Anno II - n°17 - 08.04.2005 Pagine Nazionali

   


L’anziano italiano è il più depresso d’Europa.


L’anziano italiano è il più depresso d’Europa. E proprio perché depresso va incontro più facilmente all’infarto anche se non fuma, mangia bene e cammina. Lo rivela lo Studio ILSA (Italian Longitudinal Study on Aging) del CNR-Sezione Invecchiamento dell’Università di Padova, presentato nella giornata conclusiva del III Congresso della Società Italiana di Prevenzione Cardiovascolare (SIPREC), presieduto da Gaetano Crepaldi. Sono più depresse le donne (58 per cento) degli uomini (34 per cento) oltre i 65 anni. Dal 1992 ad oggi lo Studio ha seguito 5636 anziani distribuiti in otto città: Milano, Genova, Padova, Firenze, Fermo, Bari, Napoli, Catania. “Gli anziani italiani sono i più depressi – dice Gaetano Crepaldi, Presidente della SIPREC – perché perdono presto il ruolo dominante nella famiglia, vivono in solitudine e spesso con disabilità. La depressione colpisce in modo particolare le vedove. Altro motivo è il fatto che gli anziani italiani si sono raramente preoccupati di gestire il tempo libero in previsione della pensione, in pochi hanno un hobby. E poi la Società italiana, a differenza di quella nord europea, non fa nulla per coinvolgere gli anziani in progetti sociali. Quasi come gli italiani sono gli spagnoli. L’altra notizia emersa dallo Studio è che il depresso ha un rischio 3-4 volte superiore di avere un infarto”. “La ricerca ILSA ha dimostrato – aggiunge Crepaldi – che la depressione provoca l’infarto in un depresso su quattro. I più colpiti sono gli uomini”. “Tre sono le ipotesi – dice Niccolò Marchionni, Ordinario di Geriatria all’Università di Firenze – al vaglio della Ricerca. La prima è che i depressi non seguono in maniera corretta come i non depressi gli stili di vita più idonei, ad esempio sono in sovrappeso o fumano. Inoltre non sempre rispettano la terapia prevista dal medico per quanto riguarda la depressione e la ignorano del tutto quando c’è da proteggere con i farmaci l’apparato cardiovascolare. La seconda ipotesi è che nel depresso c’è un’accentuata aggregabilità delle piastrine e quindi aumenta la probabilità di trombosi vascolare. L’ultima ipotesi è che nei depressi c’è una sregolazione del controllo nervoso del battito cardiaco aumentando la probabilità di morte cardiaca”. Dallo Studio ILSA scaturisce un altro dato di estrema importanza. “Alcuni studi hanno sostenuto l’ipotesi – dice Stefania Maggi, ricercatrice dell’Istituto di Neuroscienze CNR di Padova, che ha presentato la ricerca ILSA al Congresso – che il trattamento farmacologico della depressione potrebbe essere responsabile dell’aumentato rischio cardiovascolare nei pazienti depressi. In particolare gli antidepressivi triciclici possono comportare incremento della frequenza cardiaca, ipotensione posturale, alterazioni della conduzione e riduzione della variabilità della frequenza cardiaca. Nel campione dell’ILSA solo il 2-3 per cento dei soggetti era in trattamento antidepressivo, quindi escludiamo nettamente un qualsiasi effetto negativo del trattamento sul rischio cardiovascolare. Alla luce, anzi, dei nuovi progressi nella terapia, si può affermare con certezza che è auspicabile un miglior controllo farmacologico della depressione, perché la mortalità e la morbilità cardiovascolare ad essa associata rappresentano un serio problema di salute pubblica”.
Il Congresso della SIPREC si è chiuso con l’entrata in carica di Massimo Volpe alla presidenza della Società. Volpe è il Direttore della Cattedra di Malattie Cardiovascolari dell’Università di Roma “La Sapienza” – Ospedale Sant’Andrea. Il Congresso del prossimo anno si svolgerà a Genova.
 





 


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