Metodologia
“I mille volti dell’influenza” è il titolo dell’indagine condotta dalla società di ricerche TNS (Taylor Nelson Sofres) durante i mesi di luglio e agosto 2004 in Italia, Gran Bretagna e Germania. In totale sono state coinvolte 2.010 persone tra 18 e 65 anni ( ), appartenenti a una delle categorie considerate “a rischio”, ossia pazienti affetti da una o più delle seguenti patologie: diabete, asma/broncopneumopatia cronica ostruttiva, malattie cardiovascolari/cardiache.
In ambito europeo esiste una sostanziale concordanza sul fatto che i principali destinatari dell’offerta di vaccino antinfluenzale debbano essere, oltre che le persone di età superiore a 65 anni (l’influenza colpisce maggiormente le persone anziane), anche le persone di tutte le età con alcune patologie di base (diabete, asma/broncopneumopatia cronica ostruttiva, malattie cardiovascolari) che aumentano il rischio di complicazioni a seguito di influenza. Si stima, infatti, che il 30% della popolazione sotto i 65 anni soffra di malattie croniche e, per questo, rientra in una categoria a rischio per l’influenza.
Grazie alla collaborazione con alcune Associazioni Pazienti di riferimento per le patologie citate e presenti nei diversi Paesi (vd. tabella), sono state raccolte le interviste a 653 pazienti in Italia, 622 in Germania e 735 in Gran Bretagna realizzate mediante un questionario. I gruppi di pazienti intervistati in Italia sono così suddivisi: il 43% di pazienti con patologie respiratorie, il 38% di diabetici, il 37% costituito da pazienti con patologie cardiovascolari.
Germania Italia UK
Asma/BPCO Deutsche Allergie und Asthma Bund Federasma British Lung Foundation
Patologie Cardiovascolari / cardiache DGPR Consumer Internet panel BCPA/ AntiCoagulation Europe
Diabete TNS diabetes patient panel (Internet) FAND Diabetes Insight (Internet)/consumer Internet panel
La ricerca ha avuto diversi obiettivi, primo fra tutti valutare la propensione a vaccinarsi nei soggetti appartenenti a categorie a rischio; inoltre, l’indagine ha consentito di stimare la percentuale di quanti si vaccinano, verificare se la malattia viene riconosciuta nella sua potenziale gravità, identificare cosa potrebbe indurre a vaccinarsi e le percezioni di rischio che, invece, trattengono dal farlo.
L’analisi delinea la situazione in Italia facendo anche un confronto con gli altri Paesi, sottolineando, quando necessario , le differenze di comportamento tra i tre diversi gruppi di pazienti a rischio.
I risultati
L’atteggiamento dei pazienti, ricordiamo tutti appartenenti a categorie a rischio, nei confronti della patologia è un elemento importante per delineare lo scenario e capire come e se intervenire.
SEVERITÀ PERCEPITA DELL’INFLUENZA
Come viene percepita l’influenza? In Italia il 70% degli intervistati ritiene l’influenza una patologia lieve o moderata, solo il 28% grave (dato che in Germania sale al 38% e in Gran Bretagna al 43%) e appena il 2% potenzialmente mortale (contro il 14% della Germania e il 18% della Gran Bretagna). Rimanendo all’Italia e considerando le diverse categorie, i pazienti affetti da malattie cardiovascolari si distinguono per sottovalutare la gravità dell’influenza (l’89% definisce la malattia non grave o moderata, contro il 49% della Germania e il 43% della Gran Bretagna). Solo il 2% dei pazienti affetti da malattie dell’apparato respiratorio considera potenzialmente mortale l’influenza - percentuale, però, notevolmente più bassa rispetto a Germania (16%) e Gran Bretagna (27%).
QUANTI HANNO AVUTO L’INFLUENZA?
Una malattia ritenuta non grave, quindi, ma considerata diffusa visto che l’86% degli intervistati dichiara di averne sofferto: una percentuale ben lontana, p. es, dal 44% della Germania. Nel nostro Paese, poi, è particolarmente elevato il dato di chi afferma di aver avuto l’influenza nell’ultimo anno (47% contro solo il 7% di Germania e il 6% della Gran Bretagna), abbastanza in linea con gli altri Paesi il dato di chi ne ha sofferto entro gli ultimi 5 anni (39%), molto inferiore, invece, quello di chi ne ha sofferto più di cinque anni fa (12% vs. 36% della Germania e 48% della Gran Bretagna). Si direbbe, insomma, che sull’argomento gli Italiani abbiano una sorta di memoria a breve termine.
GLI EFFETTI DELL’INFLUENZA
Diverso è, poi, anche il modo di gestire l’influenza: gli Italiani si rivolgono al medico richiedendo una sua visita a domicilio più di tedeschi e inglesi (il 24% in Germania e il 21% in Gran Bretagna; il 30% in Italia, ma si arriva al 46% fra i malati di diabete), anche se poi il decorso della malattia costringe a degenze meno lunghe che negli altri Paesi. In Italia, infatti, solo l’8% degli intervistati dichiara di essere stato costretto a casa e incapace di svolgere l’attività lavorativa per più di una settimana (contro il 39% dei tedeschi e il 30% degli inglesi). Nel nostro Paese sono ben più significative rispetto a Germania e Gran Bretagna, infatti, le percentuali di chi rimane a casa da lavoro tra i 3-7 giorni (34%) e da 1 a 3 giorni (27%); il 20%, per altro, dichiara di continuare a lavorare anche durante l’episodio influenzale, seppure facendo ricorso a farmaci (percentuale pari solo al 5% in Germania e all’11% in Gran Bretagna).
Poiché l’influenza è caratterizzata da febbre alta (> di 38°) per circa 3 giorni e da una prognosi di almeno 5-7 giorni, un comportamento di questo tipo insospettisce e può far sorgere un dubbio circa l’esatta percezione dell’influenza da parte della popolazione italiana in generale. Un sospetto che troverebbe conferma anche nella percentuale molto più elevata di quanti dichiarano in Italia di avere avuto l’influenza (86%), seppure i dati epidemiologici relativi alle passate stagioni siano sostanzialmente comparabili in Italia Germania e Gran Bretagna (fonte: dati EISS - European Influenza Surveillance Scheme).
Spesso, infatti, il termine “influenza” viene attribuito ad affezioni delle prime vie aeree, sia di natura batteriologica che virale. Nello stesso periodo dell’anno in cui la circolazione dei virus influenzali è massima (in Italia solitamente da dicembre a marzo) possono contemporaneamente circolare molti altri virus (Adenovirus, Rhinovirus, virus sinciziale respiratorio, etc.) che provocano affezioni del tutto indistinguibili, dal punto di vista dei sintomi molti simili: confondere l’influenza con raffreddore e febbre porta a minimizzare la gravità di questa infezione.
La prevenzione dell’influenza è, invece, un problema molto importante trattato nei Piani Sanitari Nazionali. La vaccinazione influenzale, ritenuta il mezzo migliore per la prevenzione in termini di costo/beneficio, è introdotta nei Piani Nazionali Vaccini e rimborsata completamente per le categorie di persone identificate a rischio: come i pazienti intervistati.
CONOSCENZA DELLA RIMBORSABILITÀ
Quanto i pazienti appartenenti alle categorie a rischio sono consapevoli della possibilità di vaccinarsi gratuitamente? Gli intervistati dichiarano di essere a conoscenza di questa possibilità mediamente nei 3/4 del campione. Solo i diabetici risultano meno informati a riguardo: il 42% conosce queste disposizioni.
QUANTI HANNO FATTO ALMENO UNA VOLTA LA VACCINAZIONE?
Ma quanti dichiarano di fare il vaccino? Il 55% degli intervistati in Italia ha fatto almeno una volta nella vita la vaccinazione antinfluenzale. Un numero non elevato se si considera che in Gran Bretagna ben l’85% dei pazienti a rischio dichiara di aver fatto la vaccinazione.
Una sezione della ricerca condotta in Gran Bretagna tra persone a rischio ma non appartenenti ad associazioni pazienti ha fatto riscontrare una percentuale di vaccinati ben più bassa, il 52%: questo fa supporre che appartenere ad una associazione pazienti possa influenzare in modo significativo l’atteggiamento verso la vaccinazione. Considerando quanto emerso in Gran Bretagna e che in Italia l’indagine ha coinvolto principalmente pazienti appartenenti ad associazioni, nel nostro Paese la percentuale di vaccinati potrebbe risultare persino minore del 55% qualora si prendesse in considerazione l’intera popolazione a rischio.
Per quanto riguarda le singole categorie di pazienti nel nostro paese non si sono mai vaccinati: il 39% dei pazienti affetti da malattie respiratorie, il 39% di diabetici e il 53% di quelli affetti da patologie cardiovascolari.
A conferma di questi dati ci sono le dichiarazioni dei pazienti rispetto all’ultimo anno: il 56% non si è vaccinato.
LE RAGIONI PER CUI NON SI FA IL VACCINO
Ma perché non si fa il vaccino? I dati medi nei tre Paesi indicano al primo posto la preoccupazione di effetti collaterali (35%) e, a seguire, la paura di reazioni allergiche e la sfiducia nell’efficacia del vaccino (entrambe 28%). In Italia la classifica delle motivazioni indica, invece: la paura delle iniezioni (39%) e, subito dopo, a una scarsa fiducia nell’efficacia del vaccino (24%); al terzo posto il timore di effetti collaterali (18%), la mancanza delle dovute raccomandazioni mediche (16%), la possibilità di reazioni allergiche occupa il quinto posto (14%).
La paura delle iniezioni è molto alta soprattutto tra i pazienti diabetici (72%); non ritiene efficace il vaccino soprattutto chi soffre di patologie cardiovascolari (41%) o respiratorie (35%).
CHI CONSIGLIA LA VACCINAZIONE
Si arriva a fare la vaccinazione soprattutto a seguito del consiglio del medico (in Italia 84%). Nel nostro Paese è lo specialista (52%) la fonte di maggiore consiglio piuttosto che il medico di famiglia (38%) - situazione totalmente invertita rispetto a Germania e Gran Bretagna dove rispettivamente il 74% e il 71% indica il medico di medicina generale come maggiore fonte - .
Farmacisti e ASL hanno percentuali del 1% e 2% rispettivamente. Le differenze possono essere notate anche all’interno dei vari gruppi di pazienti: solo i diabetici fanno riscontrare le percentuali più vicine (39% MMG vs. 45% SP) ma anche una totale assenza di consiglio da parte di farmacisti e ASL, mentre chi soffre di malattie cardiovascolari riceve più consigli alla vaccinazione dal MMG (63% vs. 30% SP) e coloro che soffrono di malattie respiratorie hanno un riferimento maggiore nello specialista (73% vs. 19% MMG).
QUANTI SONO DISPOSTI A VACCINARSI
Ma quanti, nel campione intervistato, sarebbero disposti a vaccinarsi nei prossimi 12 mesi? Se il 17% lo esclude a priori, il 12% dichiara che forse farà la vaccinazione e il 29% ne è praticamente certo; è interessante il dato di quanti, invece, sarebbero disposti a vaccinarsi ma solo dietro la raccomandazione del medico: il 41%, una percentuale praticamente doppia che in Germania (20%) e molto più alta che in Gran Bretagna (10%). Questo dato lascia intravedere quanto, nel nostro Paese più che altrove, può essere fatto per migliorare la situazione e raggiungere una migliore copertura vaccinale grazie alla collaborazione con la classe medica.
Tra chi si è vaccinato negli ultimi 12 mesi è altissima l’intenzione di ripetere la vaccinazione anche per il prossimo anno: 99% in Germania e Gran Bretagna, in Italia il 97%.
Tra quanti non hanno mai fatto la vaccinazione antinfluenzale, in Italia, solo il 4% si dichiara certo di farla entro i prossimi 12 mesi mentre quasi la metà del campione (46%) ritiene determinante il consiglio del medico.
LA PROTEZIONE OFFERTA DAL VACCINO
Se queste sono le ragioni che trattengono dal vaccinarsi, scarsi sono anche i benefici riconosciuti al vaccino. A questo proposito è doveroso notare che solo l’1% degli intervistati ritiene la protezione derivante dalla vaccinazione completa, il 27% giudica il grado di protezione conferito dal vaccino molto buono, il 28% moderato, il 21% definisce la protezione di piccola entità e il 4% parla addirittura di nessuna protezione. Questa situazione è in linea con i risultati medi europei, anche se negli altri Paesi in generale si confida un po’ più nelle potenzialità del vaccino: in Germania si registra la più alta percentuale di quelli che reputano il vaccino moderatamente protettivo (43%) e in Gran Bretagna la più alta di quelli che giudicano la protezione molto buona (54%). Guardando alle diverse categorie di pazienti, sono i malati di patologie respiratorie, in Italia, i più critici verso le capacità del vaccino: per il 39% la protezione è scarsa. Questo dato potrebbe trovare una spiegazione considerando che ben il 94% dei pazienti affetti da malattie respiratorie (percentuale più alta fra tutte le categorie) dichiara di aver sofferto in passato di influenza: è probabile, quindi, che anche affezioni respiratorie non collegate ai virus influenzali, e quindi non sensibili al vaccino, vengano dai pazienti vissute come influenza. La confusione sulla definizione di influenza e su come distinguerla da altre affezioni contro le quali la vaccinazione non è efficace potrebbe, quindi, generare sfiducia verso le capacità del vaccino.
LE INFORMAZIONI SONO SUFFICIENTI?
Questo quadro generale giustifica l’affermazione del 40% degli intervistati secondo cui deve essere fatto di più per accrescere nelle persone a rischio la consapevolezza che è necessario vaccinarsi; solo il 21%, a conferma, dichiara di avere informazioni sufficienti riguardo la vaccinazione antinfluenzale.
COSA FARE PER CONVINCERE A FARE IL VACCINO ANTINFLUENZALE
Ma cosa può essere fatto per far comprendere ad un numero sempre più alto di pazienti l’importanza di vaccinarsi? Essenzialmente due le risposte che giungono dai pazienti intervistati: soprattutto informare di più sui benefici derivanti dal vaccino (55%) ma, anche, rendere l’accesso al vaccino più facile (28%). E’ questa situazione è sostanzialmente la stessa in Germania e Gran Bretagna; in quest’ultimo Paese, inoltre, si registra la più alta percentuale di chi è già convinto di vaccinarsi (34%).
FONTI DI INFORMAZIONE SUL VACCINO INFLUENZALE
A questo punto può essere utile chiedersi quale siano le fonti di informazione sull’influenza e sul vaccino antinfluenzale, canali da sfruttare e potenziare per raggiungere la popolazione a rischio.
Quando si parla di influenza la principale fonte di informazioni è il medico di famiglia (70%) e solo dopo, lo specialista (65%) - preferenza riscontrata anche in Gran Bretagna (80% MMG vs. 59% SP) mentre in Germania non c’è differenza tra specialista e medico di medicina generale (entrambi 66%) -. All’interno dei diversi gruppi pazienti, però, si possono riscontrare delle inversioni: sono i pazienti che soffrono di patologie respiratorie ad avere, come prevedibile, un punto di riferimento nello specialista (74%) prima ancora che nel medico di medicina generale (52%) e, allo stesso tempo, sono anche gli unici che trovano una significativa fonte di informazione nell’associazione pazienti (17% vs. il 5% per i diabetici e solo l’1% dei pazienti affetti da malattie cardiovascolari). Il 45% dei pazienti diabetici, invece, riconosce in centri specialistici e ASL strutture di una certa importanza per la diffusione delle informazioni sull’influenza.
Emerge, in conclusione, la necessità di una migliore informazione per accrescere la consapevolezza della gravità della malattia e delle conseguenze che può avere e per educare alla vaccinazione. Non bisogna sottovalutare l’importanza del medico per trasmettere i giusti messaggi su questo tema (efficacia e sicurezza del vaccino, gravità della malattia e importanza della prevenzione) visto che, come evidenziato dalla ricerca, la maggior parte degli intervistati identifica nel medico il fattore determinante per decidere di vaccinarsi nonché la fonte più autorevole per ricevere informazioni sul tema. Tuttavia va notato il ruolo ad oggi marginale di altre figure sanitarie e istituzioni (farmacisti, ASL, ecc..) per sottolineare quanto potrebbe essere fatto grazie a un loro più attivo e completo coinvolgimento, facendo in modo che i pazienti trovino anche in queste realtà dei punti di riferimento per le necessarie informazioni.