprio l’età dei 65-70 anni. Questa barriera va abbattuta per offrire alle
persone over 65 strumenti validi che possono salvare loro la vita. Perché, per
esempio, escludere le donne che hanno più di 70 anni dalle mammografie di
screening, se a 70 anni una donna ha una spettanza di vita di 15 o anche di 20
anni? Il tumore della mammella, infatti, è molto più frequente a 70 anni che non
a 50. E identificato precocemente permette le stesse possibilità di
sopravvivenza in una donna di 70 anni che in una più giovane. È evidente che i
costi economici di prevenzione, diagnosi precoce e terapia appropriata per gli
anziani siano alti, ma è il tempo anche di dire che la percentuale di budget che
dovrebbe andare alla Sanità del nostro paese, oltre che alla ricerca, deve
essere notevolmente incrementata, come già avviene in altri paesi europei.
Anziani e informazione
Un altro aspetto molto importante - ma ancora sottovalutato nell’oncologia della
terza età - è l’informazione che viene data agli stessi pazienti anziani. Nel
nostro paese l’informazione oncologica, sulla falsa riga di quanto è avvenuto
per l’informazione sull’AIDS, è molto ben attuata per quanto riguarda i pazienti
giovani ed adulti colpiti dal cancro, mentre invece ai pazienti avanti negli
anni le informazioni vengono fornite in maniera limitata, ed in molti casi non
esiste un consenso informato per i trattamenti che vengono effettuati sugli
anziani. Nell’Istituto Nazionale Tumori di Aviano sono in atto da tempo una
serie di ricerche (i cui risultati verranno riportati nel convegno) dalle quali
emerge che all’anziano non vengono date le informazioni, che vengono invece date
dagli stessi medici ai pazienti giovani e adulti, relative al tipo di cancro che
li ha colpiti, alle procedure terapeutiche, agli effetti collaterali della
terapia, alla prognosi e a molti altri aspetti.
Ricerca e terapia
Per quanto riguarda la terapia, sin dall’inizio della storia moderna
dell’oncologia, i pazienti anziani sono stati esclusi da ogni sorta di studio
clinico prospettico. Rispetto ai trattamenti non erano mai stati valutati con la
classica metodologia di ricerca clinica (studi di fase I, II, III, valutazione
di nuovi farmaci, di nuove modalità terapeutiche chemio-radioterapiche) come era
avvenuto invece nei pazienti giovani ed adulti. Questo approccio di ricerca ha
portato negli ultimi decenni ai noti progressi della terapia oncologica, con un
miglioramento della sopravvivenza grazie ai trattamenti così studiati, ma si è
peraltro verificato soltanto per i pazienti giovani ed adulti (dove esiste in
tutti i paesi europei un miglioramento della sopravvivenza negli ultimi anni nel
confronto con il passato) con l’esclusione dei pazienti anziani che invece non
hanno registrato alcun miglioramento della sopravvivenza per i tumori negli
ultimi decenni.
Anziani, troppo a lungo emarginati
Oggigiorno si può dire che le terapie standard o ottimali sono poste ed attuate
in circa 8/10 pazienti con un’età inferiore ai 50 anni e soltanto in circa 2/10
pazienti con età oltre i 70 anni, e questo riguarda il trattamento standard ed
ottimale di chirurgia, radioterapia, chemioterapia, e terapie biologiche. Già
alla fine degli anni ‘70 presi atto che i pazienti anziani erano discriminati
nell’ambito della ricerca medica in oncologia. Proprio per questo erano
svantaggiati, in quanto i potenziali vantaggi che potevano loro derivare dalle
nuove scoperte terapeutiche, effettivamente non si verificavano. Nell’ambito di
studi finanziati prima dal CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche) alla fine
degli anni ‘70, in progetti sotto la guida del Professor Felice Gavosto
dell’Università di Torino, e poi dalla Comunità Europea – EORTC (European
Organization on the Research and Treatment of Cancer) nell’ambito del Lymphoma
Group agli inizi degli anni ‘80, ho condotto degli studi per valutare
retrospettivamente cosa succedeva sia in Italia che in Europa nel trattamento
dei pazienti anziani, scoprendo che, non solo venivano discriminati, ma che i
trattamenti eseguiti erano inoltre insufficienti e poco attivi da una parte o
spesso troppo tossici dall’altra. Sulla base di questi studi misi in atto una
serie di ricerche, prima nell’ambito dell’Istituto Nazionale Tumori di Aviano,
già all’inizio degli anni ‘80, e poi nell’ambito della Comunità Europea alcuni
anni dopo, volte all’identificazione di migliori trattamenti da proporre ai
pazienti anziani, soprattutto in tumori tipicamente chemio e radiosensibili come
i linfomi maligni, con lo scopo di poter ottenere il miglior risultato che
includesse anche la possibilità di guarigione con la minor tossicità possibile.
Oggi ad Aviano, nell’ambito dell’Istituto Nazionale Tumori, esiste un gruppo di
ricerca sui tumori dell’anziano coordinato dalla dottoressa Diana Crivellari del
Dipartimento di Oncologia Medica, ed è funzionante un ambulatorio oncologico
geriatrico, rivolto cioè esclusivamente ai pazienti anziani con età superiore ai
70 anni, con la possibilità di attivare un’assistenza domiciliare orientata ai
pazienti anziani, ed una serie di attività di ricerca sia nell’ambito clinico
che sperimentale, in collaborazione con il Dipartimento Preclinico dello stesso
Istituto, atte a migliorare sempre più le conoscenze sull’oncologia geriatrica e
sul trattamento dei tumori dell’anziano, in particolare i linfomi, i tumori
della mammella, i tumori del polmone, i tumori gastroenterici, i tumori del capo
e collo ed i tumori della prostata. Vari aspetti dei trattamenti in atto in
Istituto verranno presentati al convegno e verranno confrontati con le strategie
che vengono utilizzate nei più giovani.
Una nuova prospettiva di vita
Voglio qui solo ricordare un risultato importantissimo che si è ottenuto
recentemente in Istituto nei tumori dell’anziano, in particolare in quelli
ematologici come i linfomi, dove l’introduzione di trattamenti biologici come
anticorpi monoclonali, ha modificato radicalmente la prospettiva di
sopravvivenza dei pazienti con età superiore ai 70 anni (vedi allegato
comunicato stampa). Il Dr. Michele Spina del Dipartimento di Oncologia Medica
dell’Istituto, ha dimostrato che è possibile, con l’aggiunta dell’anticorpo monoclonale anti-CD20
rituximab, raddoppiare la possibilità di sopravvivenza nei pazienti con linfoma
ad alto grado di malignità, che in passato venivano trattati con sola
chemioterapia. Pertanto rituximab più chemioterapia è un notevole passo avanti
nel trattamento dei linfomi dell’anziano e, se da una parte questo approccio è
molto più costoso, per quanto riguarda il costo del farmaco biologico,
dall’altra si risparmia in ricoveri per la ripresa della malattia che più spesso
avverrebbe senza il trattamento biologico, oltre che l’impatto negativo sulla
salute di questi pazienti che morirebbero statisticamente molto prima e comunque
vivrebbero statisticamente molto meno.
Il trapianto, una strada possibile
Vi è la possibilità di poter guarire i pazienti con
linfoma e mieloma con oltre 70 anni, ma anche pazienti con linfoma in AIDS o
pazienti con linfoma in epatite C, anche questi con età avanzata e che fino a
qualche anno fa non avrebbero potuto beneficiare dei trattamenti con alte dosi
di chemioterapia con il supporto delle cellule staminali. Pertanto con il
trapianto che, per primi in Italia abbiamo sviluppato sia nei pazienti anziani
che nei pazienti con HIV/AIDS ed epatite C, cioè pazienti svantaggiati e
discriminati ad oggi, abbiamo messo a punto una nuova strategia terapeutica per
certi tumori dell’anziano.
L’utilità dell’hospice
Infine, un aspetto molto importante nella terapia dell’anziano è proprio la
qualità della vita nel paziente avanzato o terminale con tumore, per il quale
strategie di terapia del dolore, di assistenza domiciliare, di supporto
psicologico e di hospice non sono molto sviluppate come invece nei pazienti più
giovani.
Conclusioni
In conclusione, in occasione della Giornata Internazionale dell’Anziano del 1°
ottobre, nella quale si vuole sottolineare la nuova forza per lo sviluppo che
rappresentano gli anziani, abbiamo voluto organizzare questo convegno per
sottolineare l’importanza estrema che bisogna dare oggi alla salute dei nostri
anziani, in particolare alla prevenzione, alla diagnosi precoce e alla terapia
di una delle patologie più serie che può colpire gli anziani, cioè il cancro.