Non posso nascondere una grande soddisfazione nel ricordare che nel 1985 avevamo
visto giusto. Ci incontrammo in sette nello studio di un notaio per costituire
l’Associazione. In noi medici c’erano la consapevolezza che la malattia non era
facilmente dominabile e la sensazione che ben presto si sarebbe estesa fuori dei
confini delle categorie a rischio. Il giornalista e l’avvocato, che
accompagnavano noi medici alla firma, avevano la sensazione, attraverso la
lettura dei primi bollettini sull’Aids, di trovarsi davanti ad un fenomeno
grave. Tutti avevamo però la certezza che bisognava mettere in campo
un’iniziativa mirata al coinvolgimento dell’opinione pubblica. L’obiettivo era
quello di creare uno strumento, appunto l’Associazione, per lanciare segnali
affinché la gente si comportasse in modo corretto per la difesa dal virus
soprattutto nella vita sessuale. Un’Associazione che non avesse fra gli scopi
solo l’informazione e l’educazione a stili di vita corretti ma a iniziative
mirate alla diagnosi e alla terapia. Prevenzione, quindi, ma anche cura.
Nell’atto costitutivo firmato davanti al notaio si diceva espressamente che
l’Associazione intendeva impiegare tutte le risorse culturali, sociali,
scientifiche ed economiche. Grande la soddisfazione nel ricordare di aver
compreso per tempo che l’Aids sarebbe stato un terribile flagello e di aver
capito, sempre per tempo, che per combattere il virus occorrevano sforzi immani
della Ricerca ma anche altrettanto immani sforzi nel campo dell’informazione.
Venti anni dopo, mi rendo conto che l’Anlaids è una bella realtà. Un giorno, uno
dei tanti italiani che ho incontrato nelle mie innumerevoli conferenze mi disse:
“Se l’Anlaids non ci fosse, bisognerebbe inventarla”. E un giovane, in una delle
innumerevoli lezioni tenute nei licei, si alzò dal banco per dirmi: “Grazie,
professore, di avermi insegnato a vivere senza rischi la vita sessuale”. L’Anlaids
è stata sempre protagonista non solo nel diffondere i messaggi di educazione,
nel raccogliere fondi a sostegno della Ricerca, per finanziare borse di studio e
dottorati ma anche nella difesa dei diritti dei malati e dei sieropositivi.
Commozione e orgoglio, dicevo. Ma anche rabbia. Rabbia contro coloro che solo
per partito preso, per motivi ideologici o confessionali, hanno alzato barriere
davanti a chi, anche a costo di pagarla cara, si è battuto sul fronte dell’Aids.
E mi fa ancora rabbia vedere che c’è gente che a distanza di vent’anni ancora
vive di pregiudizi e di preconcetti. Ho imparato che alcuni pregiudizi e alcuni
preconcetti sono più duri a morire del virus dell’Aids. Ma celebrando i venti
anni dell’Anlaids non posso non andare con il pensiero a tutti coloro che non
siamo riusciti ad aiutare. Un grazie a tutti i volontari, soprattutto ai più
giovani che aiutandoci mi hanno fatto sperare in un’Italia migliore. Un grazie a
quanti, nella sede centrale o nelle varie regioni e province, hanno portato
avanti e ancora portano avanti gli ideali dell’Anlaids. Un grazie ai Media:
senza di loro di strada ne avremmo fatta poca. Senza di loro il virus dell’Hiv
avrebbe avuto vita facile.
Venti anni sono un niente. Ma per noi è tanto. E’ quasi una vita.