Come si diventa kamikaze? Come è possibile che qualcuno davvero – secondo lo slogan di Osama bin Laden – "ami la morte come voi Occidentali amate la vita"?
La risposta che ho tentato di dare – da ultimo nel libro scritto a due mani con il sociologo americano Laurence R. Iannaccone “Il mercato dei martiri. L’industria del terrorismo suicida” (Lindau, Torino 2004) – muove dalla teoria sociologica detta dell’economia religiosa, che considera quello dove le diverse forme religiose sono in concorrenza fra loro un mercato che obbedisce alle stesse regole di qualunque altro mercato di beni materiali o simbolici. Nel mercato religioso ci sono dunque una domanda, un’offerta, e “nicchie” di consumatori fra loro omogenei.
Dal punto di vista della domanda in ogni mercato religioso la nicchia più ampia è quella centrista-conservatrice; le nicchie estreme (sia quella ultra-progressista sia quella ultra-fondamentalista) sono relativamente piccole. La domanda di esperienze religiose così estreme da spingersi sino al terrorismo è dunque ridotta, per quanto non inesistente.
Le analisi psicologiche, certo a loro modo assai utili, si situano dal lato della domanda. Talora, ponendosi da questo versante, si fanno però affermazioni che la ricerca sociologica ha smentito. Si dice, per esempio, che questo terrorismo nasce dalla miseria economica: ma non è vero. Per quanto riguarda Hamas, "nessuno degli attentatori suicidi (intervistati nella fase di addestramento dal ricercatore pakistano Nasra Hasan) – in una gamma di età dai diciotto ai trentotto anni – corrispondeva al profilo tipico della personalità suicida. Nessuno di essi era senza istruzione, disperatamente povero, semplice di mente o depresso. La maggioranza apparteneva alla classe media e – a meno che si trattasse di latitanti – aveva un buon lavoro. Più di metà veniva da quello che ora è Israele. Due erano figli di milionari. Tutti sembravano membri assolutamente normali delle loro famiglie. Erano bene educati e seri, e nelle loro comunità erano considerati giovani modello". La maggioranza dei candidati al suicidio palestinesi – come ho potuto personalmente constatare in una ricerca compiuta in Palestina nel 1999 (cfr. il mio “Hamas. Fondamentalismo islamico e terrorismo suicida in Palestina”, Elledici, Leumann [Torino] 2003) – appartiene alla buona borghesia dei Territori, e alcuni fanno parte della élite economica locale. Lo stesso discorso vale per Al Qaida e per l’11 settembre, i cui principali protagonisti avevano ricevuto un’educazione universitaria in Occidente.
Per la Cecenia – dove la maggior parte degli attentati suicidi è compiuta da donne – una certa propaganda russa diffonde lo stereotipo di contadine manipolate, drogate o perfino violentate di fronte a una macchina da presa per eliminarle dal mercato matrimoniale di una società patriarcale e lasciare loro la sola alternativa del suicidio. Questa "spiegazione" appare lontana da tutto quanto si sa del terrorismo suicida in genere, e non corrisponde alle poche biografie di "martiri" cecene note. Lo stereotipo della contadina manipolata non è certamente applicabile a Zarina Alikhanova (1976-2003), la terrorista suicida dell’attentato del 12 maggio 2003 a Znamenskoye, uno dei più sanguinosi (sessanta morti). Nata in Kazakhistan da padre ceceno, funzionario del Ministero degli Interni, e madre dell’Inguscezia, proprietaria di magazzini commerciali, Zarina è una studentessa modello in una elitaria scuola tedesca. La sua passione è il balletto, e una rapida carriera al Teatro dell’Opera di Alma Ata culmina nell’interpretazione in una produzione del Romeo e Giulietta di Sergey Prokofiev. Tramite parenti di Grozny, entra in contatto con la guerriglia cecena, ne sposa un dirigente e – dopo la morte del marito nel 1999 – passa, con altre "vedove nere", al terrorismo. Zarina Alikhanova assomiglia molto agli esponenti della borghesia palestinese o araba che troviamo in Hamas o in Al Qaida, e molto poco allo stereotipo della contadina disperata.
C’è dunque dell’altro. Mentre lascio volentieri agli psicologi approfondire ulteriormente come nasce la domanda di estremismo religioso (non senza rilevare, peraltro, che decenni di ricerca sulle cosiddette “sette” hanno mostrato come non si debba abusare della metafora del lavaggio del cervello e della manipolazione mentale, che nel caso dei nuovi movimenti religiosi è stata sottoposta soprattutto negli Stati Uniti a una serrata critica: cfr. il mio “Il lavaggio del cervello: realtà o mito?”, Elledici, Leumann [Torino] 2002), in quanto sociologo abituato ad applicare teorie economiche alla religione mi permetto di insistere sul fatto che ogni analisi del fenomeno del terrorismo suicida presuppone che si consideri sia il lato della domanda sia il lato dell’offerta. Estremisti religiosi esistono dovunque. Non vi è nessuna ragione sociologica per credere che la nicchia di domanda religiosa che cerca esperienze estreme o violente sia più ampia nell’Islam che altrove (a meno di credere che la psiche umana sia diversa da un paese all’altro o da una religione all’altra). Se in alcuni contesti questa domanda di estremismo si esprime in forme puramente simboliche e innocue, e in altri invece porta a un terrorismo tenace e continuo, sembra logico concludere che questi contesti sono diversi dal punto di vista dell’offerta.
Passata inosservata in Europa, la notizia della morte all'età di 86 anni del leader ultra-fondamentalista cristiano Richard Butler il 13 settembre scorso nell’Idaho è stata ampiamente commentata da tutta la stampa americana. Butler aveva proclamato per decenni la necessità di un terrorismo cristiano, era entrato e uscito di prigione, ed era sempre sfuggito a condanne importanti. Pur avendo ispirato diversi terroristi, non si è mai potuto provare che Butler abbia personalmente organizzato attentati. Alle frange più estreme del fondamentalismo, Butler predicava un protestantesimo legato ai più vieti stereotipi antisemiti e a giustificazioni teologiche delle discriminazioni razziali contro gli afro-americani che le Chiese protestanti americane maggioritarie, anche nel Sud, hanno tutte abbandonato oltre un secolo fa.
Il tono dei commenti è interessante. Butler, hanno scritto in molti, era la prova vivente che esistono ultra-fondamentalisti e teorici del terrorismo in nome di Dio in tutte le religioni, non solo nell'Islam. Il premier israeliano Rabin fu ucciso da un ultra-fondamentalista ebreo, i cui eredi spirituali minacciano di far fare la stessa fine a Sharon se davvero si ritirerà da Gaza. I misfatti dell'ultra-fondamentalismo indù si ripetono periodicamente, e perfino tra i pacifici buddisti è spuntato un terrorista come il giapponese Shoko Asahara, le cui credenziali di buddista ortodosso, prima dell'attentato nella metropolitana di Tokyo nel 1995, erano state autenticate dallo stesso Dalai Lama.
Eppure, gli studi del “terrorismo religioso” - come quelli, pure ricchi di informazioni, di Mark Juergensmeyer - che dedicano uguale spazio agli estremisti delle varie religioni non convincono. Sembrano scritti secondo un manuale Cencelli del terrorismo: venti pagine sul terrorismo islamico, venti sugli estremisti ebraici e venti sui vari Butler cristiani. Questa “par condicio” è solo apparentemente equa: gli ultra-fondamentalisti musulmani coinvolti nel terrorismo sono almeno centomila, quelli ebrei qualche migliaio, i cristiani alla Butler meno di mille. Una sproporzione che – non potendo, insisto, derivare da differenze nella struttura psicologica dell’homo islamicus rispetto a quello occidentale, né essendo, come mi sono sforzato di mostrare, radicata in problemi di povertà (entrambi fattori che ineriscono alla domanda) – deve essere cercata dal lato dell’offerta.
Nel mondo islamico l’offerta che incontra la domanda di chi cerca esperienze estreme è gestita da vere e proprie “industrie del terrorismo”, che non solo sono ben finanziate e bene organizzate, ma trovano nel retroterra della cultura islamica una possibilità di muoversi – “come pesci nell’acqua”, avrebbe detto Karl Marx – che non troverebbero nel cristianesimo o nell’ebraismo. Anzitutto, per quanto sia poco politicamente corretto dirlo, la posizione delle varie religioni sulla violenza e sulla relazione fra i fini e i mezzi non è la stessa. Nei secoli, ebraismo e cristianesimo hanno maturato una posizione di condanna della violenza, secondo cui il fine non giustifica i mezzi, cui l'Islam non è ancora arrivato in modo unanime e senza equivoci. Per troppi musulmani i terroristi sono “fratelli che sbagliano”: o la condanna si limita ad Al Qaida ma vuole fare eccezioni per il “caso speciale” di Hamas e di Israele. Una volta proposto un primo “caso speciale”, la lotta palestinese, se ne accetterà facilmente un secondo, la Cecenia, poi un terzo, il Kashmir, e così via. Quella che manca ancora in gran parte del pensiero teologico islamico è un’affermazione secondo cui il terrorismo che colpisce i civili è criminale e assassino in quanto mezzo, a prescindere da quanto sia giusto e stia a cuore ai musulmani il fine al cui servizio afferma di porsi.
In secondo luogo, l’offerta di terrorismo religioso – che non manca – trova nel cristianesimo o nell’ebraismo ostacoli strutturali che gli rendono molto più difficile incontrare la domanda. Nelle Chiese cristiane e nell'ebraismo c'è una organizzazione verticale, con gerarchie abbastanza facili da identificare. I Butler del mondo cristiano sono denunciati come eretici da tutte le autorità protestanti e cattoliche, capaci di fare il vuoto intorno agli estremisti. C'è un rabbinato “ufficiale” in Israele che isola e definisce criminali gli estremisti che condannano a morte Sharon in nome di un ebraismo ultra-fondamentalista. Nell'Islam sunnita non ci sono autorità da tutti riconosciute. Per ogni intellettuale o imam che condanna il terrorismo ce n'è uno che lo giustifica. Così, è molto più difficile nell'Islam isolare gli ultra-fondamentalisti. Le religioni di fronte all'estremismo non sono tutte uguali: non perché in alcune i fedeli siano intrinsecamente più malvagi che in altre (chi pensa questo cade in effetti in una “islamofobia” caricaturale), ma perché teologia e organizzazione sociale sono diverse. La domanda di estremismo religioso è costante nelle varie religioni; la facilità con cui l’offerta si organizza e incontra la domanda è invece ben diversa.
Sito Web: www.cesnur.org