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“NON TI MUOVERE” – Confessione di un padre alla figlia in coma 

 Pier Antonio Zannoni - Giornalista Rai della sede di Genova *

Clicmedicina ha voluto rendere omaggio alla donna scrittrice  più premiata di questo anno con l'articolo, a nostro giudizio,  più interessante

 

“In un attimo sono polvere che cammina. Mi trascino dentro il reparto di rianimazione, lungo il corridoio, fino alla parete di vetro. Sei lì, rasata, intubata, cerotti chiari intorno alla faccia gonfia e annerita. Sei tu…”

Timoteo, 56 anni, chirurgo affermato, ha appena saputo che la propria unica figlia quindicenne, Angela, è rimasta vittima di un grave incidente stradale e si trova in stato di coma, tra la vita e la morte, in quello stesso ospedale dove lui presta servizio.

Un suo collega, neurochirurgo, tenta di salvarla con un disperato intervento alla testa, mentre lui resta in attesa, in un salotto attiguo alla camera operatoria, impotente, solo. La moglie, giornalista, è lontana per impegni di lavoro. 

Timoteo sente il mondo franargli addosso. E’ sconvolto dal pensiero di perdere quella ragazzina, che è tutto il suo bene. La sua quieta esistenza di stimato professionista, di tiepido marito e di padre distratto, ha subito un violento scossone. Gli sembra d’impazzire. Chiude gli occhi, parla alla figlia, la supplica: “Non ti muovere, non te n’andare, stai qui con me, non morire”. Spontaneamente il suo cuore si apre ad una confessione – fiume. Riaffiorano i segreti di un passato che sembrava sepolto, cancellato, rimosso dalla frenesia di una brillante carriera e dallo stordimento di un’intensa vita di relazione basata sulle convenzioni, artefatta e dunque vuota.

E’ un doloroso percorso della memoria, quello che compie Timoteo: la rievocazione di un amore clandestino irrazionale, miserabile, sublime; un amore violento e tenero, esistenziale e poetico, nato da uno stupro sotto gli effetti dell’alcool, finito in tragedia per indecisione, egoismo, viltà.

Su questo percorso (un viaggio nell’inconscio alla ricerca del senso vero della vita, sotto l’ombra incombente della morte) si snoda il romanzo di Margareth Mazzantini “Non ti muovere”, edito da Mondadori. 

Il libro, lo scorso 22 giugno, ha vinto la diciottesima edizione del Premio letterario nazionale “Rapallo Carige” per la donna scrittrice. Il sabato precedente, il 15 giugno, aveva ottenuto il “Super Grinzane Cavour”. Neppure due settimane dopo, il 4 luglio, ha vinto anche lo “Strega”. 

L’inizio dell’estate, dunque, ha portato non poche soddisfazioni all’attrice - autrice (anche di teatro), nata a Dublino, residente a Roma, moglie dell’attore Sergio Castellitto.  Proprio a lui, ”a Sergio”, è dedicato questo secondo romanzo che consacra la Mazzantini come scrittrice di razza e la colloca tra i protagonisti della narrativa italiana. 

Al “Rapallo Carige” Margareth Mazzantini aveva già partecipato (e vinto il premio “opera prima”) nel 1994, con il suo libro d’esordio, “Il catino di zinco” (Marsilio).

Ritorniamo a Margareth Mazzantini e al suo “Non ti muovere”: una storia di vita del nostro tempo, che contiene una storia d’amore vibrante, coinvolgente. 

Il romanzo, dicevamo, si snoda attraverso un viaggio nell’intimo di un uomo, solo con le sue paure e i suoi ricordi. Il bisturi della memoria incide la coscienza di Timoteo e fa riaffiorare i fantasmi nascosti, così come, nella stanza accanto, il bisturi del chirurgo porta allo scoperto i vasi sanguigni e i nervi cerebrali di Angela. Due interventi paralleli, dunque: nel primo la volontà di espiazione, insita nel rimpianto, viene idealmente offerta a Italia, l’amata colpevolmente perduta, come voto per la riuscita del secondo, per la salvezza della ragazzina in coma. “Taglia quella nuvola Italia”, implora Timoteo, “tagliala come una cicogna. Restituiscimi Angela”.

Il libro, al di là dei riconoscimenti, sta ottenendo un grande successo di pubblico. Un romanzo avvincente, ben costruito. Come è nata l’idea? Sentiamo l’autrice.

“Ci pensavo da tanto tempo. Volevo scrivere una storia d’amore, la storia di un amore forte, estremo. Ho aspettato a lungo, dopo il mio primo libro, perché ho l’impressione che oggi di amori veramente grandi ne esistano sempre meno. Esistono amorini, amoretti, amorucci. Tutto è di facile consumo, tutto è lecito o quasi. Non esistono più i tabù; o meglio, si sono spostati sulle cose sgradevoli, come la vecchiaia, la malattia, l’indigenza, la bruttezza. Forse anche per questo ho scelto una protagonista non bella nell’aspetto, ma con una straordinaria bellezza nell’anima.”

In che maniera ha vissuto i momenti della preparazione, della scrittura, giorno dopo giorno?

“Con intensa partecipazione, con fatica. Ho impiegato cinque anni a scrivere questo libro che ora mi sta regalando tante gocce di gioia, piccole e grandi. 

E’ un libro sul dolore, sulla morte, ma anche sulla vita (perché il dolore e la morte fanno parte della vita); è una storia triste che però alla fine si apre alla speranza e cammina verso la luce. Certo, sono argomenti drammatici, scomodi, ma dei quali bisogna parlare, perché fanno parte di noi. 

Per me questo romanzo è stato un viaggio esistenziale intenso. Io scrivo con la carne, con pezzi di me. Ho un rapporto fortemente emozionale con la scrittura. L’intera vicenda è raccontata da un chirurgo che parla in prima persona. Per immedesimarmi, ho voluto scendere con precisione “chirurgica” nel suo inconscio e, soprattutto, ho voluto affrontare i luoghi del dolore. Sono stata tante volte in sala operatoria e in camera di rianimazione. Ho visto diversi ragazzi in coma, perfetti nel fisico, in realtà morti. Ogni volta tornavo a casa con l’anima sudata”.

E’ un’immagine molto bella, questa.

“E’ l’unica metafora che mi viene in mente. E’ la verità. Il mio è stato un percorso profondo, doloroso e luminoso ad un tempo. Spero che ai lettori giunga un segno, uno stimolo; che si riconoscano in qualcosa che appartiene anche a loro, anche se poi si sentono estranei alla storia. Le storie spesso sono un pretesto per esprimere ciò che veramente ti sta a cuore”.

Allo stato attuale, si sente più attrice o più scrittrice?

“Più scrittrice. In realtà sono diversi anni che dedico il mio tempo principalmente alla scrittura. Io, poi, di natura sono schiva, riservata e credo di avere sempre vissuto con un occhio narrativo. Ogni tanto mi concedo una vacanza, ma penso che in definitiva la mia storia sia questa”.

 

*Articolo in via di pubblicazione sul numero 3 della Rivista La Casana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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