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Anno III - n°18 - 31.05.2005 Pagine Nazionali
Salvare i sommersi clicMedicina -
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Intervista ad Alfredo Alberti, Professore Associato di Terapia Medica,
Università di Padova. A cura dell'ufficio Stampa Roche Ancora oggi un numero enorme di “sommerso” dei malati di epatite C: solo il 20% sa di esserlo. Ma curare l’epatite cronica da HCV anche in fase asintomatica è fondamentale per evitare molti casi di malattia epatica terminale nel prossimo futuro. Alla luce di grandi trial internazionali, intanto, l’interferone peghilato alfa-2a ha ottenuto l’indicazione per l’epatite B - HBeAg positiva ed anti-HBeAg negativa -, per la coinfezione HCV-HIV e per l’epatite cronica HCV, anche con transaminasi normali “Epidemia silenziosa”: è così che è stata definita da molti l’epatite C per la vasta diffusione a livello mondiale di questo virus e per la frequente assenza di sintomi. Ciò fa sì che, nella stragrande maggioranza dei casi, non sia diagnosticata in tempo per evitare danni seri al fegato. Qual è secondo Lei l’attuale rilevanza clinica e sociale del fenomeno epatite C? Le cifre sono allarmanti: si contano tra i 170 e i 200 milioni di portatori di epatite C in tutto il mondo. In Italia le persone affette da HCV oltrepassano il milione e mezzo. Di questi, solo un 20% è stato diagnosticato. La quota dei pazienti “sommersi”, quindi, è davvero enorme. La frequente asintomaticità dell’epatite C ostacola la diagnosi. Vale a dire che ben un terzo dei malati che ignorano di essere affetti da HCV va incontro alla progressione. Se questo è lo scenario generale, va anche osservato che l’epidemiologia di questa malattia è in evoluzione. Per esempio, è stata identificata la maggior parte dei casi con fattori di rischi molto ben definiti, come, ad esempio, i casi postrasfusionali. Ma per i casi riconducibili a fattori di rischio minori si può ancora parlare di “epidemia silenziosa”. Adesso che disponiamo di terapie molto più efficaci che in passato, sarebbe opportuna una maggiore sensibilizzazione verso l’identificazione dei portatori di HCV nella popolazione generale. Soprattutto per i soggetti di età adulta con qualche segno di epatopatia (come livelli di transaminasi – ALT – “mossi” o disturbi cronici dispeptici non ben definiti o fattori di rischio anche minori nel passato: piccoli interventi, esposizioni parenterali anche saltuarie, etc.). Tutto ciò assume un valore ancora più significativo, se si considera che curare e guarire oggi l’epatite cronica da HCV anche in fase asintomatica significa evitare molti casi di malattia epatica terminale nel prossimo futuro. Quale è invece l’impatto dell’epatite B in Italia? È un problema superato o presenta ancora una sua rilevanza? Tuttora l’epatite B è molto presente in Italia: sono 500 mila i soggetti infetti da HBV. Da quando nel 1991 è stata introdotta la vaccinazione obbligatoria per i bambini, l’HBV riguarda per lo più persone infettate molti anni fa, ovvero la popolazione adulta non vaccinata. Si può quindi affermare che l’infezione sia “invecchiata” nella nostra popolazione, con molti casi di epatopatia cronica già in fase avanzata e con netta prevalenza delle forme antigene negative (la più diffusa nei paesi mediterranei), con numerosi casi di fallimento delle terapie antivirali. Tuttavia, lo scenario dell’epidemiologia dell’epatite B è in rapida trasformazione: se negli ultimi venti anni la variante antigene negativa (HBeAg negativa) è aumentata, fino a costituire il 90% dei casi di epatite cronica C, recentemente a causa dei fenomeni migratori dai paesi dell’Est sta aumentando sensibilmente la percentuale dell’epatite antigene positiva, tipica di quelle popolazioni. Quale è lo scenario delle co-infezioni HIV/HCV in Italia? La coinfezione HCV/HIV rappresenta oggi un rilevantissimo problema clinico, in quanto oltre il 30-50% dei soggetti HIV positivi sono coinfettati da HCV e sviluppano, se non trattati, importanti patologie epatiche croniche. La mortalità per cirrosi ed epatocarcinoma oggi tende quasi a superare per frequenza la mortalità causata direttamente dall’AIDS. L’infezione con HCV rappresenta in effetti l’infezione “opportunistica” più rilevante oggi sul piano clinico e prognostico per il soggetto HIV positivo. Ben pochi di questi pazienti vengono attualmente trattati con terapia anti-epatite C ma è auspicabile che il loro numero sia destinato ad aumentare rapidamente dopo il recente completamento dei grandi trial clinici che hanno documentato l’efficacia della terapia di combinazione con peginterferone alfa-2a e ribavirina in questi soggetti. Tali studi hanno portato di recente l’Agenzia Europea di Valutazione dei Medicinali (EMEA) a riconoscere l’indicazione per peginterferone alfa-2a e ribavirina nel trattamento della coinfezione HIV-HCV. Secondo le attuali evidenze scientifiche, i livelli di transaminasi non possono più essere considerati l’unico indicatore di malattia epatica. Può dirmi la sua opinione? È vero. Anche se in effetti le transaminasi sono utili per definire l’attività epatitica, è ormai altrettanto chiaro che nell’infezione cronica da HCV livelli normali di transaminasi non escludono purtroppo né la presenza di un’epatite cronica, anche evolutiva, e neanche di cirrosi. Quali sono le attuali terapie che hanno ottenuto l’indicazione al trattamento per queste patologie (epatite C, epatite B, co-infezione HCV-HIV e Normal Alt) e quali sono i maggiori studi che lo dimostrano? Alla luce di grandi trial internazionali di vasta numerosità campionaria, oltre che di elevata qualità scientifica, pubblicati sulle più prestigiose riviste mediche internazionali, l’interferone peghilato alfa-2a ha ottenuto l’indicazione per l’epatite B - HBeAg positiva ed anti-HBeAg negativa -, per la coinfezione HCV-HIV e per l’epatite cronica HCV anche con transaminasi normali. Bisogna sottolineare che queste indicazioni sono state riconosciute esclusivamente al peginterferone alfa-2a, grazie ai risultati riportati dai trial internazionali. Queste pagine sfruttano standard
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