“La storia siamo noi”. E’ senza timore di essere presuntuosi che infettivologi,
immunologi ed epidemiologi italiani degli ultimi 20 anni possono riconoscersi
nel titolo di questa bella canzone “cult” di Francesco De Gregori. “La storia” è
quella dell’AIDS, iniziata quasi 25 anni fa e, dal punto di vista della ricerca
scientifica, senza precedenti. Per nessuna altra malattia nella storia
dell’umanità le conoscenze e i progressi si sono accumulati così rapidamente.
Purtroppo, però, fino ad oggi non ci sono vincitori nella guerra all’AIDS: i
farmaci a disposizione sono molto potenti ma non in grado di eradicare
l’infezione e di impedire al virus di evolvere per sottrarsi al loro effetto.
Inoltre sono troppo costosi per i milioni di persone infette da HIV nei Paesi
poveri. Le Campagne di prevenzione incontrano enormi difficoltà culturali e
religiose, e il vaccino, l’unica arma che potrebbe prevenire il diffondersi
dell’infezione, appare sempre più lontano. La storia dei progressi scientifici,
nel campo dell’HIV/AIDS, è strettamente intrecciata con quella della povertà e
della discriminazione sociale. Ripercorriamone insieme le tappe principali.
1981
Nella città di New York si verificano almeno 8 casi di un raro tumore, il
sarcoma di Kaposi, tutti caratterizzati da un’elevata gravità e dal fatto di
colpire uomini omosessuali. Contemporaneamente, i Centers for Disease Control (CDC)
americani registrano un aumento improvviso dei casi di polmonite da Pneumocystis
carinii, un’infezione cosiddetta “opportunistica” perché si manifesta quasi
esclusivamente in presenza di un grave deficit immunologico. Questa data viene
abitualmente identificata come “l’inizio dell’AIDS”. Ancora non si sa niente,
però, sulle cause di questo fenomeno, anche se si pensa subito a una malattia
infettiva e si comincia a diffondere il timore del contagio; ben presto emerge
che un’altra popolazione, oltre a quella degli omosessuali, è a rischio: nel
dicembre del 1981 viene segnalato il primo caso di P.carinii in un
tossicodipendente. Contemporaneamente, appare chiaro che non si tratta di un
fenomeno limitato agli Stati Uniti: un nuovo caso viene osservato in Gran
Bretagna.
1982-83
Nel tentativo di dare un nome a questa nuova malattia, vengono coniate
terminologie diverse: nel mese di agosto si parla per la prima volta di AIDS,
abbreviazione di “Acquired Immune Deficiency Syndrome”, mentre francesi e
spagnoli preferiscono utilizzare il termine “SIDA”. E’ comune, però, la
consapevolezza che si tratta di una condizione acquisita e trasmissibile e
caratterizzata da una profonda depressione del sistema immunitario. Nascono le
prime organizzazioni di volontari e attivisti. La comparsa di un grande numero
di nuovi casi tra gli emofilici e la nascita di bambini malati da mamme infette
permette di scoprire altre due vie di trasmissione della sindrome: attraverso il
sangue e gli emoderivati, e da madre a figlio. Si capisce presto che si tratta
di una pandemia (oltre 2800 i casi riportarti negli USA al primo meeting
organizzato dal WHO) e che in Africa centrale le vittime sono numerosissime.
L’AIDS africana ha un nome significativo: slim disease, ed appare legata a una
trasmissione diversa, per via eterosessuale. Il maggio 1983 è una data storica:
Luc Montagnier e i suoi collaboratori dell’Istituto Pasteur di Parigi affermano
di aver isolato un nuovo virus che essi ritengono essere la causa dell’AIDS. La
notizia non riceve molta attenzione ma un campione del nuovo virus viene inviato
ai CDC. Dopo qualche mese il virus viene denominato LAV (Lymphoadenopathy-associated
virus), la scoperta viene brevettata e un campione di LAV viene inviato al
National Cancer Institute di Bethesda, USA. Le incertezze sulle modalità del
contagio contribuiscono alla diffusione della psicosi: a San Francisco, dove
l’AIDS miete vittime tra la popolazione gay, la polizia fornisce guanti e
maschere speciali ai funzionari che hanno contatti con casi sospetti della
malattia.
1984
Nel mese di aprile le autorità sanitarie americane annunciano che il dr Robert
Gallo del National Cancer Institute ha isolato il virus dell’AIDS, lo ha
identificato come appartenente alla famiglia dei retrovirus, e lo ha chiamato
HTLV-III. Presto sarà commercializzato un test diagnostico, e nell’arco di due
anni sarà disponibile un vaccino. Appare subito chiaro che LAV e HTLV-III sono
probabilmente lo stesso virus e che enormi interessi economici daranno presto
vita a una grossa battaglia scientifico-legale per l’attribuzione della
“paternità” del virus dell’AIDS. La malattia continua a mietere vittime: oltre
8000 casi in Europa e negli Stati Uniti, più della metà deceduti.
1985
Aumentano le evidenze scientifiche che dimostrano l’identità di HTLV-III e LAV.
Intanto l’FDA autorizza la commercializzazione del primo test diagnostico per la
diagnosi di AIDS, basato sul riconoscimento di anticorpi anti LAV/HTLV III. La
prima importantissima applicazione è lo screening dei donatori di sangue. Ad
aprile si svolge ad Atlanta la prima Conferenza Internazionale sull’AIDS. Tre i
temi di maggiore discussione:il nuovo test diagnostico, la situazione nel mondo,
la trasmissione eterosessuale. Si decide di dare inizio a un intervento
concertato su scala mondiale. Intanto si rinforza il significato socio-culturale
della malattia: mentre gli emofilici sono le “vittime innocenti”, gay e
tossicodipendenti diventano responsabili di aver introdotto e diffuso la
malattia. I CDC rivedono la definizione originale di AIDS, formulata nel 1982,
aggiungendo alcune condizioni specifiche e la necessità della positività del
test anticorpale per la diagnosi. La morte dell’attore Rock Hudson, prima
vittima illustre dell’AIDS, porta alla ribalta del grande pubblico la
problematica della malattia. Alla fine del 1985 l’Istituto Pasteur promuove
un’azione legale contro il National Cancer Institute rivendicando la paternità
della scoperta del virus e, di conseguenza, le royalties derivanti dalla vendita
del test diagnostico.
La prima segnalazione di trasmissione attraverso l’allattamento fornisce
ulteriori informazioni sulle modalità di contagio; contemporaneamente, il primo
caso di AIDS in Cina dimostra che la malattia è ormai diffusa in tutto il mondo.
1986
Mentre continua la guerra legale sulla paternità della scoperta del virus tra
francesi e americani, nel maggio del 1986 il Comitato Internazionale per la
Tassonomia dei Virus decide che vengano abbandonati sia il nome LAV che HTLV-III
e che il nuovo virus sia chiamato HIV (Human Immunodeficiency Virus). Una grande
speranza per i milioni di sieropositivi nasce quando sul New England Journal of
Medicine vengono pubblicati i risultati del primo trial clinico in cui l’azidotimidina
(AZT), un farmaco sintetizzato nel 1964 per le sue potenzialità antitumorali e
successivamente abbandonato perché inefficace, appare in grado di rallentare il
decorso della malattia: il riscontro di 19 morti nel gruppo trattato con placebo
rispetto a un solo caso in quello trattato con AZT comporta l’automatica
interruzione dello studio e la somministrazione a tutti del farmaco attivo. Sono
quasi 40000, alla fine dell’anno, i casi di AIDS riportati al WHO.
1987
L’AZT viene registrata dall’FDA come primo antiretrovirale per il trattamento
dell’AIDS e, quasi contemporaneamente, viene approvata la commercializzazione
del primo test “Western Blot” che consente una maggiore specificità diagnostica.
Nasce negli Stati Uniti ACT UP, la prima di numerose organizzazioni di attivisti
che da allora in tutto il mondo lotteranno contro la discriminazione, per i
diritti delle persone sieropositive e per un accesso il più ampio possibile ai
farmaci. Il 31 marzo la controversia brevettuale tra Francia e USA viene
conclusa con un accordo tra l’Istituto Pasteur e il National Cancer Institute:
il primo accetta di porre fine alla battaglia legale in cambio delle royalties
sui profitti derivanti dalla commercializzazione del test. Non viene definito
chi è lo “scopritore” dell’HIV, ma appare chiaro che l’isolamento del virus è
avvenuto in Francia almeno un anno prima che negli USA. Intanto, mentre nasce il
mito del “paziente 0” , un assistente di volo franco-canadese che per primo
avrebbe importato l’HIV nel Nord America, P. Duesberg pubblica la sua teoria
secondo la quale l’HIV non sarebbe la causa dell’AIDS. Le stime sul futuro della
pandemia sono drammatiche: secondo il WHO già 5-10 milioni di persone si
sarebbero infettate nel mondo, e questo numero sarebbe destinato ad arrivare a 3
milioni nei prossimi 5 anni. In Italia nasce il “Progetto nazionale di Ricerca
AIDS”, fortemente sostenuto dal Prof. G.B. Rossi dell’Istituto Superiore di
Sanità, un esempio innovativo di finanziamento pubblico della ricerca no profit,
che per anni permetterà agli scienziati italiani di essere competitivi in campo
internazionale.
1988-89
Nasce il World AIDS Day, che sarà celebrato ogni 1 dicembre, e cresce la
protesta degli attivisti che chiedono un maggiore accesso agli antiretrovirali.
L’FDA annuncia nuove regole per accelerare l’approvazione dei farmaci anti HIV.
Entra in commercio un aerosol di pentamidina, essenziale per il trattamento
della polmonite da P.carinii. In agosto vengono pubblicati i risultati dello
studio ACTG019, che dimostra la capacità dell’AZT di rallentare il decorso della
malattia; in ottobre grazie a un “accelerated approval” diventa disponibile il
secondo farmaco per l’infezione da HIV: la didanosina. Viene intanto registrato
l’interferone alfa per il trattamento del sarcoma di Kaposi associato ad HIV. Da
vari Paesi emergono notizie drammatiche: moltissimi bambini in Romania si sono
infettati a causa di trasfusioni multiple e uso di aghi infetti; analoga
situazione in Cina. Jonathan Mann, capo del Global Program per l’AIDS del WHO,
si dimette per denunciare la limitatezza delle iniziative con cui il mondo sta
rispondendo alla pandemia.
1990-91
Viene registrato un terzo antiretrovirale, la dideossicitidina (ddC), e uno
studio osservazionale condotto in Rwanda e pubblicato sul New England Journal of
Medicine conferma e rinforza l’importanza della trasmissione attraverso il latte
materno. Tuttavia il WHO continua a raccomandare l’allattamento al seno, nei
Paesi poveri, perché i rischi legati all’uso di acqua contaminata per diluire il
latte superano il rischio di infettarsi con l’HIV.
1992-93
Nasce la terapia di combinazione per l’infezione da HIV/AIDS, con l’approvazione
di AZT+ddC per i pazienti con infezione avanzata. Vengono isolati i primi ceppi
di virus resistenti all’AZT, e si comincia a capire che la capacità dell’HIV di
adattarsi e mutare sotto la pressione esercitata dai farmaci rappresenterà un
enorme ostacolo al trattamento dell’infezione. Gli scienziati del NIAID (National
Institute of Allergy and Infectious Diseases), guidati da A.Fauci, continuano a
produrre dati fondamentali sull’immunopatogenesi dell’AIDS. Il loro articolo
pubblicato su Nature, nel quale viene descritta la dinamica dell’infezione e la
sua “attività” nei linfonodi anche durante la fase di latenza della malattia,
rappresenta una tappa fondamentale per la ricerca futura nell’AIDS. A. Fauci
continuerà negli anni a pubblicare risultati scientifici di estrema importanza
su questo argomento, diventando uno dei 5 scienziati più citati nella
letteratura scientifica mondiale.
Mentre la pandemia assume dimensioni catastrofiche (in Romania si stima che
quasi 100000 bambini si siano infettati), gli scienziati scoprono che il virus
sfugge al controllo del sistema immunitario annidandosi in “reservoirs”
anatomici e cellulari, scarsamente accessibili ai farmaci, fin dalle primissime
fasi dell’infezione. Vengono pubblicati i primi risultati dello studio Concorde,
un grande trial anglo francese che sembra indicare l’assenza di vantaggi
associati all’uso dell’AZT in un fase iniziale, asintomatica, della malattia. I
dati suscitano una grande discussione nel mondo scientifico, ma si capirà in
seguito che il punto debole dello studio è rappresentato dall’uso dell’AZT in
monoterapia, che verrà ben presto abbandonato.
I CDC rivedono la definizione di AIDS ampliando la lista delle infezioni
opportunistiche indicative di malattia, e aggiungendo il criterio dei CD4
inferiori a 200. Gli Uffici regionali europei del WHO, però, non concordano su
questo secondo criterio. Europa e USA manterranno posizioni distinte su questo
punto.
Nasce UNAIDS.
Un quarto antiretrovirale, la lamivudina (3TC) è autorizzato per uso
“compassionevole” nei soggetti che non rispondono alle altre terapie.
Alla fine del 1993 si stima che 2,5 milioni di persone nel mondo abbiano l’AIDS.
1994
La rivista Lancet pubblica i risultati di un grande studio europeo sulla
trasmissione madre-figlio dell’HIV, che dimostra la possibilità di dimezzare il
tasso di trasmissione praticando il taglio cesareo a scopo preventivo. Sempre
sullo stesso argomento, nelle pagine del New England Journal of Medicine
appaiono i risultati dello studio ACTG 076, che resterà un caposaldo nella
profilassi della trasmissione materno-fetale dell’HIV, dimostrando che l’AZT,
somministrata alle madri dal secondo o terzo trimestre di gravidanza e ai figli
per le prime 6 settimane di vita, riduceva di circa due terzi il rischio di
trasmissione. Da allora “lo 076” è il regime di riferimento per tutti gli studi
sulla prevenzione della trasmissione verticale dell’HIV.
1995
La scienza di base e quella clinica avanzano molto velocemente: mentre aumentano
le conoscenze sulla dinamica della replicazione virale e sugli effetti dell’HIV
sul sistema immunitario, vengono pubblicati altre due studi di grande rilievo:
lo studio Delta, condotto in Europa e Australia, e l’ACTG 175, tutto americano.
In entrambi, gli effetti della combinazione di AZT e ddI o ddC sono stati
valutati non solo su marker di laboratorio, ma su endpoint clinici, come sintomi
e sopravvivenza. In entrambi, la combinazione di due antiretrovirali è risultata
significativamente più efficace della monoterapia con AZT. Anche in campo
epidemiologico emergono nuove evidenze, come l’enorme impatto che l’infezione da
HIV ha e avrà sulle donne: nell’autunno del 1995 si stima che il numero di donne
in età fertile (e quindi potenzialmente trasmettitrici) che hanno contratto
l’infezione sia pari a 7-8 milioni. In campo farmacologico, la scoperta di una
nuova classe terapeutica, gli inibitori della proteasi dell’HIV, è destinata a
cambiare la storia della terapia dell’AIDS. L’FDA approva a tempi di record la
registrazione del primo di questi nuovi farmaci, il saquinavir.
1996
Altri due eventi favoriscono l’ottimismo e alimentano le speranze di cura: la
registrazione della nevirapina, prototipo di un’ulteriore classe di farmaci
anti-HIV, gli inibitori non nucleosidici della trascrittasi inversa,
caratterizzati da un diverso meccanismo di azione rispetto agli analoghi
nucleosidici. Più o meno simultaneamente, lo sviluppo di un test di laboratorio
per la misurazione della “carica virale”, cioè della quantità di HIV RNA nel
plasma, rappresenta un progresso enorme per il monitoraggio della malattia e
della risposta alla terapia. Grazie ai suoi studi sull’efficacia dei regimi
terapeutici di combinazione, David Ho viene nominato “uomo dell’anno” dal
settimanale Time, mentre i risultati dei nuovi trattamenti fanno coniare il
termine “sindrome di Lazzaro” per i molti malati che vedono migliorare
drammaticamente la loro qualità di vita. Cresce la speranza di poter eradicare
la malattia.
Nuovi focolai di infezione, intanto, esplodono nell’Europa dell’Est, nell’ex
Unione Sovietica, in India, Vietnam, Cambogia e Cina.
1997
Gli effetti dell’introduzione nei Paesi “ricchi” dei nuovi regimi terapeutici
con 3 farmaci cominciano a delinearsi, e mostrano una netta diminuzione delle
morti per AIDS e del numero di neonati infetti. Emergono gradualmente, tuttavia,
anche alcune problematiche legate al trattamento antiretrovirale: la tossicità
dei farmaci, la comparsa di resistenze virali e le difficoltà di aderenza dei
pazienti a regimi così complessi per numero di somministrazioni giornaliere, di
compresse/pillole da assumere e di interazioni con il cibo e gli altri farmaci.
Il trial ACTG 320, pubblicato sul New England Journal of Medicine, afferma in
maniera inequivocabile la superiorità clinica di un regime con 3 farmaci, 2
analoghi nucleosidici (AZT/3TC) e un inibitore della proteasi (Indinavir),
rispetto alla biterapia.
“Hit early, hit hard”: l’approccio terapeutico proposto dalle Linee Guida
internazionali prevede una strategia aggressiva contro il virus, iniziando la
terapia in una fase più precoce possibile e somministrando combinazioni
farmacologiche potenti (la cosiddetta HAART).
Le cifre della pandemia aumentano vertiginosamente: UNAIDS ammette che le stime
precedenti erano probabilmente sottovalutate e che calcoli più accurati
suggeriscono la presenza di 30 milioni di infetti nel mondo. Siamo di fronte a
un evento mai visto in precedenza, destinato a cambiare non solo il futuro delle
nazioni colpite, ma anche lo sviluppo globale dell’umanità.
1998
Vengono pubblicati i primi dati statistici che dimostrano il drammatico declino
della mortalità e morbilità da HIV nei Paesi in cui l’accesso alle terapie
antiretrovirali è garantito. Il miglioramento è indipendente da sesso, razza,
età e categoria di rischio. Continuano però a emergere le problematiche della
tossicità da farmaci; particolarmente inquietante la comparsa di una sindrome
poco nota, la lipodistrofia, che consiste in una redistribuzione del grasso
corporeo, responsabile di un aspetto fisico particolare e facilmente
riconducibile all’infezione da HIV.
Inizia negli USA il primo trial vaccinale, sponsorizzato dall’AIDSvax.
La 12a Conferenza Mondiale si svolge a Ginevra, ed è dominata da un clima di
pessimismo. Nel mese di luglio, a San Francisco, viene descritto il primo caso
di infezione da parte di un ceppo di HIV resistente ai farmaci più potenti. Si
comincia a temere che anche per l’HIV possa accadere quanto successo per la
tubercolosi: la diffusione di virus mutati che non rispondono alle terapie.
Viene registrato l’efavirenz, un altro farmaco del gruppo degli NNRTI.
L’Africa appare l’area geografica più colpita dalla pandemia da HIV, con il 70%
di tutte le nuove infezioni concentrato nella regione sub-sahariana. In alcuni
Paesi si stima che la prevalenza di sieropositività sia intorno al 25% della
popolazione.
1999
Oltre a essere il centro della pandemia, l’Africa sembra esserne anche
l’origine: le ricerche stabiliscono che il primo ospite dell’HIV è stato un
particolare tipo di scimpanzé, un tempo molto comune nell’Africa
Centro-occidentale, che avrebbe trasmesso la malattia all’uomo attraverso
contatto il sangue infetto.
Ai problemi della povertà si aggiungono quelli dell’ignoranza e del pregiudizio:
il Presidente Sud Africano Thabo Mbeki afferma che l’AZT è tossica e non va
somministrata, mentre in altri Paesi, come l’Uganda, vengono intraprese campagne
di screening e prevenzione. Inizia anche la grande battaglia per l’accesso ai
farmaci nei Paesi poveri, che chiedono tagli dei prezzi alle multinazionali e
deroghe alle normative internazionali sui brevetti, per ottenere le
autorizzazioni a produrre e vendere i corrispettivi “generici” degli
antiretrovirali.
Vengono pubblicati i risultati di uno studio che rivoluzionerà le strategie di
prevenzione della trasmissione madre-figlio dell’HIV: lo studio HIVNET 012,
condotto in Uganda, nel quale un regime semplice ed economico, basato sulla
somministrazione di una dose di nevirapina alla madre all’inizio del travaglio e
al bambino entro 72 ore dalla nascita, riduce il rischio di trasmissione
perinatale di oltre il 40% a 14-16 settimane e 18 mesi, rispetto a una breve
somministrazione di AZT (paragonabile a un placebo). I risultati suscitano
enormi speranze, e il regime dell’HIVNET 012 viene adottato come “standard of
care” nei Paesi poveri di risorse; iniziano ovunque programmi per la sua
implementazione. Nei Paesi sviluppati, invece, è chiaro che la profilassi più
efficace della trasmissione materno-fetale dell’HIV consiste nel somministrare
una terapia HAART alle donne durante la gravidanza.
Nell’arco dell’anno, gruppi diversi di scienziati pubblicano una serie di
articoli sul tema dell’eradicazione dell’HIV, dimostrando in maniera
indipendente che nonostante il mantenimento di valori di viremia non misurabili,
la replicazione virale continua a livelli molto bassi, e l’HIV si integra in
maniera irreversibile in cellule a lunga vita, insensibili ai farmaci. Tramonta
il sogno dell’eradicazione e si prospetta la necessità di dover proseguire il
trattamento antiretrovirale per tutta la vita.
In questo contesto viene pubblicato su Lancet il caso del “paziente di Berlino”,
una persona HIV+ che, avendo iniziato la terapia in una fase precoce
dell’infezione, ha potuto poi sospenderla senza che si verificasse un rebound
virale. Questo caso apre una nuova fase: quella delle interruzioni terapeutiche.
Sotto forma di interruzioni strutturate o “vacanze terapeutiche”, medici e
pazienti vogliono trovare un modo per sfuggire alla necessità di un trattamento
cronico, poco maneggevole e associato ad importanti effetti collaterali.
L’obiettivo degli scienziati, inizialmente, non è solo quello di alleggerire la
terapia, ma è molto più ambizioso: l’ipotesi è che sospendendo i farmaci e
inducendo un rebound virale, il paziente possa “autovaccinarsi” contro il
proprio ceppo virale.
2000
Cambiano le caratteristiche dell’epidemia: per la prima volta in Gran Bretagna i
nuovi casi di infezione sono più numerosi tra gli eterosessuali che tra gli
omosessuali.
Nel mese di luglio la Conferenza Mondiale sull’AIDS si svolge, per la prima
volta, in Africa, a Durban, e viene aperta ufficialmente dal Presidente
sudafricano Mbeki, che nel suo discorso afferma che la causa dell’AIDS è la
povertà, e la lotta all’AIDS è paragonabile a quella contro l’apartheid. Oltre
5000 scienziati di tutto il mondo firmano la “dichiarazione di Durban”,
ribadendo che l’AIDS è causata dall’HIV e che tutti i sieropositivi hanno
diritto ad essere curati. Nelson Mandela chiude la conferenza invitando
scienziati e politici a uno sforzo comune. Qualche anno dopo Mandela annuncerà
pubblicamente la morte per AIDS di suo figlio.
2001
La storia dell’AIDS si arricchisce di aspetti economici e legali. Si intensifica
la lotta per l’accesso ai farmaci: la compagnia indiana Cipla è pronta a
produrre farmaci antiretrovirali a costi bassissimi, mentre il Brasile viene
minacciato di azioni legali dagli USA per la produzione di farmaci generici. Gli
attivisti intraprendono un’azione contro il Governo sudafricano che si rifiuta
di fornire gratuitamente la nevirapina alle gravide HIV+, e vincono la loro
battaglia: parte un programma nazionale per la profilassi della trasmissione
madre-figlio.
Il G8, riunito a Genova, decide di istituire il Global Fund, un fondo mondiale
per finanziare la lotta alle tre malattie della povertà: AIDS, tubercolosi e
malaria.
Il WHO pubblica le Linee Guida di terapia antiretrovirale per i Paesi in via di
sviluppo.
Cominciano a emergere i primi dati sulla comparsa di resistenze alla nevirapina
somministrata per prevenire la trasmissione materno-fetale: a 6 settimane dal
parto, il 18% delle donne ha sviluppato resistenza alla nevirapina. Questi
risultati, che verranno confermati da numerosi altri studi negli anni seguenti,
suscitano e susciteranno grandi discussioni, fino a rappresentare la
problematica centrale della profilassi della trasmissione materno-fetale. Si
teme infatti che la diffusione dei regimi brevi possa associarsi alla diffusione
della resistenza e, quindi, compromettere l’efficacia della nevirapina, se
utilizzata nell’ambito di terapie antiretrovirali vere e proprie.
2002
Alla Conferenza mondiale di Barcellona vengono riportati alcuni risultati
preliminari ottenuti con il primo di una nuova classe di farmaci
antiretrovirali, gli inibitori della fusione: si chiama T20 e agisce a un
livello “pre-cellulare” del ciclo dell’HIV, bloccandone l’ingresso nelle
cellule. Queste scoperte suscitano grande entusiasmo, anche se appare evidente
che le modalità di somministrazione (per via sottocutanea, due volte al giorno)
limiteranno l’impiego di questo farmaco a pazienti che hanno sviluppato
resistenza verso gli altri antiretrovirali.
Sempre a Barcellona, vengono riportati i risultati preliminari dello studio ACTG
384, un grande trial caratterizzato da un disegno complesso, che valuta 6 regimi
HAART diversi. Due sono le principali conclusioni emerse: la combinazione
AZT/3TC/efavirenz appare superiore a tutte le altre e diventerà il regime di
riferimento; per quanto riguarda la componente nucleosidica, la combinazione
d4T/ddI si rivela associata a una significativa tossicità e, quindi diventa di
seconda scelta rispetto alle altre. I risultati dell’ACTG 384 influenzeranno
profondamente il trattamento dell’infezione da HIV negli anni successivi.
Viene documentato il primo caso di superinfezione in una persona HIV+ che, dopo
2 anni dalla prima infezione, si è contagiata con una variante di HIV diversa
dalla prima.
2003
Con 4 adulti su 10 che risultano infetti, lo Swaziland è la nazione al mondo con
la più alta prevalenza di HIV.
Il WHO dichiara che il mancato trattamento di 6 milioni di persone con HIV/AIDS
nei Paesi in via di sviluppo rappresenta un’emergenza sanitaria mondiale, e
lancia un programma, il “3 x 5”, per garantire il trattamento antiretrovirale a
3 milioni di persone entro il 2005.
Nei Paesi sviluppati, crescono le segnalazioni di nuovi e gravi effetti
collaterali associati alla terapia antiretrovirale e aumenta la consapevolezza
dell’impossibilità di eradicare l’infezione. La strategia terapeutica “Hit early
and hard” lascia il posto a una posizione più attendista: il trattamento
antiretrovirale va iniziato non più quando i CD4 sono inferiori a 500, ma quando
sono tra 200 e 350, individualizzando la decisione in base al valore dell’HIV
RNA e alle caratteristiche del paziente.
2004-2005
La storia diventa attualità. Mentre da più parti si nutrono seri dubbi sulla
realizzazione del programma “3 x 5”, l’AIDS continua a mietere vittime nei Paesi
poveri. Le previsioni catastrofiche degli anni precedenti si rivelano fondate: 5
milioni di nuove infezioni nel 2003 (un numero mai raggiunto in precedenza) e,
alla fine del 2004, 38 milioni di persone infette nel mondo. I giovani d’oggi,
nei Paesi africani dove la prevalenza di HIV è superiore al 20% della
popolazione, hanno un’attesa di vita di soli 49 anni, che in alcuni casi
scenderà a 35 anni, se l’accesso alle terapie antiretrovirali non sarà
garantito. Gli inibitori della fusione, capostipite il T20, vengono registrati
in tutto il mondo, insieme a farmaci nuovi di classi già note, più maneggevoli e
meno tossici dei loro predecessori. Intanto è attivissimo lo sviluppo di nuove
molecole dirette contro target diversi nel ciclo replicativo dell’HIV: gli
inibitori dell’integrasi, capaci di bloccare l’integrazione del virus nel DNA
dell’ospite, gli inibitori del CCR5 e del CXCR4, disegnati per interferire con
il legame virus-membrana cellulare, e altri composti come gli inibitori della
maturazione, che bloccano la maturazione dei nuovi virioni.
Nei Paesi poveri, ormai definiti come “sud del mondo”, la terapia
antiretrovirale resta però un sogno per pochi; gli sforzi si concentrano quindi
sulla prevenzione della trasmissione madre-figlio dell’HIV (praticamente
azzerata nei Paesi sviluppati), ben sapendo che si tratta di un compromesso, ma
che rappresenta l’unica alternativa all’avanzamento della pandemia. Mentre si
moltiplicano gli studi per trovare alternative valide al regime “HIVNET 012”, in
realtà esso resta l’unico intervento perseguibile in moltissime aree
geografiche, sul quale si concentrano risorse ed energie di molte organizzazioni
internazionali e ONG locali.
Sono passati più di 20 anni e, dopo la strage degli anni ’80 e ’90, oggi di AIDS
si parla meno, anzi si rischia di parlarne solo il 1 dicembre. Per questo il
Global Fund lancia una Campagna di sensibilizzazione, volta ad accrescere i
contributi economici da parte dei Governi di tutto il mondo per i suoi progetti
assistenziali: somministrare in 5 anni antiretrovirali a 1,6 milioni di persone,
offrire counselling e test a 52 milioni di persone, sostenere un milione di
orfani. Ma anche la ricerca deve continuare senza sosta: guardando indietro, le
acquisizioni sono state tantissime, ma molte domande aspettano una risposta.
Nella storia dell’AIDS, le scoperte della ricerca di base sono state rapidamente
messe al servizio della ricerca clinica e della pratica medica: PCR, tecniche di
sequenziamento e di bioinformatica, indagini genetiche, si sono rapidamente
tradotte in strumenti per il monitoraggio delle terapie e per l’individuazione
di nuovi regimi. Questa integrazione tra ricerca di base e ricerca clinica deve
continuare.
In Italia, in particolare, questo significa continuare a far vivere quel
Programma Nazionale di Ricerca che, dal 1987, ha permesso ai nostri scienziati
di contribuire in maniera significativa a scrivere la storia scientifica
dell’AIDS.