disegno di legge d'iniziativa del Senatore Cutrufo - Presidente dell'Adao Associazione per i diritti degli obesi
Onorevoli Senatori! – L’obesità è una malattia complessa dovuta a fattori
genetici, ambientali ed individuali con conseguente alterazione del bilancio
energetico ed accumulo eccessivo di tessuto adiposo nell’organismo.
Diversi tipi di studio hanno dimostrato una chiara influenza genetica,
responsabile dell'eccessivo accumulo di grasso in presenza di alta disponibilità
di alimenti, e cronico sedentarismo. Esistono poi fattori individuali che
possono contribuire all’eccessiva introduzione di cibo: si tratta solitamente di
comportamenti impulsivi o compulsivi secondari a condizioni psicopatologiche.
Anche alcuni farmaci possono, se utilizzati a lungo, facilitare l’insorgenza
dell’obesità.
In molti paesi industrializzati colpisce fino ad un terzo della popolazione
adulta, con un’incidenza in aumento in età pediatrica: rappresenta quindi, senza
dubbio, l’epidemia di più vaste proporzioni del terzo millennio e, al contempo,
la più comune patologia cronica del mondo occidentale.
L’obesità costituisce un serio fattore di rischio per mortalità e morbilità, sia
di per sé (complicanze cardiovascolari e respiratorie) sia per le patologie ad
essa frequentemente associate quali diabete mellito, ipertensione arteriosa,
iperlipidemia, calcolosi della colecisti, osteoartrosi. Negli USA nei primi tre
mesi dell’anno in corso le patologie associate all’obesità hanno provocato più
decessi delle patologie neoplastiche.
Accade, però, che l'obesità, anche se è stata riconosciuta come malattia
cronica, nel nostro Paese rappresenta uno dei più trascurati problemi di salute
pubblica.
Quasi un italiano su dieci è obeso e i più a rischio sono gli uomini, rispetto
alle donne. E' quanto emerge dall'ultima indagine Istat Multiscopo sulle
famiglie. Se il 9% della popolazione italiana è obeso, all'opposto appena il
3,9% della popolazione adulta risulta sottopeso. Più si invecchia e più si tende
ad ingrassare. Nella fascia di età da 18 a 24 anni la percentuale di obesi è del
2%, in quella da 45 a 54 anni sale al 12,4% per raggiungere il massimo in quella
da 55 a 64 anni che è il 14,4%.
In Italia ci sono circa 6 milioni di persone con obesità di vario grado, di cui
circa un milione affette da forme gravi, ovvero quando si supera del 60 per
cento l’indice di massa corporea normale.
Questi dati dimostrano che tale condizione è pari percentualmente a quella di
Paesi con eguale livello di benessere, quali ad esempio gli USA.
In questi Paesi tuttavia si è provveduto a creare le idonee condizioni sociali,
lavorative e strutturali, al fine di permettere un normale inserimento sociale
dell’obeso, anche grave, mentre nel nostro Paese si può constatare un totale
vuoto normativo.
L’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) recentemente ha fissato i nuovi
criteri che permettono di classificare l'obesità in base al BMI (body mass index
o Indice di Massa Corporea, ottenibile dal rapporto peso/altezza al
quadrato-kg/m al quadrato): come limite superiore di normalità è stato fissato
un valore di BMI di 24,9, mentre sono state definite Obesità di I, II e III
grado quei valori di BMI compresi rispettivamente tra i 30 e 34,9, fra 35 e
39,9.
Una recente sentenza della Corte di Cassazione ( n. 16251 della Prima sezione
civile) ha definito anzitutto l'obesità una malattia invalidante e in più ha
stabilito che non sono più vincolanti le tabelle - fissate da un decreto
ministeriale del 1992 - usate per misurare il punteggio di invalidità, che
attribuiscono una percentuale di handicap agli obesi che in nessun caso supera
il 40% (per avere l'assegno di invalidità serve il 74%). Ad avviso dei
magistrati della Suprema Corte, invece, specie nelle forme gravi di accumulo
adiposo, occorre valutare questa disfunzione in «maniera svincolata dai limiti
tabellari» e dare punti più elevati, superiori al 40%, a chi ha un rapporto
molto squilibrato tra altezza e peso corporeo.
A questa decisione ha portato la vicenda di una donna, un metro e mezzo di
altezza per 130 chili, concentrati soprattutto sulle cosce. Proprio per le sue
dimensioni, la signora aveva chiesto di essere dichiarata invalida al 74%, ma il
ministero aveva bocciato la sua richiesta. Così la donna si è rivolta (senza
successo) alla magistratura che per due volte - prima il Tribunale e poi la
Corte di Appello torinese - le rispose che, nonostante la mole, non raggiungeva
il punteggio necessario.
Il successivo ricorso alla Cassazione ha fatto breccia tra i giudici che lo
hanno accolto, nonostante il parere contrario espresso dalla Procura che aveva,
addirittura, chiesto l'«inammissibilità » del reclamo. In particolare, i supremi
giudici hanno affermato che è vero che le tabelle «includono l'obesità nella
fascia di invalidità dal 31% al 40%», ma tale percentuale è calcolata in
riferimento a persone che hanno un «indice di massa corporea compreso tra 35 e
40», che non tiene conto delle nuove forme di obesità o di quelle più gravi. La
donna in questione, ad esempio, ha un indice di massa corporea - calcola la
Suprema Corte - del 57,7 che «si ottiene, in base alle indicazioni ministeriali,
dividendo il peso del soggetto per il quadrato della sua statura espressa in
metri». Deve quindi concludersi - afferma la Cassazione - che una «situazione»
come quella della ricorrente «richiede una indagine diretta ad acclarare il
grado di invalidità, svincolata dai limiti specificati dalle tabelle».
In pratica, adesso, alle persone gravemente obese, potrà essere riconosciuto un
punteggio di handicap maggiore del 40% dato che - per effetto di questa
decisione della Suprema Corte - i periti chiamati a valutare il livello di
obesità dovranno tenere presente non più solo le tabelle, ormai inadeguate per
misurare le nuove obesità, bensì la reale situazione «invalidante» di chi è
afflitto da questa malattia.
Alla luce di quanto esposto, quindi, il problema dell'obesità grave non può
essere ignorato dall'amministrazione pubblica che deve tutelare comunque quei
cittadini che chiedono assistenza e tutela in una società che spesso non ne
prevede le esigenze e le effettive necessità. Non è possibile limitare il
problema alla conflittualità medico legale, ma occorre definire un quadro di
tutela complessiva della patologia, dalla sua prevenzione alla sua cura, alle
sue conseguenze invalidanti; infatti l’obesità rappresenta una condizione di
malattia sociale sommersa con un impatto indiretto ma, in ogni modo grave, per
la vita di relazione di quanti ne siano affetti, che non può essere ignorata
dallo Stato.
L’obeso vive, infatti, in uno stato di isolamento dovuto alla difficoltà di
farsi accettare dagli altri e soprattutto all’impossibilità di fare quelle cose,
che rientrano nella quotidianità della vita, a causa della presenza
indiscriminata di barriere architettoniche, funzionali e lavorative. In breve
egli vive in una condizione di diritti negati.
Infatti di tali barriere si ignora persino l'esistenza fino a quando non ci si
immedesima nelle problematiche della quotidianità di chi è gravemente obeso.
Provate ad immaginare i numerosi e gravi problemi inerenti l'abbigliamento,
l'ambiente, gli arredi, lo spostamento, i trasporti o la socialità di chi pesi
150, 200 chili o ancora di più. Provate ad immaginare di fare le scale, varcare
porte strette, entrare in bagni impossibili, servirsi di ascensori, banche,
metropolitana, autobus, aerei, salire in automobile o sui treni, sedersi al
ristorante, in una mensa, al cinema o teatro con poltrone tutte larghe solo 40
centimetri. Provate ad immaginare di dover essere trasportati in barella, di
dover fare una risonanza magnetica e di non riuscire ad entrare nella stessa o,
semplicemente, di pesarsi quando tutte le bilance misurano al massimo 140
chilogrammi. Sino ad ora si è ignorato un insieme di disagi, anche gravissimi,
che accompagnano e, spesso, discriminano gli obesi gravi. Anzi queste persone
sono trattate con scherno o compassione, quasi fossero essi stessi colpevoli
dell’infermità occorsagli.
E' necessario, pertanto, prendere atto di ciò, anche se diventa difficile dare
risposte in un Paese che non si è mai posto il problema e dove non esistono
strutture globali o sociali che tutelino quanti siano affetti da obesità grave.
Il presente disegno di legge mira anzitutto a riconoscere l’obesità grave quale
condizione oggettiva di handicap al fine di estendere la tutela prevista dalla
legge 5 febbraio 1992, n. 104, recante «Legge-quadro per l’assistenza,
l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate», anche agli
obesi. La proposta persegue, inoltre, gli obiettivi di incrementare lo studio
delle cause di un eccessivo peso corporeo, di attivare meccanismi di verifica,
specie nella scuola, per una corretta informazione sulle metodiche preventive e
di cura, di aiutare l'integrazione sociale e lavorativa dei soggetti che per il
loro stato sono emarginati, di adeguare le strutture pubbliche od aperte al
pubblico, con particolare riferimento alle strutture di diagnosi e cura
generalmente non pronte a trattare pazienti obesi, in modo da permettere anche
agli obesi gravi di sentirsi, come in realtà sono, persone normali.
Si prevede, infine, la promozione da parte del Ministero della salute di
concerto con il Ministero dell’istruzione, dell'università e della ricerca e
delle Società Scientifiche del settore, di specifici programmi atti a migliorare
le conoscenze di base e cliniche sull’obesità al fine di trovare soluzioni
idonee preventive, di diagnosi precoce, di terapia e di riabilitazione per una
corretta alimentazione e per l’igiene dei prodotti alimentari da parte dei
consumatori.
Norme a tutela delle persone affette da obesità grave e abbattimento delle
barriere architettoniche nei luoghi pubblici e privati e nei trasporti pubblici